Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Lavoro e non lavoro al tempo del Fiscal Compact

E-mail Stampa PDF

Il documento conclusivo

Torino, 1-2 giugno 2013                                                                                                                          Note

Dopo anni di politiche di austerità condotte dai diversi governi, oggi le condizioni del lavoro, in termini di conquiste, di salario e di diritti della classe lavoratrice sono tornati indietro di 60 anni. Tutto il cosiddetto Stato sociale, sanità, assistenza, scuola, previdenza sono rimessi in discussione.

I tagli e le privatizzazioni sono finalizzati a garantire rendite finanziarie e profitti.

Il governo Letta è in totale continuità programmatica e politica con quello “tecnico” precedente; è sostenuto dagli stessi partiti e ha lo stesso programma, dettato dalla troika della UE e dalle banche, nella linea del fiscal compact.

In base a quel trattato, i suoi obiettivi sono quelli di distribuire contributi e agevolazioni alle imprese, tagliare le tasse ai padroni, flessibilizzare il lavoro, distruggere le ormai residue certezze contrattuali e normative, controriformare ancora la previdenza a favore delle assicurazioni private, privatizzare e tagliare i servizi a carattere universale (scuola e sanità).

Un arretramento non fatale   

L'arretramento dei diritti, delle conquiste, dei rapporti di forza tra il mondo del lavoro e il capitale appare inesorabile e inarrestabile ormai da decenni.

La sua accelerazione negli ultimi anni sta consumando anche i margini di tollerabilità sociale che si erano costruiti grazie ai progressi dei decenni precedenti, dal dopoguerra agli anni settanta del secolo scorso.

Le reti di solidarietà familiare e sociale e gli stessi strumenti istituzionali di sostegno al reddito che hanno consentito di assorbire con relativamente pochi danni le prime sconfitte del movimento operaio dagli anni ottanta in poi non reggono più all'urto contemporaneo della disoccupazione di massa, della caduta del potere d'acquisto, della precarietà dell'occupazione, del degrado degli ammortizzatori sociali, della demolizione del welfare.

Negli ultimi due decenni, i vari governi Berlusconi hanno sempre ostinatamente puntato alla distruzione delle conquiste operaie, attaccando le pensioni, le libertà sindacali, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, il carattere solidale della contrattazione nazionale, la scuola e l’università pubbliche, la sanità. Ma un ruolo non secondario nell’attacco hanno avuto anche i diversi governi di centrosinistra o “tecnici” (Amato, Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema).

Ma questa dinamica di arretramento nelle conquiste non è né casuale né dovuta ad un fatale riflusso dopo le straordinarie ondate di lotte e di conquiste di quegli anni. Essa è anche il frutto avvelenato di una scelta politica perseguita con determinazione dalle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio italiano.

A partire dalla “svolta dell'EUR” (febbraio 1978) e poi via via nel corso degli anni, è stata imposta alle lavoratrici e ai lavoratori la cosiddetta politica dei “sacrifici”, basata sulla rinuncia ad ulteriori conquiste in cambio della “crescita dell'occupazione”. La politica dei sacrifici è poi diventata la politica delle compatibilità, il sostegno alla “competitività” dell' “azienda Italia”, la “limitazione del danno”, per arrivare alla scelta della “complicità” fatta esplicitamente propria da Cisl e Uil con il governo Berlusconi-Sacconi, ma già praticata nella sostanza dalla Cgil con i “governi amici” di Ciampi, Amato, Dini, D'Alema e Prodi.

Così, buona parte dei colpi portati dai governi e dal padronato alle conquiste e ai diritti sono stati accompagnati da vere e proprie azioni di consenso da parte delle direzioni sindacali, dal sì all'accordo dell'ottobre 1980 imposto ai lavoratori della Fiat che distruggeva ogni elemento di controllo operaio e metteva fuori della fabbrica 23.000 operai, scelti tra quelli più combattivi, passando per gli accordi del 1992-93 che iniziavano lo smantellamento del carattere acquisitivo dei contratti nazionali e sterilizzavano gli automatismi salariali, arrivando alla accettazione più o meno supina di tutte le controriforme previdenziali di Amato, Dini, Prodi, Fornero, al sostegno a provvedimenti di legge che estendevano e favorivano la precarietà del lavoro (Legge Treu, legge Fornero), fino agli accordi più recenti che distruggono definitivamente i contratti nazionali e ogni residua certezza normativa.

