Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Riflessioni di una Cassandra

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Riflessioni di una Cassandra

Ho finito per accettare di partecipare ieri a una riunione provinciale mal convocata, in cui alla proposta originaria di discutere insieme sul da fare tra coloro che avevano rifiutato lo scippo di Ingroia, era stata sovrapposta una convocazione estesa anche a chi quello scippo lo aveva accettato “per non perdere l’ultima occasione”. Ci sono andato per non rompere i buoni rapporti stabiliti nelle riunioni precedenti, e anche perché lo stravolgimento della convocazione non era frutto di malizia, ma di inesperienza. Ma la riunione mi ha lasciato l’amaro in bocca, e mi ha fatto temere un esito della campagna elettorale che distrugga un altro po’ di sinistra. In effetti la regia di Diliberto, un grande organizzatore di sconfitte, fa temere il peggio. Ad esempio il tentativo di annettersi il movimento No TAV, offrendo una candidatura a una sua esponente anziché discutere seriamente e francamente con l’insieme del movimento, ha avuto subito ripercussioni negative.

Sono stati gli stessi No Tav nel loro sito a ribadire che “Ogni No TAV (come persona, mettendoci la sua faccia) ha diritto di fare propaganda per il suo sport preferito, per la sua squadra del cuore o per il partito che più gli aggrada e che vorrebbe vedere al governo, ma il Movimento No TAV è al di fuori da queste passioni... il Movimento No Tav diffida qualunque partito e i suoi sostenitori a utilizzare il suo nome per la propria propaganda elettorale. Chi lo fa, lo fa in modo fraudolento, scorretto e ignobile”. In pratica è la stessa posizione assunta qualche settimana fa dal Comitato No Debito.

Sono uscito dalla riunione con la sensazione che non si debba neppure aspettare molto tempo (cioè neppure i risultati delle elezioni) per vedere gli effetti demoralizzanti di questa pessima gestione burocratica delle candidature. Avevo scritto a un compagno che stimo e con cui mi sono trovato spesso d’accordo la lettera che riporto di seguito per concordare una possibile iniziativa comune verso i compagni che potranno essere disorientati da un esito diverso da quello segnato. Avevo scritto tra l’altro che mi preoccupava particolarmente “l’effetto che una eventuale rinuncia alla presentazione al Senato per non danneggiare il centro sinistra avrebbe anche sul voto per la Camera e sull’identità stessa del progetto”. Ieri era solo una sensazione, ora sembra che ci sia stata già un’inverosimile proposta di desistenza fatta al PD e rifiutata. Ma in ogni caso, sul sito personalizzato di Antonio Ingroia, è apparso (in data 4 gennaio, non dicembre!) il suo “primo volantino”, da cui risulta che il programma è sempre quello che si preoccupa soprattutto degli imprenditori: guardare per credere: http://www.rivoluzionecivile.it/2013/01/04/insieme-vinciamo-il-primo-volantino/#.UOr5EHdrRtQ

Così ho deciso di mettere sul sito la mia lettera, anche se può sembrare uno sfogo di una Cassandra. Ma lo faccio perché sono rattristato di sentire dei buoni compagni con cui ci siamo trovati d’accordo anche in un passato recentissimo che cominciano ad insinuare che io mi compiaccia di poter dire: “l’avevo detto”. Non mi compiaccio affatto, anzi comincio a disperare della ragione umana, e mi dispiace soprattutto di dover dare ancora una volta ragione a Giulio Andreotti, quando sostiene che “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca quasi sempre”. E che alcuni dei promotori dell’iniziativa, non solo Ingroia, pensassero a stabilire ponti col PD mi era parso evidente fin dall’inizio. (a.m. 7/1/13)

Ecco la lettera di ieri sera:

Caro ***,

ho continuato a pensare alla riunione di oggi, con inquietudine crescente. Ho avuto la sensazione che il prezzo che pagheremo per questa sconfitta sarà maggiore del previsto. Intanto perché con questo stato d’animo e con l’esiguità delle forze impegnate nel progetto è assai probabile un suo fallimento maggiore di quel che si prevede: hai fatto caso che anche i militanti del PRC, che pure discutevano seriamente di comitati elettorali o di candidature, o di ingenue condizioni (come il rispetto delle assemblee) da porre a chi è abituato a prevaricare sistematicamente la volontà dei suoi stessi iscritti, non erano per niente entusiasti del pateracchio che è venuto fuori, né avevano fiducia in quello che decideranno i 4 scippatori, di cui hanno sperimentato troppe volte i metodi? Come si fa a vincere con così scarso entusiasmo?

