Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Verità di Stato

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Il “nuovo piano” della Cancellieri

La Cancellieri sta annunciando “nuove misure” per fronteggiare i violenti. In realtà servono solo a colpire, anche lontano dalla scena del presunto “delitto” (come il tentativo di manifestare sotto i palazzi del potere) non i poliziotti violenti, ma le loro vittime.

La propaganda dei giornali benpensanti è così martellante da spingere il padre di uno studente prosciolto a protestare contro la decisione dei giudici: “tenetelo dentro, mio figlio è un ribelle violento”. Conosco questo atteggiamento, era anche quello di mio padre, un generale che con i suoi metodi e le sue convinzioni retrograde mi ha spinto precocemente e decisamente a sinistra.

Per far passare la criminalizzazione di un movimento nel complesso estremamente moderato, lo si è associato sulla stampa più o meno apertamente alle tifoserie criminali, guidate da personaggi così indifferenti allo sport da organizzare raid antisemiti congiunti di fans di squadre rivali, come è accaduto a Roma tra romanisti e laziali, uniti  contro i presunti “ebrei” del Tottenham… E si è evocato lo spettro di Forza Nuova, come una delle varianti della “violenza della piazza”. Si è ventilato quindi il ricorso a un’estensione del Daspo, lo strumento che tiene o dovrebbe tenere lontani dagli stadi i tifosi più pericolosi, e che dovrebbe impedire preventivamente di andare in piazza a un certo numero di manifestanti, scelti ovviamente dai poliziotti e magari da magistrati compiacenti. Ma la Cancellieri preferisce l’arresto differito, che poi è sinonimo di arresto preventivo alla vigilia di una nuova manifestazione.

Ma altro che “nuove” regole! Sono antichissime. Quando le ho verificate sulla mia pelle, decine di volte, nei primi anni della mia attività politica, le chiamavo “fasciste”, ma mi sbagliavo: come storico ho trovato presto migliaia di testimonianze su prepotenze sbirresche anche nei primi anni dell’Italia unita: il mio primo lavoro di storico fu dedicato non a caso a un movimento religioso a tendenza vagamente socialisteggiante, quello di Davide Lazzaretti sul Monte Labro (una delle propaggini dell’Amiata), che fu stroncato nel sangue nel 1878. In quell’occasione trovai negli archivi di Stato le tracce di migliaia di altri assassinii di contadini e operai rimasti impuniti in quei decenni.

Sia sotto il fascismo, sia nell’Italia prefascista, quando in una zona arrivava il re o qualche ministro, gli anarchici veri o presunti, venivano portati nella caserma dei carabinieri. E l’abitudine di trovare delle “prove” per criminalizzare i sovversivi, non è cominciata alla scuola Diaz nel 2001, ma era antichissima. Quando Giolitti (il “ministro della malavita”, secondo la definizione di Salvemini) consentì un certo allargamento della platea elettorale, in certe zone della Puglia l’arresto sulla porta del seggio di “elementi sovversivi” per impedir loro di votare avveniva col trucco di una perquisizione corporale, in cui “miracolosamente” nelle tasche del malcapitato predestinato al carcere si trovava un coltello. In alcune zone, cautelativamente, i braccianti andarono a votare con le tasche cucite, e in un caso arrivarono provocatoriamente al seggio con i mutandoni di tela, che non avevano ovviamente tasche…

Il fascismo non fece che sistematizzare e usare per arrivare al potere la violenza di pochi, spalleggiati regolarmente dalle cosiddette “forze dell’ordine”, che spesso arrestavano le vittime delle aggressioni. Quindi non erano solo “fascisti” quei metodi, erano una costante dello Stato borghese anche prefascista, nei momenti di tensione. Se occorreva si ricorreva perfino alla cannonate, come a Milano nel 1898, e nel Mezzogiorno subito dopo l’Unità, con gli assassinii sistematici di presunti “favoreggiatori” del brigantaggio, e i bombardamenti di interi paesi.

Una delle prime lezioni sulla natura dello Stato me l’ha data il commissario D’Alessandro, capo del Commissariato San Lorenzo che era attiguo all’Università e al quartiere in cui militavo. Era un grande protettore dei criminali fascisti Di Luia, Delle Chiaie, ecc., che venivano scagliati contro il movimento degli studenti negli anni Sessanta, e rilasciati immediatamente da D’Alessandro quando gli erano stati consegnati da studenti ingenui che li avevano catturati durante un’aggressione. Nell’aprile del 1966 questo gioco delle parti portò all’assassinio di Paolo Rossi, sulle gradinate di Lettere.

Una domenica che quel commissario mi aveva fermato mentre diffondevo “l’Unità”, a me che ingenuo diciottenne gli leggevo alcuni articoli della Costituzione rispose seccamente: “Non la conosciamo. Per noi vale solo il Testo Unico di Pubblica Sicurezza”. Era quello fascista ovviamente, che il PCI nella sua lunga permanenza al governo, anche con un ministro della Giustizia del peso di Togliatti, si era guardato bene dal toccare.

Altre lezioni me l’hanno date tanti altri tentativi di dissuadermi con fermi arbitrari, durati fino al 1969, e poi solo momentaneamente sospesi per il clima mutato che li rendeva meno efficaci. I fermi non venivano quasi mai convalidati, ma di solito bastavano a scoraggiare un giovane alle prime esperienze. Se uno era invece come me “recidivo”, ne prendevano atto limitandosi ad aumentare la sua cartella di schedatura, da usare in futuro per presentarlo come pregiudicato...

