Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La sorpresa non è Grillo

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La sorpresa non è Grillo, che aveva già rivelato più volte la sua cultura raffazzonata con pessimi consulenti come quel Paolo Becchi, professore di Filosofia del Diritto a Genova che ogni tanto riempie le cronache con le sue ingenue considerazioni. E tanto meno Casaleggio, che ha sempre manifestato apertamente le sue idee di destra e di cui è noto  il passato leghista. La sorpresa è che molti dei parlamentari eletti nelle liste del M5S hanno difeso l’iniziativa di Andrea Cioffi e Maurizio Buccarella, i due senatori del movimento che hanno proposto con un emendamento presentato nella Commissione Giustizia di eliminare almeno gli aspetti più assurdi (e per giunta inutili) del reato di clandestinità, trascinando SEL e PD.

Vedremo gli esiti, perché la liberazione dalle pastoie imposte a un movimento che aveva saputo interpretare l’ansia di cambiamento di molti italiani rappresenterebbe una novità importante. La logica espressa efficacemente dal Grillo nel suo post, è chiara ed è inaccettabile. Al di là delle ragioni di metodo, che sono state per giunta contestate (in effetti i parlamentari avevano discusso democraticamente la questione per preparare il loro decreto svuota carceri, e Grillo non ci aveva fatto caso), le questioni di sostanza sono due.

Grillo dice che molti italiani la pensano come lui, e che abolire il reato di clandestinità farebbe perdere voti: se è per questo, bisogna aggiungere che molti vorrebbero la pena di morte, e forse oggi sarebbero anche per la soppressione del diritto all’interruzione di gravidanza, visto lo spazio assicurato da tutti i mass media e da tutte le forze politiche alla propaganda fatta dal papa Francesco. Che ha già avuto effetti nefasti in America Latina, agli altri governanti “progressisti” antiaborto si è unito con modi ultimatisti Rafael Correa.

L’alternativa è tra l’inseguire questo sciagurato senso comune solo perché è diffuso, o fare una sistematica campagna per contrastarlo, spiegando che lo spauracchio di essere processati e condannati per il reato di clandestinità non ha fermato e non fermerà mai chi sta per soccombere alle guerre armate e fomentate dall’esterno in un gran numero di paesi dell’Africa e del mondo arabo islamico, e investe tutte le sostanze della sua famiglia allargata per tentare di sfuggire a una sorte sciagurata.

Quelli che vengono in Italia con questi mezzi di fortuna possono non sapere nulla delle leggi italiane ed europee, ma sanno bene da cosa fuggono, e cosa rischiano in traversate in cui moltissimi muoiono affogati. Questo è l’argomento più forte, più del ricordare quanto hanno sofferto gli italiani nell’immediato dopoguerra per riuscire a emigrare in paesi dove c’era speranza di lavoro, a volte soccombendo nella traversata delle Alpi d’inverno.

Altri argomenti sono il “non possiamo accoglierli tutti noi”, il che è formalmente vero, ma che andrebbe affrontato con un’azione comune dei paesi europei anche non affacciati sul Mediterraneo in primo luogo per creare corridoi umanitari per consentire l’uscita dagli scenari di guerra o dalle zone colpite da tremende carestie e guerriglie endemiche fomentate dai mercanti di armi (al 90% europei o nordamericani). Le risorse enormi spese per dotarsi di navi inutili e criminali, come le due portaerei, e dei tanti mezzi di pattugliamento usati direttamente o forniti ai governi “amici” di paesi della “quarta sponda”, potrebbero essere usate assai meglio per consentire un primo sostegno non puramente assistenziale in loco a chi oggi si trova nelle condizioni più disperate ed è pronto a tutto per fuggire.

E poi, dato che contrariamente a quel che afferma Grillo a rimorchio di Bossi, Maroni e tutta la variegata destra, degli immigrati c’è bisogno, tanto è vero che il paese che ne ospita di più è la Germania, che dei paesi europei è quello che se la passa meglio, si dovrebbe offrire la possibilità di ottenere visti e passaggi aerei o navali dopo una selezione sul posto che tenga conto della domanda e dell’offerta per ogni professione o mestiere. È la mancanza di questo meccanismo che facilita poi lo sfruttamento più feroce senza protezione e ovviamente in nero dei migranti, vero classico “esercito industriale di riserva” utilizzato dai più turpi imprenditori evasori, e che incoraggia alcuni a tentare di sfuggire a questo meccanismo mettendosi in collegamento con la malavita locale, italiana e non.

