Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Siria: un po' d'ordine

E-mail Stampa PDF

Siria: facciamo un po' d'ordine

Una sistematizzazione della complessa situazione siriana  in un articolo di Robin Yassin-Kassab, che smonta molti dei luoghi comuni fuorvianti su sponsor veri o presunti dei ribelli.

pubblicata da International Tahrir Lunedì 28 gennaio 2013

Pubblichiamo la traduzione di un articolo di Robin Yassin-Kassab apparso il 23 Gennaio su Foreign Policy e proposto da Lorenzo Trobetta sul sito www.sirialibano.com.Come introduzione condividiamo il commento dello stesso Trobetta pubblicato sul suo sito che serve a nostro avviso a dargli una giusta lettura critica.

C’era bisogno di mettere un po’ d’ordine. Ci pensa Robin Yassin-Kassab con un articolo, che vi proponiamo di seguito e che affronta, tra l’altro, il tema di quanto siano effettivamente armati i ribelli siriani e di che ruolo stiano da mesi svolgendo l’Arabia Saudita e il Qatar. Nessuno crede che Riyad e Doha vogliano portare democrazia. Ma è sempre più evidente che non hanno nemmeno interesse a dare la spallata finale al regime.

Anche Stati Uniti e Turchia, al di là dei proclami, hanno dimostrato di non aver fretta. Washington frena sul sostegno ai ribelli e lascia che le frange più estremiste – o sedicenti tali – ricevano fondi e armi dai regimi oscurantisti della regione. Mentre Ankara sembra pensare ai suoi interessi limitati alla questione curda. E’ vero, si prepara a dispiegare i Patriot,ma i turchi non hanno alcuna intenzione di creare una no-fly zone nel nord della Siria.

L’articolo di Robin Yassin-Kassab è dunque da leggere perché con chiarezza fa il punto della situazione, ricordando cosa si è detto e fatto nei mesi scorsi. Spinto dal rispondere a quanto scritto, sempre su Foreign Policy, da Marc Lynch, Yassin-Kassab a nostro avviso cade però in una delle più insidiose trappola retoriche dell’Occidente, concludendo sulla necessità di sostenere i “ribelli moderati”. Moderati? Che significa?

 Yassin-Kassab è nato e cresciuto in Occidente. Come scrive sul suo blog, Qunfuz, I am Robin Yassin-Kassab, born in west London in 1969. Except for six months in Beirut, I grew up in England and Scotland. I have lived and worked in London, France, Pakistan, Turkey, Syria, Morocco, Saudi Arabia and Oman.

E forse per questo è caduto nella trappola? In ogni caso, il termine “moderato” (usato anche nel titolo del suo pezzo) è a nostro avviso uno dei più ambigui e pericolosi. Usato spesso per rassicurare le opinioni pubbliche e le cancellerie: basti pensare a come da anni in Italia si parli di “musulmani moderati” in riferimento ai “musulmani buoni” per distinguerli da quelli che sarebbero invece estranei ai valori occidentali; oppure si pensi all’uso che per anni si è fatto dell’espressione “Paesi arabi moderati”, in riferimento alle dittature arabe filo-occidentali, come l’Egitto di Mubarak e la Tunisia di Ben Ali. 

A integrazione e critica delle conclusioni di Yassin-Kassab, ci sentiamo però di dire con certezza che nella Siria in rivolta ci sono diversi attori, forti di una legittimità locale non indifferente, che possono svolgere un ruolo positivo anche nella Siria di domani. Al di là delle etichette occidentali. E dei timori di sponsor che sponsor di fatto non sono. Buona lettura!

---

Alle proteste non violente che chiedevano le riforme il regime baathista di Damasco ha risposto con eccidi, caos ed ha creato le condizioni per far prosperare il jihadismo. La rivoluzione, ora parzialmente armata, sta facendo del suo meglio per ridurre lo spargimento di sangue ed eliminare il regime.

Marc Lynch, uno dei più acuti analisti di Medio Oriente a Foreign Policy, sostiene che dopo più di sessantamila morti "l'anno trascorso dovrebbe essere una lezione per coloro che chiedono di armare i ribelli." In un articolo precedente scriveva che "i gruppi armati siriani sono pieni di armi."

Chiunque abbia l'erronea convinzione che le potenze straniere pro-rivoluzione abbiano inondato la Siria di armamenti supertecnologici dovrebbe dare un'occhiata al blog di C.J. Chivers, corrispondente del New York Times, o esaminare attentamente i siti internet che mostrano delle bombe a catapulta improvvisate ed automobili corazzate controllate con le PlayStation. Questi difficilmente sono gli strumenti di una forza combattente che è stata armata fino ai denti.