Al massimo c’era un po’ di patriottismo di partito, che portava a una mezza assoluzione di Ferrero, come se non avesse fatto parte del gioco fin dall’inizio, per la semplice ragione che non riesce a concepire per un partito altro modo di esistere che la partecipazione a elezioni, a qualunque condizione e con un qualsiasi alleato, perché non sa come far vivere il partito se non col finanziamento pubblico. Un’assoluzione immeritata, quindi, perché era pura ipocrisia dire di essere disposto al “passo indietro” se lo facevano gli altri, sapendo bene che almeno per due degli altri partiti (praticamente inesistenti) non era assolutamente concepibile non presentare i massimi dirigenti. Di Pietro, poi, che una specie di partito lo aveva avuto, sia pur pieno di delinquenti come Razzi, De Gregorio o Scilipoti, e aveva perso molti altri pezzi quando era stato smascherato per le sue ruberie personali, era ormai sull’orlo della sparizione in caso di presentazione col proprio simbolo. Quindi era impossibile concordare un “passo indietro” di tutti e quattro i segretari.

Non sappiamo quanti altri rospi farà ingoiare ai suo sostenitori Antonio Ingroia: forse altre avances insensate a Bersani e a Grillo, magari ulteriormente vanificate da successivi gesti di dispetto, come gli attacchi a Pietro Grasso (che gli hanno provocato critiche severe da amici comuni come Nando Dalla Chiesa, o Caselli), o la proposta di candidatura agli espulsi dal M5S. In ogni caso uscite estemporanee che rivelano la sua scarsa conoscenza di quel che pensa il “popolo di sinistra” che dovrebbe votarlo, e che non conosce affatto, perché l’unico partito che ha frequentato è il PdCI, l’unico di cui accetta i consigli. Non parliamo poi dell’effetto che una eventuale rinuncia alla presentazione al Senato per non danneggiare il centro sinistra avrebbe anche sul voto per la Camera e sull’identità stessa del progetto.

Perché mi preoccupo, potresti domandarmi, se non ho fiducia nell’operazione così come si è configurata dopo la teatrale entrata in scena di Ingroia? Perché ho vissuto troppe volte l’effetto distruttivo di verifiche di eventi pur prevedibilissimi. Contrariamente a quello che mi hanno detto a volte dei bravi compagni che hanno votato SI, non ci tengo affatto a poter dire “l’avevo detto”. So bene che le Cassandre non solo non sono ascoltate ma sono detestate e rimosse.

Ti faccio tre esempi che mi bruciano ancora. Il primo è il più tragico. Ho vissuto gli effetti distruttivi sulla sinistra del cosiddetto “crollo del muro”, cioè dello sgretolarsi di un sistema di potere che si credeva eterno come il Vaticano, e veniva presentato dagli stessi avversari come pressoché onnipotente. In realtà a chi ne aveva seguito le crisi come militante ma anche come storico, la rivolta operaia di Berlino nel 1953, quella analoga di Poznan nel 1956 e la grande insurrezione dei consigli operai ungheresi nello stesso anno, le ricorrenti esplosioni polacche, il soffocamento violento del pacifico tentativo di autoriforma della “primavera di Praga”, era chiaro che quel sistema era minato da contraddizioni profonde. Ne avevo scritto più volte, senza essere ascoltato (ad esempio una mia relazione su questi temi alla Commissione Internazionale di DP, pazientemente trascritta, fu poi cestinata dalla responsabile del Bollettino interno, Marida Bolognesi, poi finita a baciare rospi…) Ho poi scoperto che Guevara era arrivato alle stesse conclusioni su quel sistema osservandone da vicino le gravi disfunzioni sul piano economico. È servito a qualcosa averlo capito? Prima eri inascoltato, poi accolto con polemiche volgari e insinuazioni contro gli intellettuali saccenti e appunto le Cassandre… Guevara è ricordato dai più caricaturalmente come un avventuriero, e ignorato per il suo pensiero critico.

Il secondo è il caso del manifestarsi delle contraddizioni interne della rivoluzione vietnamita: io l’avevo sostenuta, per la sua portata oggettiva, pur sapendo delle sue tare staliniane (molti compagni trotskisti che nelle elezioni del 1936 avevano avuto più deputati di quelli di Ho Chi Min, erano stati sterminati nel corso della guerra dai servizi segreti inquadrati dai sovietici). Per questo non sono crollato vedendo l’esito dell’imposizione brutale del modello del Nord stalinizzato al Sud più articolato e variegato politicamente, che fu una delle cause dell’esodo disperato dei Boat Peuple; non era imprevedibile neppure la guerra fratricida tra Vietnam, Cambogia e Cina. E non mi sono pentito per aver sostenuto una rivoluzione in sé giusta, anche se con una direzione discutibile. Per moltissimi giovani che si erano formati appoggiando quella lotta, ma mitizzandone i protagonisti, quelle vicende invece portarono a un abbandono delle idee rivoluzionarie. Lo stesso avvenne con l’esperienza del Nicaragua dopo il crollo elettorale del 1990, con lo strascico odioso della piňata, come venne chiamato l’accaparramento privato dei beni pubblici da parte dei dirigenti sandinisti, subito dopo la sconfitta: per una intera generazione fu un trauma terribile. Ce ne sarebbero parecchie altre di vicende internazionali non capite mentre erano in corso, e sulle quali poi si accettò l’interpretazione del nemico di classe…

