Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Viale: Monti come Marchionne

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Monti come Marchionne

 

Il dibattito politico italiano, anche a sinistra, è penoso: si discute di niente, come la “novità” rappresentata da Cordero di Montezemolo, mentre il paese va letteralmente in rovina senza una risposta adeguata. Mentre in Spagna, Portogallo e Grecia lo sciopero generale europeo si è concretizzato in grandi manifestazioni, in Italia la FIOM – rinunciando a un ruolo alternativo - ha seguito la maggioranza della CGIL nelle passeggiate disperse nel territorio e poco visibili. Tanto per sprecare un po’ di energie residue, e a dire a chi chiede un vero sciopero generale che fermi il paese: “Ma che volete fare, non vedete che la risposta alle nstre proposte è tanto debole?”.

Landini ha avuto poi il coraggio nel comitato centrale del 16 novembre di mostrarsi tanto “responsabile” da esprimere in una mozione “cerchiobottista” fiducia nella “dichiarazione del Ministro dell’Interno di voler aprire un’indagine al fine di individuare e accertare le responsabilità” delle violenze, “purché si traducano in atti concreti”.

Come se non si fosse già visto l’impegno del governo ad assicurare che i quattro candelotti fotografati mentre scendevano dal ministero della Giustizia, erano in realtà uno solo, e andava in direzione opposta. Tutti hanno dimenticato che a caldo Donato Capece, segretario del sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe, dopo il video sui lacrimogeni lanciati durante la manifestazione degli studenti, aveva confermato che nel ministero erano entrati cinque poliziotti di altri corpi, accompagnati da un funzionario “per controllare la manifestazione dall’alto”.

Qualcosa di ben conosciuto in decine di casi di crimini polizieschi occultati, a partire dall’accertamento del “suicidio” di Pinelli. La realtà è che una posizione più netta della FIOM avrebbe infastidito la maggioranza della CGIL e del PD, che approva senza condizioni l’operato del governo. 

[Il documento integrale presentato da Landini si trova in :

http://www.fiom.cgil.it/cc/cc_12_11_16-Segr_naz_%20Fiom.pdf mentre il documento presentato da Sergio Bellavita, che ha ottenuto il sostegno del 14% del comitato centrale, si trova qui: http://www.fiom.cgil.it/cc/cc_12_11_16-Bellavita.pdf].

 

È doloroso vedere anche la FIOM, che ha le sue radici in settori fondamentali della classe operaia, scivolare nell’ambiguità e rinunciare al proprio ruolo. Probabilmente il tono morbido è finalizzato al progetto di Landini di proporre le primarie anche nella CGIL per scegliere il segretario generale, e di presentarsi.  È un altro cattivo esempio per i tanti resti della sinistra (con meno solidi ancoraggi) che cercano sistematicamente di evitare formulazioni nette e inequivocabili per non recidere i legami con un possibile governo guidato dal PD o almeno con una analoga coalizione locale. È un vecchio vizio, che porta anche il PRC a restare agganciato alla speranza di non essere respinto dal SEL, o magari della ipotetica lista civica “arancione” sponsorizzata dai sindaci di Napoli e Milano.

Il fatto che Vendola, tanto più se convinto di correre per la vittoria e di poter diventare lui il leader del centrosinistra, continui a non voler avere a che fare con i suoi ex compagni, non vuol dire che questi ne tirino tutte le conseguenze. Se rinunciano per forza maggiore all’alleanza nazionale, cercano però disperatamente quella locale dovunque siano accettati.

Per fare che? Di esempi scandalosi ne conosco parecchi, ma cito uno di questi giorni, avvenuto a Rimini, dove governa una giunta PD-PRC, che non ha trovato di meglio che regalare 800.000 euro alle scuole private. Proprio mentre insegnanti e studenti sono in lotta e hanno contestato duramente il ministro Cancellieri. Nel giugno scorso la stessa giunta Pd – Rifondazione aveva privatizzato tutte le mense scolastiche. Il PRC e il PD sono i nuovi artefici dello smantellamento della scuola pubblica a favore dei privati. Per maggiori informazioni rinvio al sito di Sinistra Critica di Rimini: http://www.sinistracriticarimini.org/2012/11/18/rimini-la-giunta-pd-rifondazione-regala-800-000-euro-alle-scuole-private/

Di fatto il PRC dovunque può sta appresso al PD che nonostante gemiti e sospiri appoggia sistematicamente il governo Monti, duro con chi lavora, con i pensionati, con i precari, ma incapace di attenuare almeno in parte la crisi. Non ne è capace, ma non ci pensa nemmeno. È giusto dire, come fa Guido Viale, che è esattamente come Marchionne…

Per questo pubblico con piacere questo chiaro e non reticente articolo di Viale apparso domenica sul Manifesto, che contrasta con il panorama di reticenza e ricerca di omologazione che domina anche gran parte di quel che rimane della sinistra...