Perfino la cancellazione dell'articolo 18, tassello fondamentale dei diritti e della forza dei lavoratori, non è stata contrastata ed è anzi stata favorita per agevolare il lavoro del governo “amico-nemico” Monti-Fornero.

Tutti gli atti di opposizione messi in campo dalla Cgil sono stati prodotti solo per motivi politici, per contrastare l'azione dei vari governi Berlusconi e non per invertire la dinamica di fondo, condivisa da tutto il mondo politico istituzionale e, nella sostanza, anche dal vertice Cgil.

Questa scelta politica si è basata anche su una brutale repressione di ogni forma di partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alle scelte del sindacato, clamorosamente inaugurata con la plateale falsificazione del risultato delle assemblee alla Fiat alla conclusione della lotta dei 35 giorni del 1980 e continuata nelle ripetute manipolazioni di ogni consultazione della base su accordi e protocolli (si vedano le consultazioni sull'accordo del luglio 1993, nel 1995 sulla riforma Dini, nel 2007 sul “protocollo welfare” del governo Prodi-Damiano), ma a volte anche impedendo formalmente ogni voto dei lavoratori.

A perfezionare questo quadro è intervenuto l'accordo interconfederale del 31 maggio che punta a togliere spazi e praticabilità a ogni volontà di esprimere e organizzare l'opposizione alle politiche dell'austerità e al supersfruttamento. Esso pretende di escludere e mettere fuori da tutti i posti di lavoro ogni soggetto individuale o organizzato che non accetti il quadro della complicità sindacale e di impedire ogni lotta che esprima i reali bisogni del mondo del lavoro.

Rapporti di forza e coscienza di classe

Queste drammatiche vicende politiche sociali hanno determinato un degrado via via più accentuato dei rapporti di forza tra le classi; la borghesia ha potuto infliggere un colpo dopo l’altro senza che mai si riuscisse a passare dalla difesa puntuale delle lavoratrici e dei lavoratori su singole questioni o in singoli settori a una resistenza più complessiva dentro una linea coerente di classe.

Questa situazione non poteva non produrre effetti devastanti nel corso del tempo nella percezione di sé dei lavoratori, cioè nei loro livelli di coscienza di classe. Quando i punti di riferimenti politici e sindacali veicolano l'ideologia dei padroni, quando si perdono le conquiste collettive, quando non si perseguono obbiettivi collettivi ed unificanti, la lettura del mondo diventa sempre più incerta, subalterna alle manovre di divisione e di confusione con cui tutte le forze borghesi con i loro innumerevoli strumenti agiscono quotidianamente. Chi quotidianamente sui luoghi di lavoro produce la lettura di classe alternativa e prova a organizzarne la materializzazione negli obbiettivi e nella lotta?

E’ inevitabile che, nelle difficoltà della vita quotidiana, in mancanza di una risposta collettiva sindacale, ogni lavoratore sia spinto a cercare soluzioni individuali, sia in ogni caso più succube ai ricatti padronali, subisca le false lusinghe dei sindacati complici, arrivi infine anche alla conclusione che la sua sorte non possa non essere legata a quella del padrone.

Non ci troviamo quindi più di fronte, come è stato per molti anni, a una classe operaia assai disponibile alla mobilitazione e a direzioni che in ogni modo cercavano di contenerne o di reprimerne le iniziative di lotta, ma a una situazione in cui il malessere, la rassegnazione, combinata a una micidiale spinta alla delega, sono dominanti in tantissime situazioni. Non in tutte naturalmente ed è stato negativo che i sindacati di classe non facessero tutto il possibile per rafforzare ed estendere queste esperienze preziose e decisive. E neanche si può pensare che questa situazione debba durare per sempre e quindi non vada perseguita in ogni modo la strada per accendere o riaccendere i luoghi del conflitto sociale.

Si tratta di non ripiegare anche quando in tanti casi le lavoratori e i lavoratori con cui operiamo continuamente, sono disorientati e passivi e ripetono, come una loro grande idea, quanto in realtà hanno ascoltato o assorbito in qualche trasmissione televisiva il giorno precedente.

O per fare un esempio ancor più eclatante, quello di lavoratori in lotta anche dura contro la chiusura della loro fabbrica che vanno dalle istituzioni a chiedere che per favore si trovi loro un nuovo padrone, invece di chiederne e di imporne l'esproprio, di mettere in discussione il dogma della proprietà privata e di agire il ruolo dell'azione pubblica e del controllo dei lavoratori. Ma le stesse difficoltà dell'oggi nel corso dell'esperienza concreta possono aprire la ricerca di nuovi percorsi.

