Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Una corsa senza freni verso destra

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Ogni giorno Letta in persona o altri esponenti dell’ala del PD più entusiasta del governo di larghe intese anticipano i desideri di Berlusconi: lo stesso premier ha assicurato che mai e poi mai si potrà votare ancora un presidente della repubblica con lo stesso sistema usato finora… Enrico Letta ha manifestato una vera vocazione per queste politiche trasversali fin da quando era ragazzo, e lo zio Gianni lo portava a casa di Andreotti, a rendergli omaggio e apprendere lezioni utili. A fargli da spalla c’è spesso Francesco Boccia, che delle larghe intese è stato un vero precursore, anche a livello familiare, sposando la deputata berlusconiana Nunzia Di Girolamo, oggi ministro delle politiche agricole.

Tutti questi personaggi danno per scontato che la miglior cosa sia il presidenzialismo o semipresidenzialismo (solo perché il PDL ci tiene tanto) e hanno una fretta matta di provvedere in tempo. Una fretta strana, dato che si è appena votato e ci dovrebbero essere quasi sette anni prima della prossima volta: se ne è accorta perfino la Lega, che cerca sempre qualcosina per differenziarsi... Chi al di fuori del ceto politico può appassionarsi al modo di eleggere il presidente? Si direbbe che per Letta e compari invece non ci siano proprio altri problemi più urgenti.

I fautori dell’elezione diretta del presidente dicono che bisogna evitare il “dramma” dell’impasse istituzionale delle prime votazioni a vuoto. Come se non ci fossero state in passato elezioni di presidenti avvenute dopo più di venti scrutini, senza nessun dramma, mentre casomai va ricordato che alcuni dei peggiori, ad esempio Francesco Cossiga, furono eletti al primo voto.

In realtà Letta, Boccia e compagnia bella erano del giro che profetizzava sciagure per lo stallo e preparava la sceneggiata del Napolitano-Cincinnato richiamato al combattimento per la patria. Soprattutto erano terrorizzati dall’eventualità che fosse eletto un Rodotà, che aveva la colpa di non essere disponibile proprio a tutto. Perfino Prodi li spaventava: non è certo di sinistra, ma la sua “colpa” ai loro occhi è che digerisce male quel Berlusconi che gli aveva eroso la maggioranza con una costosa campagna acquisti…

Questi zelanti paladini del prolungamento della formula delle larghe intese, che vogliono trasformare da espediente per fronteggiare un’emergenza in una soluzione permanente, stanno preparando però nuove sconfitte al loro partito: tanto per cominciare stanno involontariamente consentendo a Beppe Grillo, che si direbbe il loro unico nemico, di recuperare in fretta il terreno che aveva perduto in seguito al ritorno all’astensionismo di una parte notevole del suo elettorato, e anche per le sue risposte fuori tono alle prime critiche di alcuni che pure gli erano stato amici e che lui stesso aveva elogiato e proposto per la carica occupata poi da Napolitano.

Infatti la proposta del PD per il finanziamento ai partiti è così spudoratamente truffaldina che ha permesso al M5S di dimostrare che il suo momentaneo indebolimento è stato già utilizzato dai vecchi partiti, pur sconfessati da parte del loro elettorato, per tornare a far politica come se nulla fosse accaduto nelle elezioni di febbraio: infatti hanno proposto solo una ridicola variante del vecchio sistema, con in più una clausola contro il M5S… in realtà il recupero del M5S (che loro temono tanto) non sarebbe in sé un male, se finalmente cominciasse a incalzare più decisamente ed efficacemente il PD sulle sue contraddizioni di fondo, invece di limitarsi a punzecchiarlo con gli sfottò…

La peggiore conseguenza dell’apertura di Letta al presidenzialismo è però che facilita ogni tipo di ricatto: intanto, in attesa di discuterne, e del lunghissimo iter previsto per le modifiche costituzionali, si congela il porcellum, per cui in caso di una rottura dell’intesa per una delle mille ragioni possibili, si andrebbe a votare di nuovo con quella legge truffaldina. E di pretesti per rompere il PDL ne ha pronti parecchi: ha perfino indicato come possibile causa di una crisi di governo una eventuale sentenza della Consulta sgradita a B., dimostrando cosa pensa dell’indipendenza della magistratura (che Alfano, quando era ministro guardasigilli oltre che portaborse del capo, aveva già tentato di colpire variamente).

