Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Un giusto premio

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Un “giusto premio”

Avevo già commentato, stupito, lo scandalo in qualche settore della sinistra per l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Barack Obama, “un presidente che invia altre truppe in giro per il mondo”, e precedentemente a Kofi Annan. Perché sorprendersi, scrivevo, si troveranno in ottima compagnia. Si vedano Obama è in buona compagnia  e Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU.

La maggior parte dei premi Nobel sono stati assegnati infatti, fin dai primi anni, a noti guerrafondai che hanno continuato a farne di tutti i colori e al momento delle due guerre mondiali si sono schierati senza reticenza.

Come allora, ripropongo una mia vecchia recensione a un bel libro di Procacci sui premi Nobel per la pace, che mi sembra possa essere utile a capire che questo premio non è molto rispettabile. È stato già letto da molti, perché l’avevo riproposta in appendice a quegli articoli, ma ci sono tanti nuovi frequentatori del sito, e lo ripropongo per loro. La sinistra deve stare attenta al concetto stesso di pace che è stato usato per coprire tante guerre, e soprattutto non illudersi sul ruolo delle “istituzioni internazionali”, a partire dall’ONU. Quante porcherie ci sono state fatte ingozzare in nome di esse?

Ma questa ultima assegnazione rivela una straordinaria ipocrisia, come nota un recentissimo commento di Manolis Glezos, il “giovanissimo novantenne” simbolo vivente della resistenza greca, a cui diede simbolicamente inizio il 30 maggio 1941, strappando l’enorme bandiera nazista che sventolava sull’Acropoli. Più volte condannato a morte, prima dai nazisti e poi dal regime monarchico imposto - dopo che la Grecia si era liberata da sola - dalle truppe britanniche, Glezos ha passato più di 11 anni in carcere. Oggi è deputato di Syriza. Ecco la sua dichiarazione di ieri:

« Dunque il Nobel per la pace all’Unione Europea ! Esattamente nel momento in cui è minacciata la coesione sociale di tutto il sud dell’Europa, in cui i bambini vanno a scuola affamati, e i cittadini vivono in uno stato di guerra non dichiarata, ed è in agguato la catastrofe umanitaria ! In Grecia, questo piccolo ma non insignificante angolo d’Europa, appena pochi giorni prima del premio, dei funzionari europei di basso rango hanno osato chiedere l’inimmaginabile : l’evacuazione delle isole greche con meno di 150 abitanti, per fare altre economie. L’Europa Unita che giubila per il premio Nobel ricevuto pensi soltanto a una delle più piccole isole del mar Egeo, Keros nelle Cicladi, che ha donato all’umanità la maggior parte delle opere d’arte rappresentative della civiltà cicladica. E pensi anche alla sacralità di un’altra piccola isola, Delos.

E dopo aver fatto tutto questo, che vadano a ritirare il loro premio, se credono ancora di aver fatto tutto il possibile e il necessario per il nostro popolo. »

Atene 12 ottobre 2012

Manolis Glezos

Appendice

Un po’ di storia del premio Nobel

IL DOTTOR NOBEL E LA PACE

di ANTONIO MOSCATO  (pubblicato nel n 3/4 di “A sinistra”, marzo/aprile 1990)

Giuliano Procacci, sviluppando le ricerche avviate sulla guerra di Etiopia e le mobilitazioni internazionali contro di essa, ha pubblicato recentemente un libro di notevole interesse sui Premi Nobel per la Pace e le due guerre mondiali. Procacci e’ notoriamente un dirigente del Pci collocato nell'area cosiddetta "migliorista " (quelli che vogliono "niente e subito", secondo la felice definizione di "Tango") ma e’ prima di tutto uno storico rigoroso e non rinuncia ad affrontare periodi e problematiche che forniscono robusti argomenti ai suoi avversari.

Ad esempio, affrontando le mobilitazioni contro la guerra di Etiopia, Procacci aveva messo a nudo il cinismo della politica estera sovietica, che tuonava contro l'inefficienza delle sanzioni, ma intanto forniva buona parte del petrolio di cui l'Italia fascista aveva bisogno per la guerra. Analogamente aveva fatto risaltare le ambiguita’ della politica del Comintern che offriva una copertura alla politica estera sovietica auspicando mitiche "sanzioni proletarie", in attesa delle quali si trovava lecito che l'Urss facesse i suoi buoni affari con i regimi fascisti o che nel 1935 denunciasse il pericolo di un intervento giapponese in Etiopia e sorvolasse sui preparativi italiani.