L’ho sperimentato con due ragazzi albanesi arrivati in Italia sull’onda della crisi delle Piramidi nel 1997 su una nave che naufragò sulle coste pugliesi e che avevo incontrato in una comunità evangelica battista che li ospitava. Loro inizialmente non sapevano neppure che in quella crisi c’era stata una poderosa responsabilità di avventurieri italiani e anche di importanti banche del nostro paese. Avevano fatto qualche lavoretto di falegnameria in cui erano piuttosto abili, e avevo tentato di assumerne almeno uno come collaboratore dandogli ospitalità gratis in modo che potesse fare il suo lavoro legalmente, ma avrei dovuto dare garanzie finanziarie di ogni genere, che non ero in grado di dare. Il migliore di essi si rassegnò a tornare in patria con un piccolo viatico del governo italiano, con cui comprò qualche strumento di lavoro, e con la (falsa) promessa di poter ottenere presto un visto per tornare; l’altro rimase e, come gli avevo preannunciato, per sopravvivere senza documenti in regola dovette collegarsi a chi glieli trovava falsi e finì per scivolare nello spaccio e altre attività analoghe.

D’altra parte tutte le statistiche serie confermano che la leggenda della predisposizione dei migranti per le attività criminali è una grossolana falsificazione: l’alta percentuale di migranti in carcere è dovuta in primo luogo al reato di clandestinità, in cui ricade anche chi aveva un buon lavoro, ma è stato licenziato, perdendo il diritto al permesso di soggiorno e diventando quindi “clandestino”. L’altro reato più frequente, lo spaccio, è conseguenza del fatto che una volta etichettato come clandestino un immigrato è costretto a ricorrere a reti già costituite di connazionali. Me ne aveva parlato un compagno tunisino, ingegnere al suo paese, operaio qui, che per un certo periodo aveva dovuto alloggiare a Roma nell’ex molino Pantanella occupato, che era suddiviso in comunità nazionali in cui spadroneggiavano piccoli nuclei di criminali, che offrivano “lavoro” nello spaccio (soprattutto i tunisini) o nei furti (gli egiziani). Non per una particolare “predisposizione nazionale”, ovviamente, ma solo perché nel vuoto di legalità imposta da un potere che negava i diritti più elementari, si formavano gruppi che si organizzavano e si specializzavano nell’attività momentanemente più redditizia, in collegamento ovviamente con organizzazioni italiane che li assumevano come bassa manovalanza. Ma sulla questione dei migranti bisognerebbe riflettere anche su un caso lontano geograficamente: Cuba.

Un precedente storico: Cuba e i balseros

Ho vissuto a Cuba durante la grande ondata migratoria del 1994, quella dei balseros, e ovviamente mi sono documentato allora anche sulle due grandi ondate precedenti, e in particolare su quella del 1980, che a differenza di quella del 1960 era già prevalentemente dettata da ragioni prevelentemente non ideologiche ma economiche. Ma anche quella del 1994 mi diede insegnamenti preziosi: la pena di morte inflitta ai dirottatori a scopo esemplare, e con l’accusa aggiuntiva di aver voluto destabilizzare Cuba per conto degli Usa, mentre erano invece poveri lumpen ignoranti col miraggio dell’Eldorado di Miami, non era servita a bloccare l’esodo, e quando era stato intensificato il controllo su tutte le imbarcazioni ed era stata autorizzata la partenza solo con mezzi autocostruiti, lo spettacolo era diventato penoso e inimmaginabile. C’era chi si era costruita una specie di trireme romana con materiali inverosimili, chi – ed erano i più – partiva con una tavola sorretta da quattro pneumatici. Ma che pneumatici! A Cuba in quegli anni terribili del Periodo especial, nell’ospedale e nel policlinico di Niquero (la cittadina della provincia di Granma che nei miei racconti cubani, Cuba da dentro avevo chiamato “Platero”) avevamo scoperto che le ambulanze viaggiavano non solo con camere d’aria rappezzate cento volte, ma perfino con copertoni riparati cucendo insieme pezzi di altri vecchie ruote. Ovviamente appena per raggiungere i medici di famiglia che operavano sulla Sierra uscivano dalle poche strade asfaltate, le gomme si afflosciavano irreparabilmente (va detto che con poche donazioni di pneumatici fatte dal nostro progetto di solidarietà la situazione sanitaria del territorio migliorò radicalmente in poco tempo). Moltissimi di quei balseros morirono ovviamente nel tentativo disperato di raggiungere il loro sogno americano, la Florida.

