Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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È colpa nostra…

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È colpa anche nostra…

 

Qualcuno dei visitatori assidui del sito ricorderà che il mio atteggiamento troppo diffidente nei confronti di “Cambiare si può”, espresso con un punto interrogativo (Appelli elettorali: alternativi?) era cambiato in seguito a una lettera di un lettore, e avevo finito per fare una sostanziale Autocritica. Lo stesso giovane compagno, Marco Bragaglia, mi ha scritto di nuovo ponendo ancora una volta una domanda importante. Cerco di rispondergli, ma questa volta non ho bisogno di fare un’altra “autocritica”.

 

Caro Antonio,

vorrei commentare con te l'epilogo della questione "Cambiare si può" e Lista Ingroia (perché così va chiamata). (…) vorrei solo un giudizio (che credo di aver colto nei tuoi recenti commenti ma gradirei un parere fermo) sul ruolo e il peso dei partiti (di certi partiti, ad essere precisi) in questa faccenda, insomma, se e quanto ha pesato la volontà diretta dei partiti o se secondo te c'è proprio un gruppo di opinione maggioritario nel Movimento che ritiene (a prescindere da Diliberto, Ferrero, Rinaldini, ecc.) le scelte adottate come giuste, non settarie e inevitabili (o anche solo più comprensibili perché spendibili in campagna elettorale).

 

Te lo chiedo perché ho il bisogno di sapere se "è tutta colpa delle vecchie e misere burocrazie" o se è invece il prevalere di un 'comune sentire' del popolo di sinistra che oggi si ritrova pienamente nella magistratura, nei partiti di governo (PdCI, ecc), nel dialogo 'esterno' con il Pd, e così via (in altri termini, si inquadra pienamente nel sistema borghese dei poteri, senza provare a lanciarsi oltre, metà dentro metà fuori).

 

Comprendi bene come - ammessa la legittimità di questa dicotomia - le conseguenze siano determinanti sul piano politico, anche ai fini della ricerca delle responsabilità e delle scelte strategiche e tattiche. (…)

Caro Marco, nella tua domanda è già implicita la risposta: non basta prendersela con gli apparati dei partiti residuati, che definisco, conoscendoli bene anche da vicino, miserabili. Alcuni bravi compagni del PRC si offenderanno sentendo che definisco così in blocco il ceto politico che li rappresenta, ma devono capire che se quello del PRC è stato capace di presentare un po’ meglio la sua scelta, rivelando almeno un qualche imbarazzo, nella sostanza si è mosso nello stesso modo e con lo stesso obiettivo del PdCI o dell’IDV. E magari con un po’ più di doppiezza.

Ho sottolineato nel primo commento dopo il voto, Dov’è la sconfitta?, che c’era poco da essere orgogliosi di quel risultato: chi conosce quanti sforzi di mobilitazione degli iscritti “in sonno” dal 2008 sono stati fatti per farli aderire in extremis alla lista e per farli votare SI, non può non essere turbato della modestia del risultato: i SI sono stati solo 4.468, pari al 64,7% dei votanti, che erano però la metà degli aventi diritto... Evidentemente, tenuto conto delle altre componenti interne moderate (esigue tra i settanta promotori, ma con figure “pesanti”, come Rinaldini o Beha) e dei militanti del PRC che avevano aderito spontaneamente fin dalla prima ora, a volte diffidati dai dirigenti regionali che escludevano la partecipazione a liste senza il simbolo di partito (è successo qui nelle Marche), il valore aggiunto dal “cammellaggio” finale degli apparati può essere valutato a meno di 3.000 persone. Tra essi molti erano semplici iscritti, non militanti (altrimenti li si incontrerebbe nelle lotte tutti i giorni, e non solo quando si tratta di presentare candidature…). Troppo pochi, per andare alla conquista di una rappresentanza, con tanta concorrenza famelica, fuori e dentro il cartello. Tenuto conto che molti di coloro che non hanno votato, non erano solo distratti dalle feste, ma erano stati disgustati dalla piega assunta dalla trasformazione del progetto: il fenomeno si era già manifestato nella votazione pasticciatissima del 26 dicembre, quando i votanti erano stati poco più di 2.000 su 12.500 nominali. E comunque se non si riesce nemmeno a far votare una parte degli iscritti, che campagna elettorale si vorrà e potrà fare?