Ma in fondo, per capire la non neutralità dello Stato e dei suoi organi repressivi, per me era stata sufficiente già una lettura attenta di Pinocchio, che quando viene derubato, e va a denunciare i ladri, viene condannato; utili anche i Promessi sposi, se si segue l’itinerario dell’ingenuo Renzo Tramaglino nei Moti del pane di Milano, in cui vuol fare da pompiere, e finisce invece additato e ricercato come organizzatore della rivolta per conto del re di Francia! Per non parlare del suo precedente tentativo di ottener giustizia contro i bravi di Don Rodrigo, rivolgendosi all’Azeccagarbugli, che lo scaccia scandalizzato quando scopre che Renzo è una vittima e non un criminale… A me bastarono quelle letture, rafforzate dall’esperienza diretta, ma tanta parte della ex sinistra non capisce più queste cose elementari ed esprime subito fiducia nella magistratura e nella polizia…

Di ricordi personali ne avrei tanti altri, come i molti processi subiti a Bari nel 1968-1969 per la partecipazione a picchetti operai, ma anche per "aver organizzato" manifestazioni studentesche a cui non avevo partecipato. Tra l’altro, dopo l’amnistia che aveva cancellato tutte le pendenze di quegli anni, subii anche un nuovo arresto organizzato a freddo il 29 aprile 1971 ai margini di un’innocua protesta di commesse della Standa a cui non ero neppure presente: mi fermarono mentre accorrevo alla notizia delle cariche alle ragazze. La polizia disse che io ero l’organizzatore, e di avermi visto con un megafono (che non avevo neppure a casa), e mi accusò inverosimilmente di aver gridato “polizia venduta”, mentre ovviamente non mi stupivo affatto di vederla caricare delle lavoratrici: era il suo compito istituzionale. Fui processato per “radunata sediziosa”, “grida sediziose”, ecc. E il giudice “democratico” confidò al mio avvocato, Emanuele Battain, che mi aveva dovuto dare quattro mesi con la condizionale pur sapendomi innocente, per evitare un ricorso del PM contro un’assoluzione. Altra lezione sulla neutralità dello Stato e della stessa magistratura.

Ho parlato dell’Italia, ma non è certo stata la sola, la repressione è una costante nelle democrazie europee: non parliamo della Spagna della Guardia Civil all’inizio della repubblica, o della Francia che aveva costruito la montatura antisemita su Dreyfus occultando le prove della sua innocenza…

E non parliamo degli Stati Uniti, di cui si ricorda solo il caso di Sacco e Vanzetti mentre negli anni Venti e Trenta le azioni concertate delle squadracce dell’Agenzia Pinkerton e dei gangster eliminarono molti dei quadri sindacali più combattivi, e fecero emergere una nuova generazione di cinici boss.

Tanto per non illudersi di essere noi italiani un caso particolare, ricordo che durante il G8 di Genova anche a Göteborg in Svezia ci fu un manifestante ucciso o in fin di vita.

Tutti i paesi più poveri e indebitati d’altra parte non risparmiano sulle “corazze” e le attrezzature per i corpi speciali, che ci sono ovunque, pronti a colpire chi dissente. Non parliamo di quelli di antiche tradizioni repressive come la Russia, che sta colpendo non solo le Pussy Riot, ma i militanti della piccola e combattiva sinistra marxista e libertaria, di cui nessuno parla. Colgo l’occasione per segnalare un  articolo interessante, con una richiesta di solidarietà, dai compagni russi colpiti: http://ilmegafonoquotidiano.globalist.it/news/la-repressione-di-putin

E in ogni caso ricordiamoci sempre di sbattere queste cose in faccia non solo al PD, che di questo governo infame è stato grande sostenitore (anche se ora geme, perché intuisce che alla fine verrà scaricato e sacrificato dall’ennesimo accordo sottobanco tra Napolitano e Monti), ma a tutti quelli che si aggirano nei suoi paraggi, partecipano alle sue ridicole primarie, perché aspirano ad avere uno strapuntino in un molto ipotetico futuro governo “democratico”.

Non c’è differenza  tra il parlamento berlusconiano che ha attestato che Ruby era la nipote di Mubarak, e maggiorenne, e quel concerto di opportunisti che ha espresso fiducia nell’inchiesta dei carabinieri sul 14 novembre. È altrettanto ridicolo, perché l’inchiesta ha ripetuto, senza l’ombra di una prova, la solita fantasiosa spiegazione proposta dal Questore di Roma, mentre ha rimosso la testimonianza a caldo di Donato Capece, segretario del sindacato di Polizia Penitenziaria SAPPE (a cui è affidata la custodia del Ministero della "Giustizia"), che dopo aver visto il video sui lacrimogeni lanciati durante la manifestazione degli studenti, aveva confermato che nel ministero erano entrati cinque poliziotti di un altro corpo, accompagnati da un funzionario “per controllare la manifestazione dall’alto”.. Invece ora la verità ufficiale è che un solo candelotto, sparato non si sa perché contro gli ultimi piani di un ministero, sarebbe stato capace di farsi in tre, anzi in quattro, per farsi riprendere dalle telecamere. Viva la logica di Stato!

(a.m.23/11/12)



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