Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ingroia scippatore

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Ingroia scippatore

Poche ore fa avevo scritto, in una polemica con Pisapia (L'ingenuo Pisapia), che combattere gli "infiltrati" in "Cambiare si può" spetta a chi questo movimento lo ha creato e sostenuto, non a chi come lui è legato a filo doppio con Bersani e quindi con Monti e il capitalismo italiano. Ma non mi aspettavo che appena finito di scrivere quel pezzo, sarei stato gelato da una conferenza stampa di Antonio Ingroia, da cui apprendevo che non si era “inserito” o paracadutato in “Cambiare si può”, ma l’aveva semplicemente ignorata, e le offriva, se voleva, di trattare insieme agli altri dirigenti di partito per avere uno stanzino nella sua costruzione, bella e pronta, con tanto di simbolo mai votato da nessuno (o forse solo dal CC del PdCI, dove si era riunito per concertare la linea con quei Soloni…). Come metodo "nuovo" non c'è male!

Per giunta era una conferenza stampa povera di contenuti (la mafia non è l’unico problema dell’Italia), e anche di scarsa efficacia. Non sarà un grande trascinatore di folle, Ingroia, una volta sceso in un campo che non è il suo… Beh, però almeno si fa chiarezza. Chi vorrà saltare su quella zattera malferma, lo faccia pure. Lo faranno, per disperazione e mancanza di alternativa, quei dirigenti di partito che hanno contribuito nell’ombra a questa penosa riedizione di una lista arcobaleno, con un programma rappezzato e monco. Mi auguro che la maggior parte di coloro che avevano discusso nelle prime assemblee di “Cambiare si può” continuino a riunirsi, per non spezzare il miracolo di aver ricominciato a parlarsi dopo anni di silenzi.

Continuiamo a discutere cosa fare, indipendentemente da queste orribili elezioni piene di colpi di scena, riscoprendo magari che se votare può a volte essere utile, non sempre è possibile, e che in tal caso ci sono tante altre cose importanti da fare. Magari discutere anche su cosa scegliere di votare, quando non si ha il proprio candidato credibile: se annullando una scheda o scegliendo uno dei tanti mali minori disponibili sul mercato elettorale, se si crede che sia proprio necessario scegliere il “male minore” (Gramsci però era di parere contrario, e lo segnalo riportando un suo breve testo in appendice…).

Ma tra le cose che dovremmo discutere è un bilancio dell’involuzione, declino e tracollo della sinistra: era proprio fatale che i dirigenti dei partiti della sinistra finissero per imitare in tutto e per tutto gli strumenti della borghesia e della conservazione, calpestando i propri militanti e lasciando loro solo la strada del mugugno o del ritorno al privato.

Cerchiamo di capire come e perché è avvenuto, anche tenendo conto di altre esperienze di altri paesi, tra cui quella recentissima della rapida involuzione di un grande partito, che Paolo Ferrero presenta spesso come un modello da seguire: il PT brasiliano. Ne avevo parlato sul sito pochi mesi fa, ma vale la pena di rileggere quei testi oggi, anche per riflettere sull’effetto quasi sempre corruttore della presenza nelle istituzioni borghesi: PT Storia di un fallimento, e soprattutto Brasile - Ascesa e declino di un partito. E quelli come me che venivano dall’esperienza della Quarta Internazionale, conoscevano anche diversi casi, che avevano sfiorato o travolto perfino alcune nostre sezioni, tra cui quella fortissima di Ceylon (oggi Sry Lanka). Raccomandiamo gli scritti sul PT brasiliano soprattutto a quei numerosi compagni del PRC, che hanno assistito impotenti alle manovre fatte alle loro spalle da un ceto politico mediocre ma disperatamente alla ricerca di una qualsiasi possibilità di sopravvivenza, a qualunque costo. Un gruppo dirigente che ha facilitato le manovre di un vero maestro di manovre parlamentari ed extra parlamentari, Oliviero Diliberto, che (insieme ad Antonio Di Pietro) è stato probabilmente il grande regista di questo clamoroso scippo.

Per i retroscena, vedi http://www.soggettopoliticonuovo.it/2012/12/29/ingroia-oggi-si-candida-ma-sul-nodo-dei-partiti-il-movimento-si-spacca-andrea-fabozzi-il-manifesto/

(a.m. 29/12/12)

 

Appendice

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere,

ed. critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1993.

Q. 16 (1933-34) ARGOMENTI DI CULTURA I°, Il male minore o il meno peggio, p. 1898.

 

Il male minore o il meno peggio(da appaiare con l’altra formula scriteriata del “tanto peggio tanto meglio”). Si potrebbe trattare in forma di apologo (ricordare il detto popolare che “peggio non è mai morto”). Il concetto di “male minore” o di “meno peggio” è dei più relativi. Un male è sempre minore di uno susseguente maggiore e un pericolo è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente”, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla “fatalità”, o rafforzarla se già esiste). Poiché è giusto il principio metodico che i paesi più avanzati (nel movimento progressivo o regressivo) sono l’immagine anticipata degli altri paesi dove lo stesso svolgimento è agli inizi, la comparazione è corretta in questo campo, per ciò che può servire (servirà però sempre dal punto di vista educativo).

 



Tags: Ingroia  PRC  Diliberto  Ferrero  PdCI  Di Pietro  ipocrisia  Gramsci  

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