Ma qui emerge subito una prima considerazione: se questi apparati sono l’ombra di quel che furono, e si sono mobilitati solo per disperato istinto di conservazione, perché sono riusciti nel loro compito? Credo che si possa dire francamente che non sarebbero riusciti nella loro pur fragile e scoperta manovra, se non ci fosse stata una debolezza sostanziale dell’area che li ha contrastati.

Debolezza politica e organizzativa. Quella politica si era espressa ingenuamente subito nelle prime assemblee, nella ricerca di personaggi validi sul piano mediatico da parte di molti:  ingenuamente erano stati identificati i pur discutibili “arancioni” De Magistris e Orlando, ignorando che a loro non interessava affatto candidarsi, perdendo il ruolo di sindaco di una grande città, più utile e più sicuro di un molto ipotetico posto di deputato. E qui è scattata la trappola preparata con la regia di un vecchio volpone della politica politicante, Oliviero Diliberto, e i consigli e finanziamenti di un altro trafficone sperimentato, Antonio Di Pietro: è uscito fuori Ingroia.

Che è sceso metaforicamente da una scala degna di una soubrette come Wanda Osiris: assemblea osannante al Capranichetta, un giorno prima dell’assemblea che doveva decidere, poi ha fatto un’apparizione all’assemblea del 22 dicembre da star che arriva in teatro, fa il suo pezzo e non ascolta gli altri. Qui c’è qualcosa che non va: gli organizzatori erano ammutoliti per la sorpresa o tentati dall’utilizzazione di questo presunto trascinatore di folle e di voti? Dovrebbero dare una spiegazione. Ma comunque Ingroia era stato accolto da forti applausi della platea, sembrava la carta vincente per andare oltre quel “piccolo cabotaggio” che Livio Pepino aveva dichiarato di non volere, spiegando che definiva tale l’obiettivo di accontentarsi di 10 o 15 parlamentari.

E qui, in periferia, è venuto fuori il peggio: pochissimi – fuori o dentro i partiti - capivano che a qualcuno poteva non piacere essere rappresentato da un magistrato. La loro funzione nel potere borghese è tale, che dei tanti entrati in politica con la sinistra (per non parlare di quelli andati, più o meno nello stesso numero, con destre varie), non ce n’è uno che è uno che abbia meritato la fiducia della sinistra. Figuriamoci in un ruolo da leader unico, da “caudillo”, che si commuove per i poveri imprenditori e ringrazia i poliziotti, e mette il suo nome senza pudore e senza discuterne con chicchessia alla luce del sole, a riempire metà del simbolo… Ma gran parte della nuova sinistra era – dietro le formulazioni rivoluzionarie a volte reboanti – influenzata ideologicamente del PCI, e i loro residui lo sono oggi ancor più facilmente dal PD.

A me non piaceva neppure la stilizzazione del Quarto Stato sul simbolo, perché se ne è fatto prevalentemente da lungo tempo un uso retorico, come del famoso art. 1 della Costituzione tanto esaltato senza domandarsi se significa qualcosa. Pochissimi, forse uno o due, hanno osato dire che – e uno di loro era un costituzionalista – non è sventolandone una copia all’inizio e alla fine di un comizio - che si fa un programma. Altro argomento da sempre tabù.

Ma mi sono guardato dal sollevare altri vespai, visto che c’erano ben altre aberrazioni da combattere. La prima delle quali è l’apertura al PD: voluta non dal solo Ingroia, ma da tutti i suoi sostenitori. Non parliamo di Diliberto, che ha partecipato tranquillamente alle primarie del centrosinistra, e che pur di essere recuperato da qualche parte farebbe di tutto. Anche quelli più sofisticati, in genere ferreriani del PRC, sostenevano che non era un problema, perché tanto il PD non voleva (purtroppo, pensavano). Si vedrà dopo… De Magistris ha buttato la cosa in caciara e ha detto che la proposta di Ingroia non era un problema perché sarebbe durata il tempo di un caffè o di un cappuccino. Quando Bersani non ha offerto neppure quello e ha sparato la cartuccia micidiale della candidatura di Pietro Grasso, Ingroia è passato alle volgari insinuazioni nei confronti del rivale, con una caduta di stile che pagherà, ma su cui nessuno di quelli che lo corteggiano e consigliano ha battuto ciglio.