Mentre è vero che alcuni gruppi armati — in particolare Jabhat al-Nusra, legata ad al Qaida — alcune volte si sono ritrovati in possesso di molte armi, la resistenza rimane largamente dipendente dalle armi che riesce a comprare, rubare o a sequestrare dalle basi e dai checkpoint catturati.

Per farla semplice, le ipotesi di coloro che chiedono di armare i ribelli non sono state controllate perchè i ribelli non sono stati armati — ad eccezione di alcuni casi irrilevanti, sporadici e, secondo le parole di Lynch, "malamente coordinati. Ad esempio: la carenza di munizioni ha rallentato la prima avanzata dei ribelli ad Aleppo fino a bloccarla in maniera distruttiva.

Si, i sauditi ed il Qatar hanno distribuito delle armi leggere — ognuno secondo i propri interessi che hanno solo peggiorato la disorganizzazione delle forze ribelli. Gli Stati Uniti li hanno trattenuti dal fornirgli le armi pesanti, che avrebbero fatto la differenza contro i carri armati e l'aviazione. In ogni caso gli stati arabi del Golfo stanno anche manipolando il conflitto siriano per i loro fini: la tattica saudita sembra voler lentamente estendere l'Iran in Siria come durante la guerra tra Iran ed Iraq piuttosto che spingere per una vittoria rapida dei rivoluzionari.

Il dispiegamento da parte della NATO dei missili Patriot in Turchia, che saranno utilizzati solo per bloccare i missili che varcheranno il confine turco piuttosto che per stabilire una no-fly zone, riassume l'orientamento strategico generale degli stati del Golfo e dell'occidente: un inutile tentativo di mettere in quarantena il problema siriano piuttosto che permettere che la rivoluzione giunga velocemente alla sua conclusione naturale.

Ad ottobre e a novembre i ribelli hanno acquisito dei sistemi di contraerea trasportabili dall'uomo (MANPADS), che erano stati quasi sicuramente sequestrati dalle basi del regime catturate. Vennero abbattuti diversi aeroplani ed elicotteri inducendo i media ad annunciare un altro punto di svolta della situazione. Ma ora i MANPADS sono finiti e le città ed i villaggi sono tornati all'infinito tran tran dei bombardamenti aerei.

Un rifornimento regolare e ben coordinato di armamenti antiaerei avrebbero liberato parti della Siria settentrionale da queste bombe che annientano vite ed infrastrutture. I profughi sarebbero potuti tornare dalla Turchia. La Coalizione Nazionale Siriana, l'organizzazione ombrello dei gruppi d'opposizione, avrebbero potuto fare uno sforzo reale per coordinare in queste aree l'amministrazione ed i rifornimenti di cibo, indebolendo così il potere dei signori della guerra. Sarebbe ricominciata la ricostruzione e sarebbero state riaperte le scuole. Ma non ci sono stati rifornimenti ed il risultato è che la Siria settentrionale sta morendo.

Lynch scrive: "È troppo tardi per impedire la militarizzazione del conflitto o per prevenire la marginalizzazione dei gruppi non armati". Anche se questa frase è completamente vera non tiene conto dell'enorme e continua disparità tra le parti. Il regime non è solo meglio armato ed organizzato rispetto alle milizie della resistenza, ma è anche la forza di gran lunga più distruttiva nel paese, otre che il maggior assassino di civili. A questo punto non è insolito che vengano uccisi mille civili a settimana. Le bombe non vengono sganciate sulle file di persone che si riforniscono di pane o benzina per perseguire una tattica di battaglia, ma per massacrare, terrorizzare e demoralizzare la popolazione indifesa.

Il differenziale di potenza militare non induce a limitare l'uso della forza da parte del regime siriano, ma nei fatti lo incoraggia. Le fazioni più forti contano di sopraffare l'altro quando falliscono le altre soluzioni, esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti in Iraq o come Israele ha fatto più e più volte contro Gaza. La disparità di armamenti è l'unica ragione per cui il dittatore siriano Bashar al-Assad continua a credere di poter vincere. Ha perso grandi segmenti del paese, gran parte della popolazione lo disprezza e l'economia sta crollando, ma ha ancora aerei, elicotteri, carri armati e missili mentre i suoi avversari no.

Alla luce dell'estrema repressione del regime l'armarsi della rivoluzione era inevitabile. La protesta non violenta continua ad essere importante ma ha perso la centralità che aveva nei primi mesi — prima della comparsa dell'Esercito Libero Siriano (ELS) — perchè le manifestazioni pacifiche venivano costantemente disperse dai proiettili e dalle manganellate e gli attivisti non violenti venivano torturati a morte. L'ELS non ha creato queste condizioni, ma ne è stato una risposta. Quando ai soldati viene ordinato di sparare sui propri compatrioti disarmati qualcuno inevitabilmente diserta. Quando la gente vede la distruzione delle proprie case, lo stupro delle proprie sorelle, la tortura dei propri figli qualcuno inevitabilmente imbraccia le armi. Una volta fatto ciò vengono braccati dal regime, e loro devono abbatterlo o morire.