Anche questo libro ha il pregio di ricostruire senza abbellimenti le vicende del movimento pacifista nella prima meta’ del nostro secolo. alle cui idee si ricollega di fatto quel pacifismo intessuto di buone intenzioni e di pie speranze negli organismi internazionali di cui il Pci e’ il principale paladino.

La ricostruzione e’ per giunta vivace e colorita, tanto che il libro risulta di gradevole lettura. A tratti, pur non dimenticando lo sfondo tragico delle due guerre mondiali, Procacci non rinuncia a notazioni ironiche sulle patetiche illusioni di personaggi che oggi sono pressoche’ dimenticati, ma che occuparono la scena politica di molti paesi per decenni. D'altra parte lo stesso fondatore del premio non esce troppo bene dai cenni biografici a lui dedicati. Al di la’ delle osservazioni sull'in congruenza tra le origini del suo patrimonio (le fabbriche di esplosivi) e la destinazione del premio, osservazioni che non mancarono gia’ al momento della sua istituzione, Procacci tratteggia un ritratto impietoso di un uomo di modesta levatura culturale, che si diceva a volte socialista ma era imbevuto di gretto conservatorismo ed era soprattutto convinto che “le sue fabbriche... avrebbero contribuito alla causa della pace piu’ di tutti i congressi pacifisti internazionali”.[p.11]

“Un uomo le cui concezioni politiche si riducevano a un progetto basato sulla formazione di un potere centrale assoluto eletto solo dai maschi colti...”[p.9] L'idea stessa del premio per la pace gli fu suggerita dalla sua ex segretaria, la baronessa von Suttner, una donna intelligente e colta a cui nel 1905 fu conferito il premio di cui era stata ispiratrice, ma le cui riflessioni sulla politica internazionale sono un miscuglio di patetiche ingenuita’ e di adattamenti al "realismo" (ad esempio trovava lecite le guerre coloniali, per l'incivilimento dei barbari).

Procacci descrive con qualche nota umoristica le figure dei primi vincitori, quasi tutti esaltatori di quella conferenza internazionale per la pace che si tenne all' Aja dal maggio al luglio 1899, e di cui lo zar Nicola II fu ispiratore e protagonista al punto di essere seriamente preso in considerazione per l'assegnazione del premio (al quale fece garbatamente sapere di rinunciare, con uno dei pochi gesti intelligenti della sua vita). Dei candidati al premio, a parte Nicola II, l'unico che si dichiaro’ indisponibile fu Benito Mussolini, proposto nel 1934 dal deputato Carlo Delcroix. Gli altri, a partire dalla von Suttner, si batterono con accanimento per ottenere sostegni alla loro candidatura e soprattutto per spiazzare i concorrenti. Il risultato e’ che i prescelti formano una lunga galleria di mediocrita’, di cui Procacci ha ricostruito pazientemente i dati biografici essenziali. Si dividono essenzialmente in due categorie: i professionisti del pacifismo (ossia i dirigenti della Ligue internationale et permanente pour la paix o del Bureau international de la paix di Berna) e gli uomini politici veri e propri, tra cui spiccano due presidenti degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt e Thomas Woodrow Wilson, Aristide Briand, Austen Chamberlain e Gustav Stresemann.

Le notazioni di Procacci sugli uomini politici premiati sono severe e non si limitano a ricordare le loro imprese belliche (ad esempio la partecipazione di Roosevelt all'invasione di Cuba come colonnello della cavalleria volontaria), ma documentano largamente le loro concezioni militariste (Roosevelt appunto non rinuncio’ ad esaltare l'occupazione delle Filippine, delle Hawai e del canale di Panama, perfino in occasione del conferimento del premio). Di altri minori, come il belga Auguste Beernaert, si ricorda che era premier al momento della formazione dello "Stato Libero del Congo". Ovviamente il loro impegno nella politica attiva dei rispettivi paesi li porto’ spesso a contrapporsi e polemizzare tra loro al momento dei grandi conflitti di interessi che precedettero la prima guerra mondiale.

In realta’ le pagine piu’ interessanti del libro sono quelle che ricostruiscono le concezioni dei "professionisti del pacifismo". Procacci fornisce molti esempi di macroscopici errori di valutazione, tutti basati su una ingenua sopravvalutazione delle conferenze internazionali e in genere delle belle parole dei governanti.