La disoccupazione di massa    

Un discorso a parte merita la questione del "non lavoro" che oggi si concretizza in una disoccupazione di massa drammaticamente crescente. Si tratta di un obiettivo deliberatamente perseguito dal patronato con il sostegno dei vari governi succedutisi in questi anni. Si tratta di un tassello fondamentale della politica liberista, strumento decisivo per imporre salari più bassi e rinuncia ai diritti.

La disoccupazione si esprime in forme molteplici, anch'esse fattore di divisione. Si esprime nel diffuso ricorso al part time (con l'aleatorietà delle ore supplementari), nella crescita della cassa integrazione, nel fenomeno aberrante degli "esodati", nella crescita della disoccupazione "ufficiale", nella dilagante disoccupazione giovanile, nella disperata rinuncia alla ricerca di un lavoro, nella precarietà, nella sottoccupazione e nel lavoro nero di fronte al ricatto della totale mancanza di reddito.

Nel lavoro precario, in particolare convivono sia il “lavoro” che il “non lavoro”, non solo in quanto l’occupazione è spesso saltuaria e subordinata alle variabili esigenze del padrone, ma soprattutto in quanto in essa convive sia il supersfruttamento sia la assenza spesso totale di ogni costruzione di identità nel proprio lavoro, vissuto non come luogo di formazione di rapporti e di solidarietà sociali, ma come sede di fatica e di  competizione individuale.

Su questo fenomeno e sulla difficoltà di trovare parole d'ordine e indicazioni di iniziativa unificanti dovremo sviluppare una discussione, dando spazio alle proposte che potranno avanzare proprio le/i compagne/i che vivono quotidianamente queste condizioni. In ogni caso sarà indispensabile integrare maggiormente nella nostra  propaganda e nella nostra iniziativa queste tematiche, anche immaginando campagne sull'argomento.

La vicenda della Fiom    

Alle politiche antidemocratiche e filoliberiste si è sottratta, alla fine degli anni novanta del secolo scorso, la Fiom di Sabbattini prima e di Rinaldini e Cremaschi poi. Questa federazione di categoria ha imboccato in quell'epoca una strada progressivamente alternativa alla politica concertativa e collaborazionista dei vertici confederali, concretizzata anche con iniziative di partecipazione e di sostegno al movimento altermondialista (a partire dalle giornate di Genova del luglio 2001) e ha operato una pressione fondamentale per portare tutta la Cgil (allora diretta da Cofferati) ad irrigidirsi di fronte al primo tentativo di stravolgere l'articolo 18.

Ma anche quella stagione ha compiuto il suo ciclo: la CGIL, diretta dal 2002 da Epifani ha iniziato un percorso di graduale ma deciso riavvicinamento con Cisl e Uil e di nuova adesione ai disegni padronali di azzeramento delle conquiste operaie, che sta giungendo a compimento sotto la direzione di Susanna Camusso.

Una serie di tentativi della Fiom di riaprire lo scontro sociale e di far uscire dall’isolamento i metalmeccanici non hanno avuto successo. Il violento attacco di Marchionne hanno messo ulteriormente in difficoltà i lavoratori dell'auto e la Fiom che non è riuscita a condurre la lotta tenendo uniti tutti gli stabilimenti. Il metodo Marchionne ha dunque vinto e la Fiom è stata estromessa dalle fabbriche della Fiat e, a cascata, in molte altre situazioni.

Così dopo un primo ma fallito esperimento della Fiom di creare un asse alternativo alla direzione confederale assieme alla Funzione pubblica e alla federazione dei bancari, la Fiom, passata nelle mani di Maurizio Landini, ha assunto una posizione "più realistica" e ha accantonato ogni velleità di svolgere un ruolo alternativo al gruppo dirigente confederale, riprendendo un dialogo seppur conflittuale con esso.