(a.m.19/11/12)

 

L'agenda Monti per il “dopo Cristo”

GUIDO VIALE

 il manifesto 18/11/12

 

FABBRICA ITALIA
Dopo Marchionne, Monti. Tenete presente la parabola di Marchionne: due anni e mezzo fa, quando aveva sferrato il suo attacco contro gli operai di Pomigliano («o così, o chiudo»), togliendosi la maschera di imprenditore aperto e disponibile che si era e gli era stata appiccicata addosso, la totalità dell'establishment italiano si era schierata incondizionatamente dalla sua parte: Governo, partiti, sindacati, media, intellettuali di regime, sindaci, aspiranti sindaci, ministri e aspiranti ministri, più la falange di Comunione e Liberazione, da cui Marchionne si era recato a riscuotere gli applausi che i suoi dipendenti gli avevano negato. Uniche eccezioni, gli operai presi di mira, la Fiom, i sindacati di base e poche altre voci senza molta audience.
Perché a quell'attacco antioperaio Marchionne aveva abbinato un faraonico piano industriale da 20 miliardi di euro («Fabbrica Italia», l'ottavo piano, da quando Marchionne era in carica, nessuno dei quali mai realizzato), che avrebbe portato finalmente la Fiat, anche grazie alla stretta imposta agli operai, a competere nel pianeta globalizzato con mezzi adeguati alla nostra epoca, che Marchionne, con venti secoli di ritardo, aveva battezzato «Dopo Cristo». Al manifesto, che su quel piano aveva sollevato fondati dubbi, erano stati riservati i lazzi di ben sette collaboratori del Foglio - tra cui due stimati ex sindacalisti - e del direttore del Sole24ore . Qualcun altro aveva, sì, notato che quei 20 miliardi non comparivano, né avrebbero potuto comparire, nel bilancio della Fiat; o che triplicare la produzione di auto ed esportarle in un mercato con il fiato corto era forse una mossa avventata; o che l'Europa si stava avviando verso un lungo periodo di vacche magre - in realtà magrissime - che rendeva problematici piani così faraonici; o, soprattutto, che voler trasformare le fabbriche (dopo Pomigliano, era stata la volta di Mirafiori, e poi di tutto il resto) in falangi - dove per sopravvivere gli operai devono combattere, sotto il comando di un manager che guadagna 400 volte più di loro, una lotta mortale contro i lavoratori della concorrenza, perché la vita degli uni è la morte degli altri - più che una forma di «modernizzazione» - allora era molto in voga questa espressione - era un ritorno al dispotismo asiatico.

Ma i peana avevano avuto il sopravvento. Oggi, a due anni e mezzo da quel trionfo, il bluff di Marchionne si è completamente sgonfiato: è rimasto solo il peggioramento delle condizioni di lavoro per gli operai (ormai in cassa integrazione quasi permanente), l'abolizione della contrattazione e la violazione continua e ostentata della legge e delle sentenze dei tribunali. Il sindaco che voleva srotolare un tappeto rosso sotto i piedi di Marchionne lo ha riarrotolato in silenzio e deposto nel suo nuovo ufficio di banchiere in attesa di tempi migliori. Quello che approvava Marchionne «senza se e senza ma» sostiene invece di essere stato ingannato (ma forse voleva esserlo). E a quello che «se fosse stato un operaio» avrebbe votato sì al referendum truffa di Mirafiori non è mai venuto in mente di chiedere che cosa avrebbe fatto se fosse stato sindaco a un operaio: una evidente asimmetria informativa.