Di alcuni aspetti di quell’esodo ho parlato nell’ultimo racconto, quello dedicato a “Il colonnello bandido”:

Quando Emilio nel 1994 arrivò all’Avana da Platero, alla fine di agosto, Oscar si rivelò un testimone prezioso sui balseros, ma soprattutto sulla sommossa che c’era stata in quel mese, e che era difficile interpretare solo guardando la TV, o viceversa ascoltando le dicerie popolari (che erano regolarmente alimentate dall’ascolto delle radio di Miami). Anche suo cognato era partito con altri tre, d’altra parte, e non si avevano più sue notizie (le radio di Miami trasmettevano ogni giorno i nomi di chi era arrivato). Lo stavano piangendo per morto, quando arrivò all’Avana con le mani completamente spellate, e la pelle bruciata dal sole. Avevano remato per tre giorni su una piccola zattera precaria (ce n’erano di tutti i tipi), sempre più a fatica per una leggera brezza che veniva da nord, e che si rafforzava continuamente. Alla fine, invece di vedere “Lamerica”, si erano accorti che stavano di nuovo di fronte alle coste cubane. Si rassegnarono, e si consolarono con una sbornia colossale, insieme a Oscar e a tutto il vicinato.

Sei mesi dopo, parlando con Emilio, il famoso cognato disse che “i balseros erano tutti pazzi”. Era cambiato il clima, si stava un po’ meglio, e aveva già dimenticato di essere stato anche lui tra quei pazzi… In quella occasione Oscar era furioso con le autorità perché avevano dato il via a chiunque volesse partire, purché non rubasse un’imbarcazione dello Stato, e non portasse bambini, ma avevano oscurato la CNN, che veniva fino a quel momento ritrasmessa agli alberghi per turisti, e captata con piccole antenne paraboliche da moltissimi abitanti dell’Avana. Le antenne erano vietate, ma venivano costruite da molti artigiani e vendute per cinquanta dollari. Spuntavano da tutte le finestre e balconi, ma la polizia faceva la vista gorda… Sospendere la trasmissione della CNN (che mandava in onda molte immagini degli annegati ripescati) aveva impedito di capire l’ampiezza del dramma, e quindi molti incoscienti erano partiti per un viaggio senza ritorno.

Ma quello che vorrei sottolineare di quella esperienza terribile, è che rallentò e per un certo periodo si arrestò quando quella specie di “Lotteria della morte”, in cui si era disposti a richiare la vita pur di sfuggire a privazioni notevoli (di cui ho parlato in altri di quei racconti) fu sostituita da un'altra “lotteria”. Gli Stati Uniti, preoccupati soprattutto perché tra quelli che arrivavano sulle loro sponde c’erano parecchi disperati, lumpen, delinquenti abituali, accettarono di trattare con Cuba la concessione di un pacchetto di 20.000 visti ogni anno. Potevano così selezionare all’Avana gli immigrati privilegiando quelli con una buona preparazione culturale ricevuta a Cuba e riducendo notevolmente il peso degli elementi “pericolosi”.

La speranza di “vincere” un permesso di immigrazione, ridusse drasticamente le fughe con mezzi impropri, anche se non i dirottamenti da parte di disperati, nonostante il periodico ricorso alla pena di morte…

Il termine “lotteria” non è solo metaforico: Ogni anno il governo americano permette il sorteggio di 55.000 visti grazie a una legge sancita dal Congresso, denominata appunto American Green Card Lottery. Il sorteggio viene compiuto tramite l'estrazione effettuatata dal computer delle schede che sono state accettate, e i vincitori ottengono anche un biglietto di viaggio dal loro paese agli Stati Uniti.

Ma vorrei concludere questa parte dedicata al problema migranti e “clandestini” con un commento secco: molti di quelli che si sono detti scandalizzati per le dichiarazioni di Grillo, non avevano il diritto di farlo. A seminare quel senso comune contro gli immigrati insopportabili, sono stati infatti in tanti, non solo della Lega e di Forza Italia (con le sue successive reincarnazioni) ma anche provenienti dalla vecchia sinistra: penso a Zanonato sindaco di Padova che costruisce un muro per separare dalla città “per bene” gli immigrati presunti spacciatori o a Cofferati, ex segretario generale della CGIL che quando diventa sindaco di Bologna scaccia i rom dalla città…

Grillo ha detto una cosa grave anche quando ha ammesso che la sua preoccupazione è prendere voti da destra. Dice che non è come i vecchi partiti che vogliono educare le masse, lui le ascolta. Peccato che invece di basarsi sul ridicolo prof. Becchi, non abbia trovato il tempo per riflettere su una delle più lucide constatazioni di Marx: in ogni società in tempi normali l’ideologia della masse sfruttate è quella degli sfruttatori, della classe dominante. Solo durante una rivoluzione è possibile scardinare questo controllo.

Grillo parla sempre contro “i partiti in sé”, da sempre e per sempre. Farebbe meglio a guardare con più attenzione il processo che ha portato all’attuale situazione. Quel partito comunista che sia pure con esitazioni e opportunismi indotti dalla sua collocazione internazionale aveva comunque difeso almeno gli interessi minimi delle classi lavoratrici, e aveva ancora fino agli anni Settanta saputo inseguire la radicalizzazione che portò all’Autunno Caldo (e quindi a tante conquiste dei lavoratori), è finito per divenire oggi effettivamente indistinguibile dal partito padronale per eccellenza proprio con la motivazione di dover tener conto di quel che pensava “la gente”. Proprio come fa Grillo ora.