Da allora, anche il gruppo dirigente della Fiom, seppure in modo più contraddittorio e meno lineare, sta operando per rientrare nell'alveo di un sindacalismo obbiettivamente subalterno. Lo hanno rivelato l'accettazione dell'accordo alla Bertone di Grugliasco, le mancate lotte di Termini Imerese o di Grottaminarda, i tentativi di stipulare patti di non belligeranza con Fim e Uilm e, infine, l'assenso che sembra apprestarsi a fornire al progetto di patto sociale che Cgil-Cisl-Uil hanno stipulato con Confindustria. È quest'ultima una questione cruciale su cui verificheremo gli sviluppi e gli schieramenti nei prossimi giorni e che comunque segnerà a fondo tutta la vita sindacale nel nostro paese e la stessa traiettoria della Fiom che, nonostante tutto, ancora oggi rappresenta la più forte e radicata organizzazione sindacale di classe nel nostro paese.

Contemporaneamente, vista la difficoltà di reggere lo scontro sul piano sindacale, la direzione della Fiom ha sviluppato la ricerca di un ruolo politico da giocare agli occhi dell'opinione pubblica nel tentativo di costruire uno schieramento riformista a sinistra del PD, ma con esso strettamente correlato.

Il sindacalismo di base  

All'esterno del sindacalismo confederale si è andato costruendo, soprattutto dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, un movimento di sindacalismo di base, con un'impronta decisamente classista, con una attenzione al ruolo della base e dei delegati, che ha espresso importanti momenti di mobilitazione e di lotta nei posti di lavoro, a partire dalla lotta degli insegnanti e dei lavoratori della scuola del 1986-87, fino alle lotte degli aeroportuali, della sanità, di settori del pubblico impiego, ma anche di importanti fabbriche manifatturiere, come l'Alfa Romeo, sia ad Arese che a Pomigliano.

Anche sul terreno politico-sindacale, questo movimento ha prodotto significativi appuntamenti di massa, il più importante dei quali è stato lo sciopero generale unitario di tutto il sindacalismo di base del 17 ottobre 2008 con manifestazione nazionale a Roma.

Questo movimento però è diventato il terreno di azione di numerosi gruppi politici e di gruppi dirigenti sindacali che ne hanno prodotto o gestito la frammentazione e che neanche la proposta di riunificazione avanzata dall'USB è riuscita a superare.

Questa frammentazione, il settarismo, la concorrenzialità reciproca tra le diverse sigle, la difficoltà a rivolgersi in modo non contrappositivo alla base Cgil rendono però allo stato attuale questo movimento, nonostante le piattaforme rivendicative corrette e condivisibili, la generosità e a volte il coraggio dei suoi militanti (si veda la recentissima esperienza della lotta contro i licenziamenti del San Raffaele di Milano, o la lotta dei lavoratori migranti della logistica di vari siti del centronord), poco in grado di esprimere già una valida alternativa ai cedimenti del sindacalismo confederale maggioritario.

Un sindacato di cui si sente la mancanza   

Non a caso, dunque, anche sul terreno sindacale, proprio quando la crisi, l'offensiva padronale e la complicità confederale rendono più che mai necessaria l'esistenza di un'alternativa, la realtà di questa alternativa si fa più difficile.

La miscela terribile tra complicità delle direzioni maggioritarie, limiti materiali obbiettivi coniugati all'inadeguatezza dei progetti alternativi, estrema debolezza della spinta di base sembra esercitare un effetto paralizzante anche sui quadri di avanguardia. Al contrario occorre forzare in tutte le direzioni.

Da un lato, è ormai alle porte il 17° congresso nazionale della Cgil. Dopo il fallimento dell'esperienza della minoranza “La Cgil che vogliamo” e il progressivo riallineamento delle principali strutture che avevano partecipato a quella vicenda (a partire dalla Fiom), si fa più complessa la progettazione di una nuova battaglia dentro il sindacato maggioritario. La Rete 28 aprile non riesce ancora ad essere il punto di riferimento necessario. Occorrerà avviare un lavoro di riaggregazione di delegate/i e di iscritte/i per dare vita alla necessaria battaglia congressuale e politica.

Nel sindacalismo di base occorrerà sostenere la messa a punto di una piattaforma unitaria conflittuale, con al centro le rivendicazioni necessarie per indicare una via d'uscita dalla crisi che sia a carico dei padroni e non delle classi subalterne. Occorrerà altresì stimolare e sostenere tutte le iniziative che vadano in direzione di una ricomposizione effettiva e capace di dialogare in modo vincente con una base Cgil sempre più in crisi.