Molti altri semplicemente tacciono senza spiegare perché non avevano capito niente o avevano fatto finta di non capire (allora gli conveniva lodare, come oggi gli conviene tacere). Fatto sta che dopo il tonfo oggi Marchionne è per tutti un po' come la peste. Nessuno cerca più di incontrarlo; tutti ne parlano male e soprattutto cercano di evitare l'argomento. «Marchionne? Chi era costui?» Quanto a lui, continua per la sua strada: cioè non fa niente, che è quanto, secondo lui, gli richiede oggi il mercato.

 

E allora? Allora, la parabola di Marchionne non fa che anticipare quella di Monti: tra cinque mesi nessuno ne vorrà più sapere e per tutti quelli che lo hanno appoggiato sarà una corsa a dissociarsi e a sostenere di non aver mai avuto gran che a che fare con lui: «Monti chi?». Perché se il piano Fabbrica Italia è stato un flop, la cosiddetta agenda Monti è ancora peggio; e i nodi stanno venendo al pettine. «Si è arenata la spinta innovatrice» cominciano a dire, mettendo le mani avanti, quelli che per un anno lo hanno esaltato per aver portato il paese «fuori dal guado» (tra i quali il primo della lista è proprio lui, Monti, che non ha mai perso un'occasione per lodarsi).
Era partito anche lui alla grande, come Marchionne: dopo i due primi decreti aveva sentenziato che il Pil sarebbe cresciuto dell'11 %; i salari del 12; i consumi dell'8; l'occupazione dell'8 e gli investimenti del 18%. Il bello è che tutti l'avevano preso sul serio e nessuno era andato a suggerirgli di farsi ricoverare. Ma proprio come con Marchionne, il paese, beneficiato da due decreti Crescitalia, da uno Salvaitalia e da numerose altre misure, non è cresciuto di un centimetro; anzi, come era prevedibile, è andato indietro. In compenso, come con Marchionne, sono crollati occupazione e redditi; e poi spesa sanitaria, scolastica e per la ricerca, investimenti pubblici e privati; ed è ancora aumentato il debito pubblico, che presto sarà sottoposto alla stretta del fiscal compact ; mentre il compito di rilanciare lo sviluppo è stato affidato al petrolio del sottosuolo italiano, al trasporto di gas in conto terzi attraverso le aree più sismiche d'Europa e alle solite autostrade (e, ovviamente, Tav), per le quali e solo per loro, i miliardi - ben 100 si trovano sempre, mentre intere regioni del paese sono sott'acqua quasi perennemente per incuria e opere devastanti. Grazie al ministro Passera; il quale prima le finanzia - a babbo morto - come banchiere e poi interviene come ministro per tappare lo scoperto bancario con fondi pubblici, saccheggiando la Cassa Depositi e Prestiti. Insomma la storia di Marchionne si ripete; ma ancora più «alla grande».
Era ovvio che un andazzo del genere non sarebbe durato a lungo. Tutti avevamo, e abbiamo, davanti agli occhi le vicende della Grecia e della Spagna, lo strangolamento delle cui economie precede di poco quello della nostra ed è frutto della stessa ricetta: quella che Monti, ancora prima di diventare Presidente del Consiglio, aveva esaltato sostenendo che quei paesi avevano finalmente imboccato la strada del «risanamento». Un buon viatico per affidargli l'incarico di guidare fuori dalle secche l'economia italiana e, di concerto con il sodale Draghi, quella europea. Poi si è impegnato in una stupida competizione con Grecia e Spagna, invece di creare un fronte unico per fare fronte a un pericolo comune che riguarda tutti. Ma soprattutto, era proprio necessario affidare a un tecnico, anzi a una confraternita di tecnici che non si sono mai occupati di problemi sociali e ambientali, il compito di affrontare la sollevazione di popolo - che, per ovvia conseguenza, è alle porte - e il disastro ambientale che sta devastando il paese (e il resto del mondo)? Così diventa chiaro che l'unica tecnica con cui i ministri del governo Monti, e dopo di lui la sua agenda, chiunque la gestisca, sono in grado di affrontare i problemi messi all'ordine del giorno delle loro politiche è il solito manganello: contro gli studenti, contro gli operai, contro i minatori, contro gli insegnanti, contro i comitati che si ribellano allo scempio dell'ambiente, della salute e della convivenza civile. L'agenda Monti, ci spiegano infatti i suoi residui sostenitori, è già tutta definita: non c'è alternativa; e non c'è niente da fare. Ma fino a quando una soluzione del genere potrà bastare? E poi?

Guido Viale

 

 



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