Lynch scrive ancora: "Gli Stati Uniti dovrebbero premere di più sui loro alleati nel Golfo affinchè smettano di inviare armi e denaro ai loro agenti per un vantaggio competitivo." Questa è una ricetta per un massacro di massa: queste persone non si arrenderanno e la Russia e l'Iran non fermeranno il flusso di armi e denaro verso il regime.

Lynch ha ragione quando dice che un intervento estero diretto è sconsigliabile: soddisferebbe le aspettative di coloro che credono che la rivoluzione siriana sia un accerchiamento dell'Iran e che i rivoluzionari siano pedine nelle mani ignobili potenze straniere. Ci sono troppi brutti precedenti, soprattutto che coinvolgono gli Stati Uniti. Inoltre sarebbe un conflitto molto più difficile della Libia: le forze occidentali si troverebbero a combattere numerose guerre tutte insieme — contro l'Iran, Hezbollah, al Qaida e forse anche contro gli insorti kurdi. La loro presenza potrebbe inasprire l'elemento settario del conflitto.

Ma l'intervento diretto è sempre stato improbabile: è una falsa pista (la più persistente nel conflitto) che valuta male gli umori in occidente, la sua economia e le sue attuali capacità di intervento in Medio Oriente. L'unico intervento utile non è un invasione di terra o dall'aria, bensì uno sforzo coordinato tra l'Occidente, gli arabi e la Turchia per finanziare ed armare il CNS, attualmente riconosciuta da oltre 130 paese come il "solo" e "legittimo" rappresentante del popolo siriano.

Riguardo Jabhat al-Nusra Lynch scrive: "lo slittamento nell'insurrezione armata e la guerra civile è ciò che ha portato al Qaida, non l'insuccesso dell'America nel consegnare le armi."

Ciò è di nuovo vero, ma di sicuro il tempo ha avuto il suo ruolo: in Iraq c'è voluto più di un anno di attacchi contro i civili sciiti prima che le milizie sciitie si preparassero alla pulizia etnica. In Siria durante il primo anno di rivoluzione armata Jabhat al-Nustra è stato un gruppo marginale ed irrilevante. È stato un anno di traumi crescenti e di disperazione per i militari disertori ed i civili. I traumi e la disperazione tendono a radicalizzare le idee politiche della gente.

Ma soprattutto due fattori hanno migliorato sensibilmente il profilo di Jabhat al-Nustra negli ultimi sei mesi, e nessuno dei due è ideologico. Il primo è la carenza di armi tra i gruppi ribelli. L'arsenale di Jabhat al-Nusra già esistente — acquisito dall'Iraq e da donatori privati del Golfo — sposato con l'indomita disciplina in battaglia dei suoi quadri le ha permesso di catturare una serie di installazioni militari ad est, e così di procurarsi nuove armi, tra cui l'armamento pesante. Ha usato le nuove armi per prendere di mira nuovi e più grandi bersagli del regime, come l'aerodromo di Taftanaz nella provincia di Idlib, ed in questo processo ha guadagnato nuove reclute desiderose di armi.

Il secondo fattore è la fame. Ad Aleppo s'è scatenata una crisi alimentare perchè il regime ha bombardato i panifici, ci sono poche linee di approvvigionamento e per i saccheggi e la mancanza di disciplina delle milizie. Jabhat al-Nusra ha controllato la situazione ed ha ricevuto il consenso della popolazione per aver sorvegliato le provviste di grano ed aver equamente distribuito il grano. Secondo gli standard odierni ad Aleppo sta governando bene. Fino ad ora sembra essere l'incarnazione di al Qaida più apprezzata — quella che ha imparato le preziose lezioni dall'ala iraqena, con cui mantiene i legami, che si era alienata i consensi delle comunità sunnite iraqene.

È troppo tardi affinchè ci sia un lieto fine in Siria. Non ci sono risposte semplici agli enormi problemi del paese, ma c'è un evidente primo passo per una soluzione: finanziare gli islamisti moderati ed i laci del CNS, che allora sfameranno gli affamati e finanzieranno i combattenti autorizzandoli a comperare le armi di cui hanno bisogno. Questo primo passo fornirà un interlocutore siriano reale a quelle comunità spaventate dal futuro rivoluzionario e dall'occidente — un ente di transizione politico piuttosto che un raggruppamento di milizie. (Foreign Policy).

 

Traduzione di Emanuele Calitri.

Articolo originale di Robin Yassin-Kassab su http://www.foreignpolicy.com/articles/2013/01/23/fund_syria_s_moderates_rebels_civil_war

 



You are here