Le/i nostre/i militanti, ovviamente in primo luogo quelle e quelli con un regolare posto di lavoro, sono impegnate/i sindacalmente o nella sinistra di opposizione della Cgil o nelle organizzazioni di base. Per avere un ruolo politico tra le/i proprie/i colleghe/i di lavoro  la prima iniziativa da prendere è quella di conquistarsi un ruolo sindacale. Non può esistere militante che voglia intervenire sul proprio posto di lavoro eludendo questo terreno.

Le nostre compagne e i nostri compagni, pur militando attivamente nel proprio sindacato e partecipando con convinzione alla sua costruzione, dovranno sottrarsi il più possibile a ogni dinamica di contrapposizione e/o di concorrenza tra le sigle. Dovranno stimolare tutti i momenti di convergenza, soprattutto per creare iniziative di lotta e di conflitto. L'obiettivo dell'intersindacalità dovrà guidare la nostra azione. È questo un orientamento che crediamo debba essere assunto a fondo dalle organizzazioni sindacali di base e dalla sinistra dentro la CGIL per poter essere più efficaci nella ricostruzione di momenti di conflitto sociale.

L'obiettivo che riconfermiamo è quello della costruzione di un rinnovato sindacalismo democratico, di classe e di massa. Questo obiettivo va praticato organizzando la battaglia di opposizione nella Cgil, militando senza settarismi per la costruzione del sindacalismo di base con uno spirito unitario e ricompositivo, agendo per diffondere momenti di azione intersindacale che alludano ad una esigenza superiore e trasversale rispetto allo sviluppo delle singole sigle.

In questo contesto, come già detto, sta intervenendo con tutta la sua pesantezza l'accordo su rappresentatività e sull'esigibilità padronale degli accordi. Esso (è questo peraltro il suo obiettivo principale) renderà tutto più difficile. Sarà più difficile contestare gli accordi dall'interno della Cgil e sarà più difficile organizzarsi all'esterno sia nei sindacati di base sia attraverso comitati di lotta indipendenti.

Contrastare questo accordo ora e subito è dunque indispensabile. È indispensabile sviluppare una campagna di denuncia sul suo carattere illiberale e autoritario e sul suo nesso funzionale con la politica dell'austerità e con il governo "delle larghe intese".

Contro questo accordo si dovrà lavorare per creare il più largo fronte unitario di tutto il sindacalismo conflittuale, cioè di tutti quei soggetti che, assieme ai lavoratori combattivi, ne sono le prime vittime.

La lotta contro questo accordo, la campagna di denuncia sulle sue caratteristiche e la costruzione di quel fronte unitario acquisterà dunque nelle prossime settimane un posto centrale nella nostra iniziativa nei posti di lavoro.

 

Un intervento anche politico 

Ma il nostro intervento nel mondo del lavoro non può limitarsi all'intervento sindacale. E' necessario sviluppare il massimo di punti di presenza politica nei posti di lavoro, al loro interno o davanti ad essi.

I posti di lavoro, quelli “tradizionali” (fabbriche, uffici, ecc.) e quelli del nuovo proletariato” (call center, centri commerciali, ecc.), devono tornare ad essere per noi luoghi di intervento politico. La classe lavoratrice, o meglio i suoi quadri più sensibili e più avanzati devono sentirsi di nuovo soggetti di una lotta non solo di resistenza ma anche della ricerca di un'alternativa sociale e della sua costruzione.

Nelle varie città in cui possiamo ipotizzare interventi di questo tipo, occorrerà non solo considerare la composizione della classe lavoratrice, le situazioni in cui siamo già presenti all'interno, quelle in cui è possibile prospettare una presenza a medio termine e quelle in cui la presenza, anche se solo esterna, può però avere un valore di investimento a lungo termine.

Le occasioni e gli argomenti per poter intervenire non mancheranno, dal commento puntuale di tutti gli avvenimenti che coinvolgono direttamente o indirettamente le condizioni di vita o di lavoro alla iniziativa di denuncia delle iniziative del padronato e del governo contro i diritti e contro l'occupazione.

La Troika europea proprio in questi giorni, in cambio della fine della procedura di infrazione, ordina al governo Letta di assumere ulteriori misure a favore delle imprese (definite “sostegno alla crescita) e contro il lavoro, allargandone la già spaventosa precarietà e demolendo ogni residua traccia di contrattazione nazionale. Quanto ai dipendenti pubblici, come è noto, il parlamento, nella commissione bilancio, ha deliberato all'unanimità (con il solo voto contrario del rappresentate di SEL) il proseguimento del totale blocco salariale per questo e il prossimo anno. Un blocco che vale la rapina di ben 14 miliardi nelle tasche dei dipendenti dell’insieme del pubblico impiego.