Grillo, comunque, intanto deve sapere che così perde sicuramente i voti conquistati criticando la sinistra, anche perché entra in conflitto con suoi prestigiosi sostenitori come Dario Fo, mentre non è detto neppure che imitando la Lega guadagni molti voti: perché i leghisti dovrebbero votare la copia e non l’originale?

All’origine ci sono molte altre banalità che Grillo ha raccolto e riproposto, forte dell’autorità di controllore esclusivo del suo blog che è stato definito monarchico (perché è suo e non del movimento). Faccio un solo esempio: riprendendo una sciocchezza del solito Becchi, Beppe Grillo (ma per ora su questo anche tutto il movimento) accusa il presidente Napolitano di tradimento e di non essere al di sopra delle parti… Come si fa a dire una simile cosa? Detesto Napolitano e l’ho detto e scritto sempre a chiare lettere (basta cliccare sul sito la parola Napolitano per vedere che ne penso e come l’ho denunciato sempre senza alcun rispetto), ma non capisco questa venerazione assurda del ruolo del Presidente, e questa mitizzazione di una posizione “al di sopra delle parti”, che non può esistere se non nell’ideologia proposta dal potere per legittimarsi.

Quale presidente è mai stato “al di sopra delle parti”? Forse Giovanni Gronchi che nel 1960 appoggiò il tentativo eversivo di Tambroni? Forse il successore, Antonio Segni, che cospirò col generale De Lorenzo preparando un golpe? Forse Giovanni Leone, che trafficava per interesse personale con la Lockeed per gli acquisti di aerei statunitensi? Forse il “picconatore” Francesco Cossiga, uomo di molti misteri e diversi assassinii, e che dopo aver costruito con altri analoghi gentiluomini la Gladio, introdusse il ruolo di poliziotti mascherati da manifestanti,quelli che uccisero ad esempio la giovane Giorgiana Masi?

E anche i pochi altri non erano “al di sopra delle parti”: Luigi Einaudi aveva impostato la politica economica che portò al sociddetto “miracolo italiano”, miracolo per i padroni ma che costò lacrime e sangue ai lavoratori; Ciampi e Scalfaro fecero lo stesso nella fase del nuovo attacco ai diritti dei lavoratori. Forse si salverebbe solo il povero Sandro Pertini, che aveva il merito di essere considerato l’unico socialista che non rubava, ma che per inesperienza e scarsa preparazione fu spesso manipolato dai collaboratori (ad esempio gli misero in bocca un attacco al Nicaragua sandinista, che descriveva invece la situazione di terrore di destra in Guatemala…).

Non difendo certo nemmeno un poco il presidente Napolitano, ma neppure mi sembra utile credere nella santità di istituzioni che sono da sempre al servizio dei potenti, del capitalismo, dell’imperialismo italiano. Se il M5S non comincerà a discutere anche di queste cose, oltre che di come assicurare un funzionamento democratico che impedisca queste sortite di un capo che ha la pretesa di aver sempre ragione, sprecherà tutto il potenziale di cambiamento che sembrava avere in sé e apparirà solo un grillo parlante moralista.

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PS Rileggendo l’articolo prima di inserirlo sul sito, mi pare già di sentire le critiche di alcuni ipercritici che mi rimprovereranno la soluzione men che riformista di offrire una via legale e sicura di entrata in Italia e in Europa solo a una parte di chi vorrebbe venire, e attraverso corridoi umanitari non al di sopra di ogni sospetto. È chiaro che in linea di principio sono assolutamente a favore del diritto di tutti a spostarsi da e verso qualunque paese, per qualunque ragione; che sono indignato perché tra i tanti “valori universali” predicati da questo papa affascinatore non c’è questa semplice dichiarazione: “tutti gli uomini e le donne devono potersi spostare liberamente, come si spostano dollari ed euro, e come si spostano le merci, e come solo gli uomini e le donne dei paesi dominanti possono fare quando vogliono”.

Ma sarebbe del tutto inutile che una misura transitoria faccia leva sull’emozione per ottenere almeno questo sollievo momentaneo e colpire il commercio dei migranti? Non credo, anche se l’ingiustizia di fondo rimarrebbe, legata com’è indissolubilmente al normale funzionamento del capitalismo, e quindi allo scambio ineguale tra i paesi imperialisti (Italia compresa, anche se momentaneamente nella carrozza di coda) e il resto del mondo.

(a.m.12/10/13)



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