Per anni l'argomento preferito era stata la Conferenza dell' Aja, sulla cui esaltazione si dilungarono quasi tutti , ma anche alla vigilia dell'esplosione della grande guerra non mancarono anacronistiche previsioni su un futuro di pace assicurato dal dialogo. Ad esempio il parlamentare francese (premio Nobel per la pace ne11909) Paul Henri Benjamin Balluet, barone d'Estournelles de Constant de Rebecque (piu’ noto semplicemente come barone d'Estournelles) dichiaro’ alla fine del maggio 1914, al termine di una riunione dell'Unione interparlamentare per la pace, che essa rappresentava “una potenza invincibile, che si opporra’ vittoriosamente al pericoloso sciovinismo”. [pp.93-94]

Va detto che ad opporsi allo sciovinismo, due mesi dopo, non era rimasto quasi piu’ nessuno, a parte Lenin e pochi altri. Nel corso della guerra infatti alle internazionali pacifiste accadde piu’ o meno quel che aveva fatto a pezzi l'Internazionale socialista: ognuno si schiero’ con il proprio imperialismo, o almeno si dedico’ a denunciare le colpe dell'avversarlo.

Questo quadro penoso e’ ovviamente rivelatore in primo luogo dei criteri con cui i premi Nobel per la Pace erano stati assegnati, escludendo deliberatamente Tolstoj o Gandhi, per non parlare di esponenti del movimento antiguerra di orientamento marxista, come Karl Liebknecht. D'altra parte Procacci non si e’ limitato alle dichiarazioni ufficiali piu’ condizionate da preoccupazioni politiche, ma ha esplorato scrupolosamente diari e carteggi privati dei piu’ noti esponenti del movimento pacifista, ricavandone la conclusione di una sostanziale incapacita’ di identificare le forze sociali che preparavano la guerra e quindi i mezzi per opporsi ad essa. All'approssimarsi della seconda guerra mondiale alcuni dei premiati rimasero attaccati alle loro concezioni con un'ottica tanto angusta da portarli a divenire fautori di quell’appaisement che doveva spianare la strada a Hitler. mentre altri ripercorsero la strada dei loro predecessori alla vigilia della prima guerra mondiale, nascondendosi i pericoli ed illudendosi sulle virtu’ miracolose della Societa’ delle Nazioni e dei trattati internazionali.

L'unico gesto coraggioso della fondazione Nobel nel primo mezzo secolo di vita fu l'assegnazione del premio per la pace nel 1935 a Karl von Ossietzki. un democratico tedesco che aveva denunciato la corsa al riarmo segreto del suo paese ed era stato incarcerato per questo gia’ nel 1932. Al momento del conferimento del premio si trovava in un campo di concentramento nazista dove sarebbe morto pochi anni dopo. Scelta che fu contrastata da una furiosa campagna internazionale, a cui si associarono anche gli eredi di Alfred Nobel, che espressero la loro disapprovazione per la premiazione di una persona condannata da un tribunale del suo paese.

Questo libro potra’ stimolare utili riflessioni nel movimento pacifista e nella sinistra italiana. La conoscenza delle correnti interclassiste o aclassiste che dominarono il pacifismo prima della seconda guerra mondiale, puo’ infatti facilitare il superamento delle illusioni sulle virtu’ taumaturgiche di organismi internazionali quale la Societa’ delle Nazioni ed oggi l'Onu, o sulle conferenze internazionali tra le grandi potenze, o piu’ in generale sulla buona volonta’ e le belle parole di governanti e di Stati.

La lettura di questo libro sollevera’ tra i militanti della sinistra qualche dubbio sull'utilita’ di organizzare campagne per far assegnare a Nelson Mandela o a qualche altra degna figura un premio cosi’ screditato. Piu’ che di premi di questo genere i movimenti di liberazione hanno bisogno di una forte ripresa della solidarieta’ internazionalista, fatta anche di misure concrete -come il boicottaggio - per colpire i loro oppressori.

Al tempo stesso la lotta contro il pericolo di guerra ha bisogno non di illusioni sui trattati che riducono del 2% il potenziale distruttivo delle grandi potenze, ma di un rilancio della lotta per il disarmo unilaterale, e soprattutto del rafforzamento del movimento per un alternativa al capitalismo e all'imperialismo in ciascun paese.

 

 

 



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