Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L'ingenuo Pisapia

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L’ingenuo Pisapia

Avevo spesso parlato con qualche simpatia di Giuliano Pisapia, e naturalmente mi ero indignato quando la Moratti in piena campagna elettorale lo aveva stupidamente presentato come “terrorista”, utilizzando un suo marginale coinvolgimento in uno dei tanti processi scandalosi tentati negli anni Settanta da una magistratura tutt’altro che rossa per colpire la nuova sinistra.

Ne avevo parlato in Pisapia estremista? ricostruendo l’immagine tranquilla e pacata di questo avvocato figlio d’arte che conoscevo da molti anni. Con lui eravamo stati insieme in Libia negli anni Ottanta in un gruppo di studio composto da storici e giuristi per indagare sulle conseguenze dell’aggressione italiana, e mi aveva colpito la sua ingenua curiosità che gli faceva sopportare perfino le più vacue e grossolane apologie del Libro Verde che i propagandisti di regime tentavano di propinarci periodicamente.

Come previsto, quell’attacco inverosimile costò caro alla Moratti. Era il 19 maggio 2011. Ma presto, già il 14 luglio dello stesso anno, avevo dovuto registrare quella che chiamavo  Un'involuzione scandalosa, l’accettazione da parte di Pisapia della politica più corrotta del PD, di cui era diventato succube, per una ulteriore cementificazione di Milano.

Il legame con il tutt’altro che ingenuo Vendola, che aveva sponsorizzato l’operazione di alleanza con la buona borghesia democristiana di Milano ottimamente rappresentata da Bruno Tabacci, ex presidente della regione, ha però avuto altri effetti prevedibili.

Giuliano Pisapia si è prestato oggi a rendere un basso servizio al PD, per colpire e delegittimare il faticoso e contraddittorio processo di costruzione di un “Quarto polo” alla sua sinistra. Un servizio complementare a quello della presentazione del procuratore generale antimafia, Pietro Grasso, prestato al PD in funzione anti Ingroia dalla lista civica nazionale di Montezemolo e Monti con cui era in trattativa da tempo, anche per una maggiore affinità culturale e ideale.

All’interno di un paio di pagine condivise con il suo maestro Vendola, Giuliano Pisapia spara oggi su “l’Unità” diversi missili contro le liste arancioni. Premesso, ma è scontato per chi segue il mio sito, che non ho apprezzato l’OPA (Offerta pubblica di acquisto) fatta da De Magistris e Di Pietro nei confronti di “Cambiare si può”, e la sua progressiva trasformazione in un piedistallo per Ingroia (che non mi piace come leader della sinistra semplicemente perché è assai poco di sinistra), mi sembra indecente e anche ridicolo che Pisapia rivendichi nell’articolo i suoi diritti di proprietà intellettuale su:

1)   Il nome “cambiare si può”, perché figurava già in un suo diario della campagna elettorale;

2)   Il colore arancione, che dal luglio 2010 sarebbe diventato addirittura “una filosofia, un’idea, un percorso, una scelta anche di vita”.

Su questo si dilunga in mezzo articolo, spiegando che “quello arancione non è stato un simbolo inventato a tavolino”, giacché chi ha deciso “di occuparsi della cosa pubblica – che non è né scendere né salire in politica – e di farlo secondo modalità sue proprie”, si è raccolto “sotto quel colore vitale, ottimista, positivo”. E il monopolio ce l’hanno i protagonisti “della primavera milanese, e poi di quella di Cagliari, di Genova”… Basta, dopo queste tre, Pisapia accenna solo vagamente a “centinaia di amministrazioni comunali in tutta Italia”, ma evidentemente si dimentica Napoli e Palermo...

Nessun altro secondo Pisapia ha diritto a usare quel colore e quel nome, soprattutto se vuole “infilarsi in una nuova formazione, tanto meno se formata da tante sigle, spesso in contrasto tra loro”.

Naturalmente concede qualche cosa alle mode della nuova vacuità della sinistra liquefatta, aggiungendo che “la forma-partito al popolo arancione sta stretta”, perché non avrebbe bisogno di simboli e di leader. Ma senti da che pulpito…

Il “popolo arancione” secondo Pisapia avrebbe bisogno invece delle primarie (quelle che SEL e il PD organizzano insieme oggi e domani), che sarebbero il fondamento della democrazia partecipata. La conclusione è sul tono lirico spinto caro a Vendola, ma non senza aver sferrato prima un altro colpo basso: “Condivido l’opinione di chi giudica le manovre intorno alla costituenda lista arancione un’appropriazione politicamente indebita e un’operazione pericolosa”.

Non so di chi è l’opinione che dice di condividere: ma perché non si fa i fatti suoi e non si preoccupa dei molti “infiltrati” nello schieramento in cui lui e Vendola sono ormai definitivamente confluiti? Combattere gli "infiltrati" in "Cambiare si può" spetta a chi questo movimento lo ha creato e sostenuto, non a chi è legato a filo doppio con Bersani e quindi con Monti e il capitalismo italiano.

No, devo ammettere che non può "farsi i fatti suoi", perché la funzione di Pisapia e di Vendola è proprio quella di fare i cani da guardia per conto del PD nei confronti di una possibile concorrenza da sinistra.

(a.m. 29/12/12)



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