Ma penso anche a una vicenda italiana come le elezioni del 1972, a cui ho accennato recentemente nell’articolo Tutti uniti, tutti insieme?. Particolarmente attuale, nonostante l’apparente diversità delle situazioni. Allora fu il settarismo speculare del gruppo del Manifesto (che per far accettare ai suoi militanti, in prevalenza astensionisti, la partecipazione alle elezioni, non volle concordare con altri la sua lista né mettere candidature significative di “avanguardie” delle lotte di quegli anni, a parte il povero Valpreda, che era solo una vittima e non avanguardia di niente) e quello degli altri gruppi della sinistra che per ripicca rifiutarono l’appoggio alla lista. Il risultato fu che pur avendo fatto emergere complessivamente oltre un milione di voti alla sinistra del PCI, e non era poco, nessuno raggiunse il quorum anche perché erano divisi in quattro liste diverse. Da allora la “nuova sinistra” cominciò a pentirsi e a rifluire nel PCI, dove ebbe un ruolo spesso peggiore dei vecchi quadri stalinisti. In ogni caso non era stata una “fatalità” quell’insuccesso, che per giunta non sarebbe stato catastrofico, ma un buon inizio, e invece fu buttato via: ancora oggi la Castellina & C dicono che fu un “fatale errore” la presentazione in sé e non le sue forme...

Se questa volta non si raggiungerà il quorum, come è abbastanza probabile, soprattutto se si mettono personaggi impresentabili e si fanno dichiarazioni insensate, si può essere sicuri che - a parte gli idioti che diranno che è stata tutta colpa del sabotaggio della “casta giornalistica”, o dei “professori” cagadubbi - chi aveva creduto di aver trovato una scorciatoia per ottenere una rappresentanza (poco meritata, non avendo fatto molto negli ultimi anni), abbandonerà definitivamente ogni residua militanza. E non si domanderà affatto se era la strada migliore quella di delegare le decisioni a un magistrato presuntuoso e a quattro sperimentati organizzatori di sconfitte, incapaci di ascoltare non dico cosa pensa e vuole il paese, ma neppure la loro stessa base…

Come fare per arginare la possibile demoralizzazione? Impossibile seguire la strada della sesta proposta di Paolo Cacciari: disinteressarsi del tutto e pensare al dopo. In fondo si tratta di chiudere la tv e non comprare i giornali per poco più di un mese. È quello che già fa la maggioranza degli italiani. Impossibile perché se si facesse così non riusciremmo a riprendere dopo il voto la discussione con i compagni oggi entusiasti: ma si deve spiegare che il nostro modo di fare campagna elettorale non è chiedere il voto come fanno gli altri, magari con i “santini” e i manifesti con le facce dei candidati, ma discutere sui nostri limiti passati, sulle cause delle nostre sconfitte, e soprattutto sui nostri compiti per il futuro prossimo. Ma discutere anche su come concepiamo la presenza nelle istituzioni, su quello che è il contesto europeo in cui si colloca la nostra battaglia (mi fa orrore sentire le banalità sulla dittatura della Merkel), su quale è stato realmente il percorso che ha portato Syriza all’attuale forza. E tra le cose dimenticate, o sostituite grottescamente da vaghi accenni alla “questione sociale” o del lavoro, discutere su come possiamo intervenire per affrontare la grave crisi del sindacato, non solo della CGIL ma della stessa FIOM, a cui non basta rimproverare il fiancheggiamento di SEL.

Insomma “usare”, come ha detto *****, la campagna elettorale per fare quello che si doveva fare prima e che si era cominciato appena ad abbozzare nelle prime assemblee, in cui si era discusso anche un po’ di più di obiettivi e di programmi…

Preferirei discutere di questo in una cerchia ristretta che eviti discussioni inutili sui volantinaggi e la distribuzione dei facsimili, e provi ad andare avanti nell’identificazioni dei nostri compiti. Ci proviamo?

Ciao,

Recanati, 6 gennaio 2013

Antonio



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