Per far pagare la crisi ai padroni       

Sarà necessario per la nostra organizzazione adottare una piattaforma capace di indicare quella via d'uscita dalla crisi che la faccia pagare ai padroni e non alle classi subalterne.

Ne delineiamo qui alcuni obiettivi di fondo:

Per difendere il lavoro e l’occupazione e contrastare la precarietà serve:

●     la ripartizione del lavoro esistente tra tutti quelli che ne hanno bisogno (riduzione dell’orario a parità di salario).

●     la nazionalizzazione delle aziende che chiudono e licenziano e di  quelle che inquinano e/o non rispettano le norme in materia di sicurezza e un nuovo intervento pubblico per creare lavoro buono ed utile alla collettività e all’ambiente.

●     l’abrogazione delle leggi che hanno colpito i diritti a partire dal ripristino dell’art 18.

Per garantire un reddito a tutte e tutti e impedire che la disoccupazione e la precarietà diventino il luogo dello sfruttamento selvaggio serve:

●     un salario minimo intercategoriale non inferiore a 1400 euro mensili, base per riconquistare contratti di categoria adeguati,

●     un salario sociale (reddito minimo garantito) non inferiore a 1100 euro per tutti i periodi di non lavoro, per garantire ai disoccupati la possibilità di vivere e favorire il loro reinserimento in un lavoro vero.

●     a questo proposito occorrerà aggiornare nella misura dei salari da garantire la proposta di legge di iniziativa popolare su cui Sinistra Critica ha raccolto 50.000 firme nel 2009 riprendendo una campagna di massa su tale argomento.

Per reperire le necessarie risorse finanziarie e compensare i 230 miliardi che ogni anno, a partire dal 1992-93, sono passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei padroni, dei grandi azionisti e dei banchieri occorre rivendicare il ritorno a una forte progressività della tassazione, un'imposta patrimoniale e la nazionalizzane delle banche.

Per propagandare questi obiettivi, contestualizzarli e costruire consenso tra i lavoratori, sarà opportuno anche prevedere una diffusione periodica di materiale nazionale e/o locale di carattere generale, per non limitare le nostre interlocuzioni ai soli argomenti di carattere sindacale.

Una nuova coscienza di classe           

Naturalmente la battaglia per una nuova centralità della contraddizione capitale lavoro non deve concedere nulla a tentazioni operaiste incapaci di cogliere le nuove esigenze nella ricostruzione di una nuova coscienza di classe.

Ciò significa integrare nella nostra azione tutti quegli aspetti che nei decenni scorsi sono stati colpevolmente trascurati dalla sinistra sindacale e politica radicale o che sono il frutto dell'emersione di nuovi baricentri nella lotta di classe.

Occorre comprendere la nuova complessità del mondo del lavoro, che non è più quello dominato dall'operaio di fabbrica proprio del primo periodo di sviluppo del nostro paese dopo la rivoluzione industriale o, ancor più, con l'impetuoso boom postbellico. Si sono diffusi e hanno un ruolo sempre maggiore le lavoratrici e i lavoratori dei servizi, della conoscenza, dell'informazione, della telematica, della logistica. Essi non solo fanno parte a pieno titolo della classe proletaria ma a volte possono costituirne la parte più attiva.

Occorre comprendere la natura sessuata della classe lavoratrice, fenomeno spesso trascurato se non rimosso nel movimento operaio del Novecento e che comunque ha conosciuto uno straordinario sviluppo negli ultimi decenni. Non si tratta solo di integrare la presenza delle donne lavoratrici ma anche di comprendere la varietà di opzioni sessuali presenti nel mondo del lavoro come nel complesso della società.

Occorre integrare la profonda trasformazione socioculturale della classe lavoratrice dovuta alla massiccia immigrazione da numerosi paesi ex coloniali o da quelli dell'ex blocco sovietico. Questa presenza è stata finora utilizzata dalle forze della conservazione capitalistica come strumento di ricatto (attraverso l'allargamento dell'esercito industriale di riserva) o addirittura come strumento di divisione, fomentando il razzismo e la rivalità all'interno della classe lavoratrice. Occorre al contrario capire che queste lavoratrici e questi lavoratori, essendo i più sfruttati, possono essere chiamati (come nella vicenda della logistica) a svolgere un ruolo di avanguardia.