Ma anche nel caso si riuscisse a introdurre in tempo l’elezione diretta del capo dello Stato, verrebbero spazzati via come niente candidati spenti e insignificanti come Bersani o Letta (e probabilmente anche lo stesso istrioncello Renzi, se avesse l’età per presentarsi) a favore del super istrione sperimentato. Per questo riaffiorano i dubbi di Napolitano, spesso più lungimirante dei suoi discepoli, anche se come loro è fermissimo nel condannare il proporzionale puro come la suprema sciagura.

Comunque come effetto dell’allineamento di parte del PD alle tematiche berlusconiane, in un recente sondaggio fatto dall’IPR per il TG3, è emerso che il 57% degli italiani sarebbe già a favore dell’elezione diretta del presidente. A tanto è arrivata la cancellazione di ogni elementare concezione democratica e di ogni memoria storica: ad esempio il PD spesso cita la Francia, sorvolando sul fatto che il presidenzialismo attuale vi fu introdotto con un colpo di Stato da De Gaulle, nel quadro drammatico della Guerra di Algeria. Vero che fu poi mantenuto dai socialisti (con il PCF più o meno a rimorchio) nella convinzione di poter beneficiare anche loro di quella restrizione della democrazia... Come è accaduto qui col porcellum, d’altra parte.

Quanto agli Stati Uniti non si dice mai che il loro sistema per la scelta del presidente è pessimo, permette a volta la vittoria di chi ha avuto meno elettori a suo favore, e cancella sempre le minoranze anche se consistenti. È accettato perché gli USA sono un paese privo di democrazia sostanziale (a volte vota si e no il 20% degli iscritti, e in base a criteri impressionistici), ma soprattutto perché il presidente degli Stati Uniti non è il vero detentore del potere. Altrimenti il paese non sarebbe sopravvissuto a presidenti come Reagan (un mediocre attore che confondeva un paese o un continente con un altro) o Bush junior che durante l’attacco alle torri gemelle insegnava a leggere ai bambini tenendo il libro alla rovescia, o Gerald Ford (di cui si diceva che non sapeva fare contemporaneamente due cose “difficili” come scendere la scaletta di un aereo e masticare un chewing gum). Impossibile che fossero il vero vertice, il vero potere era nell’ombra, dietro di loro.

Napolitano d’altra parte non ha bisogno di introdurre il presidenzialismo, lo pratica già in modo spudorato, pontificando su tutto, e dispensando dosi da cavallo di ipocrisia. A proposito di cavalli, ha vantato di aver concepito la parata militare al risparmio, facendo sfilare a piedi i corazzieri. Come al solito il risparmio annunciato è solo fumo negli occhi: i cavalli sono rimasti nelle stalle, ma ci sono e costano nello stesso modo se sfilano o no. Lo stesso per le frecce tricolori, rimaste negli hangar, ma che hanno fatto costosissime esercitazioni fino al giorno prima e ne rifaranno altrettante dal giorno dopo.

In sostanza invece di dare un segnale inequivocabile semplicemente rinunciando alla parata militare, che esalta il peggio del nostro paese (a partire dalle foto e dagli striscioni per i due marò assassini sulle tribune, in cui le loro famiglie sedevano accanto alle autorità), la riduzione di qualche mezzo lasciato nei garage si allinea con gli altri spot pubblicitari sui tagli alle spese inutili, come quello che ogni tanto rilancia la favola del redditometro, o l’annuncio altrettanto periodico di tagli al finanziamento degli apparati dei partiti.

In realtà non si taglia mai il sistema di sgravi ai padroni, che insieme alle spese militari è la principale causa del deficit del bilancio statale. Ora è stato annunciato (ma lo hanno fatto più volte negli ultimi anni) che chi assume dei giovani non pagherà imposte. Vedremo cosa se ne farà… In realtà per i capitalisti ci sono già mille modi per non pagare. Quando si segnala sorpresi il fatto che gioielleri o commercianti o piccoli industriali dichiarano meno dei loro dipendenti, si dimentica che non si tratta di un’evasione illegale, ma della logica conseguenza delle mille facilitazioni e sgravi possibili per un im/prenditore, tutte legali, ed impossibili invece per il lavoratore, a cui il fisco preleva direttamente le imposte sulla busta paga.  

Sono gli sgravi periodici e cumulativi che fanno sì che i padroni non appaiano mai evasori, se non in casi isolati e particolarmente spudorati, ma comunque mai puniti efficacemente. I padroni sono solo “accorti utilizzatori” delle detrazioni offerte loro da tutti i governi di qualsiasi colore. Basti pensare, per fare un piccolo esempio, che mentre per un lavoratore l’auto è spesso una necessità per raggiungere il posto di lavoro mal collegato con i mezzi pubblici, ma la paga senza sconti, per un qualsiasi imprenditore anche piccolo l’auto magari di lusso presa in leasing è detraibile come necessaria alla produzione del reddito…

Per questo nel programma della sinistra da ricostruire dovrebbe esserci sempre non solo la lotta all’evasione con il controllo dal basso, ma anche la denuncia del meccanismo di prelievo spietato sulle buste paga e di lassismo programmato sui profitti e le rendite, per farne il centro di una controffensiva anche su questo terreno.