Ma l’elemento esplicitato solo raramente, e sotteso sempre, anche in alcuni degli interventi non di apparato, era che ci si presenta per “governare”. Ed è ovvio che si governa solo in alleanza col PD (a parte gli ingenui che dicono che siamo il 99% e quindi…). Questo lo hanno ribadito tutti gli esponenti del PRC, a partire dallo stesso Paolo Ferrero, che intervistato il 20 dicembre dal “Foglio” e messo alle strette dalla domanda maligna “Farete la corte a PD e SEL?” prima ha cercato di smentire, dicendo “Loro vogliono il proseguimento dell’agenda Monti”, ma subito dopo, nella stessa risposta, ha ammesso: “Semmai se ne parla dopo le elezioni. In tempo di crisi può succedere di tutto”. Evidentemente non capisce che ventilare la possibilità di discutere un alleanza col PD qualora ne avesse bisogno, significa impedire di presentarsi in netta contrapposizione a quello che è uno dei principali pilastri dell’ordine capitalistico in Italia. Ma il mantra che, siccome non siamo estremisti “puri e duri”, ci si deve porre l’obiettivo di governare, è parecchio diffuso, e comporta la sottovalutazione dell’effetto screditante della alleanze locali col PD sulla credibilità del “Quarto polo” come alternativa ad esso. Uno dei più ardenti difensori di questa tesi qui nelle Marche, Massimo Rossi, già coordinatore nazionale della fantomatica “Federazione delle sinistre”, aveva sperimentato di persona come fosse facile disperdere il prestigio accumulato come sindaco di un piccolo comune, prima, e poi come unico presidente di provincia del PRC, accettando che il PRC si coprisse di discredito presentandosi come alternativo per la Regione con lui capolista, e contemporaneamente alleato con PD e soci in un capoluogo importante come Macerata.

Insomma è evidente che gli apparati hanno lavorato facilmente in un quadro di demoralizzazione, e approfittando degli scarsi anticorpi di molti iscritti a “Cambiare si può” (anche non iscritti ai partiti) nei confronti di programmi e tematiche tutt’altro che rivoluzionarie e in realtà influenzate dal PD. Aggiungerei un’altra osservazione: molti militanti del PRC critici nei confronti dei loro dirigenti, sono stati spinti a rientrare nei ranghi da certe stupide polemiche che attaccavano “i partiti” in genere, e pretendevano il famoso “passo indietro” non solo da chi era stato deputato e ministro o dirigente disposto a votare la spedizione in Afghanistan e a espellere Turigliatto che si opponeva, ma dai militanti che si sentivano così degradati a manovalanza per i volantini… Temo che discutendo malamente i retroscena di questa sciagurata votazione, e dopo i tanti insulti circolati contro la “casta” dei professori, possa esserci una nuova ondata di rigetto del principio stesso del partito, e non delle forme degenerate che hanno preso anche per l’adattamento alle regole e al galateo del potere borghese, e per l’uso sistematico della doppia verità, cioè l’ipocrisia (penso a Bertinotti alla parata militare, ma con la spilletta della pace…). Invece se si riuscirà a non far disperdere le forze che si erano incontrate nelle assemblee, a non dividerle in base alle tessere, il movimento dovrà darsi delle strutture organizzative permanenti, solide e democratiche, basate su delegati revocabili da parte delle assemblee che li hanno eletti. Se si fosse ascoltato chi lo proponeva, non sarebbe stato possibile a una minoranza vociante di sopraffare la maggioranza imponendo la riapertura delle iscrizioni, e non ci sarebbe la situazione attuale di impasse e paralisi.

Ti ringrazio e non ti rimprovero certo per avermi indotto in novembre a un’autocritica per l’eccessiva rigidità del mio giudizio, anche se poi è andata a finire così: partecipare fin dall’inizio, e non da un pulpito o da una cattedra, alle assemblee in cui compagni dispersi da cinque anni e più si ritrovavano è stato bello e non inutile. Ho imparato molte cose. Parecchie non piacevoli, ma comunque, è meglio non illudersi e guardare in faccia la realtà.

Ciao

Antonio



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