Si tratta cioè di abbandonare ogni visione mitica e reazionaria sulla centralità dell'operaio manifatturiero, bianco, maschio e maschilista, che porta a casa il salario per sostenere una passiva famiglia nucleare, cioè composta da marito, moglie e figli.

Un discorso a parte va fatto per la necessità di accantonare, se mai sia stata condivisibile, ogni rischio di impostazione “positivista, industrialista, sviluppista. In realtà questa è stata l'impostazione di tutto il movimento operaio (compresa la parte più radicale) per quasi tutto il Novecento. La lotta contro la nocività nei posti di lavoro degli anni settanta, quella contro le fabbriche di armi, l'irruzione negli anni ottanta delle prime problematiche ambientali, l'esplodere della questione nucleare (Three Miles Island, Chernobil), la saturazione dei mercati di alcuni prodotti (l'auto privata), sono stati elementi che hanno favorito il diffondersi nella sinistra e anche tra i lavoratori di una prima consapevolezza ambientalista.

Siamo però ancora ben lontani dalla costruzione di una coscienza di classe ecosocialista, capace cioè di vedere come la liberazione dell'umanità dalla logica del profitto e dello sfruttamento coincida anche con quella della liberazione della natura da quegli stessi tumori.

Anzi, l'approfondirsi della crisi, il diffondersi della disoccupazione di massa, il ricatto del posto di lavoro e del salario rischiano di favorire il permanere di uno spirito di subordinazione della natura (oltre che delle persone) alla logica capitalistica della massimizzazione dei profitti.

In tal senso è significativa la vicenda dell'Ilva di Taranto dove con il pretesto della salvaguardia dell'occupazione e di una produzione "strategica" governo e sindacati consentono al padrone di derogare totalmente alle norme di protezione ambientale, a quelle sulla salute e sicurezza e alle sentenze della magistratura.

 

Costruire una sinistra anticapitalista          

È in questo quadro che prende tutta la sua rilevanza un progetto politico strategico che comprende due valenze tra loro congiunte e da praticare in sinergia: da una parte lavorare a fondo per favorire in ogni modo le resistenze alle politiche di austerità, l'attivazione e la partecipazione diretta delle nuove e vecchie forze del movimento dei lavoratori; dall'altra non perdere mai di vista la necessità di colmare il terribile vuoto politico che esiste nel nostro paese, la ricostruzione di una sinistra di classe, la convergenza con tutte e tutti coloro che si renderanno disponibili a costruire una sinistra anticapitalista.

Vanno quindi giudicate positivamente le dichiarazioni e gli atti per costituire una coalizione anticapitalista (non un appello, ma una proposta di lotta) per un movimento politico anticapitalista e libertario, avanzata da numerosi militanti sindacali, sociali e politici. Essa costituisce il tentativo di muovere i primi passi per contrastare la totale frammentazione delle forze e dare vita a una iniziativa unitaria capace di nuova efficacia sociale.

Il movimento politico anticapitalista e libertario che si cerca di far nascere diventa quindi uno dei terreni di sfida dell’impegno militante, per fare sì che l'alternativa non sia solo tra una politica liberista dal volto feroce ed una un po' più amichevole ma altrettanto distruttiva ma che agisca sulla scena politica e dei movimenti anche una proposta nettamente antagonista basata sul conflitto sociale e sulla volontà di trasformazione radicale alternativa alla barbarie capitalista.

La costruzione di una forte e rinnovata sinistra anticapitalista, contro il governo di unità nazionale di Letta, ma anche contro qualunque ipotesi di gestione di destra ma anche di centrosinistra della crisi, sarà anche utile per tentare di evitare che l’inevitabile opposizione sociale che la crisi e la politica di austerità susciteranno siano incanalate da forze di destra o perfino di estrema destra. L’estrema desta in Italia (fatto salvo il fenomeno particolare della Lega Nord) resta per il momento un fenomeno isolato, che non trova consensi. L’esperienza di altri paesi che conoscono vicende sociali simili alle nostre però mostra che questo cancro potrebbe svilupparsi anche da noi.

La partecipazione alla costruzione di questa esperienza unitaria nulla toglie al nostro impegno nella costruzione e nel rilancio della nostra organizzazione, consapevoli come siamo del fatto che questi due terreni non solo non sono in contrasto ma anzi l’una favorisce la crescita dell’altra.

 



Tags: Torino  lavoro  CGIL  FIOM  sindacato  

You are here