Riflessione amara, meno contingente

Perché governo e presidente della repubblica possono inondarci ogni giorno di favole senza fondamento? Perché l’Italia è il paese in cui – a parte la Grecia - le condizioni di vita sono peggiorate più bruscamente e radicalmente rispetto al resto di Europa (l’età pensionabile è diventata la più lunga d’Europa, la valanga di disoccupati, l’assurda vicenda degli esodati, ecc.) senza nessuna protesta significativa? Anzi che vede gli operai cacciati da fabbriche svuotate arbitrariamente dei macchinari che a volte chiedono solo a burocrati sindacali e assessori accorsi in frotta: trovateci un altro padrone… E quello che in tempi lontani era un sindacato di classe, la CGIL, si fa dettare la linea dal presidente di Confindustria… Vedi Cremaschi: no al patto sulla rappresentanza

Ce lo domandiamo spesso tutti. Oggi le riflessioni su questo sono stimolate dal fatto che in un altro paese mediterraneo, la Turchia, è emersa in questi giorni una rivolta imprevedibile di grande ampiezza, innescata come molte altre recenti da un episodio apparentemente minore. Difficile prevederne l’esito, soprattutto per il peso in quel paese di uno dei più temibili e pericolosi eserciti del mondo, ma è comunque cominciata, e col suo dilagare improvviso ha già provocato un tonfo della borsa, ma anche smontato le teorie complottiste sulle “presunte rivoluzioni arabe organizzate dall’esterno”, diffuse in diversi settori della già debole sinistra italiana che hanno l’ago della bussola puntato su Caracas e l’Avana.

Una spiegazione c’è del perché da noi non accade (ancora) niente. La borghesia italiana ha potuto sferrare con successo gli attacchi tremendi iniziati nel 1980 a Mirafiori, e poi proseguire indisturbata nello smantellamento graduale delle conquiste dei lavoratori, perché ha avuto di fronte non solo la passività, ma l’aperta complicità della direzione di quello che era il maggior partito comunista del mondo, e del sindacato ad esso legato. La sinistra italiana non ha subìto, ma è stata attivissima in prima persona nella cancellazione della memoria storica e delle concezioni classiste che avevano consentito ai lavoratori italiani successi notevoli, e li avevano fatti apparire come un punto di riferimento per tutta la sinistra europea. Lo ha fatto prendendo a pretesto il crollo del sistema del "socialismo reale" ma in realtà per essere accettata nella "stanza dei bottoni". E ha commentato volta a volta ogni sconfitta spacciandola per vittoria o almeno come “male minore”.

Qualche compagno mi ha detto che parlo quasi solo delle malefatte del PD e non di quelle del PDL. Per certi aspetti è vero, ma perché il comportamento del PDL è coerente, loro fanno il mestiere per cui sono nati, difensori dei profitti e degli interessi dei capitalisti. Sono stati il PCI e i suoi epigoni che hanno cambiato casacca e hanno gettato a mare il loro patrimonio di idee e hanno fatto proprie quelle del nemico di classe. Ed è a quel poco che rimane della base sociale originaria che ci si rivolge con le critiche.

La crisi del PD, ultimo fragile e penoso residuo di quel grande partito comunista, deve togliere però ogni alibi: il movimento dei lavoratori deve essere ricostruito a partire da una critica spietata di quel processo involutivo, riallacciandosi a quella storia gloriosa che un’intera generazione di dirigenti si è sforzata di cancellare con una frenesia ideologica tipica dei neofiti del liberismo e del capitalismo. E rompendo anche con chi assume la funzione di “rete a strascico” del PD raccogliendone gli scontenti con una fraseologia pseudorivoluzionaria: a volte in forma cosciente e subdola come fa da anni Vendola, a volte solo per subalternità culturale e adattamento all’esistente come hanno fatto molti dei tentativi di apparente alternativa, di cui “Rivoluzione civile” è stato l’ultimo esempio. Insomma, costruendo l’unità di tutti quelli che vogliono combattere il capitalismo, ma senza ambigui legami con chi lo difende.

(a.m. 4/6/13)

 



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