Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Quel gran “pasticcione” di Marx?

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di Diego Giachetti

da Sinistra Anticapitalista

 In difficoltà a trovare la “classe perduta” hanno provato a interrogare Marx ma si sono presto ritratti. Marx sembrerebbe non aiutare, invece di semplificare complica le cose e quando, dopo più di mille pagine de Il Capitale, si chiede finalmente cosa sono le classi, non va oltre le due paginette, poi s’interrompe. In altre opere invece “pasticcia”, scrive e ragiona rispettivamente di due classi antagoniste oppure individua cinque, sei, sette e anche otto classi. Marx sarebbe quindi la dimostrazione che le classi sono un oggetto indefinibile, contraddittorio, possibile di varie interpretazioni, tutte insufficienti: il mistero di cosa esse siano resta così insoluto.

Lenin in uno scritto del 1919 provò a fare un po’ di chiarezza definendo le classi come «quei grandi gruppi di persone che si differenziano per il posto che occupano nel sistema storicamente determinato della produzione sociale, per i loro rapporti (per lo più fissati e sanzionati da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per il modo e la misura in cui godono della ricchezza sociale di cui dispongono» ( Opere, vol. 29, Roma, Editori Riuniti). Avendo letto un po’ di Marx e di Engels, questa sua sintesi era il frutto di quelle letture e ad essa si ispirava: ma si ispirava ad un “pasticcio” appunto. Invece di semplificare la strada ai ricercatori delle classi perdute la complicò. Chiamava in causa troppe variabili, parlava di produzione sociale e non industriale o manifatturiera e di organizzazione sociale del lavoro e non di fabbrica. Non contento, vi aggiungeva i rapporti, in gran parte giuridici, con i mezzi di produzione e la natura e l’ammontare del reddito. Troppi fatti, troppi dati oggettivi, le classi, ammesso che esistano, sono innanzi tutto un’idea che si fa classe.

Perché Marx non ha finito il compito in classe intitolato La classe?

Nel rispondere a questa domanda si possono sciogliere le briglie della speculazione: era esausto dopo più di mille pagine dedicate al Capitale e non trovò la forza di proseguire; non proseguì nella scrittura del capitolo perché non aveva argomenti sufficienti per rispondere compiutamente al tema che si era dato. Marx era pur sempre un essere biologico, soggetto ai “tradimenti” di un corpo che invecchiava. Se non ebbe tempo e modo per affrontare il tema che si era dato e che intendeva trattare in modo compiuto, raccogliendo notazioni e analisi sparse in tanti altri suoi scritti, compreso il Capitale stesso, non fu perché l’oggetto gli sfuggiva di mano e la metodologia si faceva incerta e frammentata, bensì perché problemi di salute di vario genere gli impedirono di concludere il capitolo previsto. Chi ha pazienza per i fatti, per le cose, per la teoria troverà disseminati negli scritti di Marx e di Engels riflessioni e analisi sulle classi sociali: definizione, composizione, dimensione, lotta di classe riferita a contesti storici ben precisi, nonché il rapporto tra appartenenza di classe e coscienza di classe.

Marx si propose di trattare delle classi sociali dopo più di mille pagine di analisi del sistema capitalistico non perché rimandava un problema che non sapeva risolvere, bensì perché l’analisi delle classi sociali e delle loro relazioni era una conseguenza del funzionamento economico e sociale del capitalismo. Per Marx le classi sociali hanno infatti un fondamento nel modo di produrre della società definito dai rapporti sociali di produzione che sono anche immediatamente relazione che le classi hanno (possesso e controllo o non possesso e non controllo) con gli strumenti di produzione. E’ ben chiaro che il capitale – a dispetto di chi crede o gli viene comodo credere- non si riduce a una mera dimensione materiale, indica invece un rapporto sociale storicamente determinato, come lo sono d’altronde le classi sociali. Marx usa infatti tre criteri per definire una classe sociale: il posto occupato nei rapporti di produzione, la partecipazione antagonista al conflitto sociale, la coscienza di classe.

Quindi, quante sono le classi?

Marx usa rispettivamente due strumenti d’analisi: modo di produzione e formazione economico-sociale. Il primo è concepito e utilizzato nella dimensione dell’analisi delle grandi trasformazioni sociali e produttive delle società. Il secondo si colloca a livello dell’analisi storica e dinamica.

Modo di produzione è usato nell’analisi allo “stato puro” del capitalismo che porta ad individuare le due classi sociali emergenti che lo caratterizzano: la borghesia e il proletariato. Contemporaneamente però, quando si passa all’analisi storico-sociale concreta, ogni società o formazione economico-sociale considerata contiene al suo interno più modi di produzione. La formazione economico-sociale capitalistica è certo caratterizzata dal prevalere dal modo di produzione fondato sul rapporto capitale-lavoro, ma allo stesso tempo quel rapporto è soggetto ad un’evoluzione storico-produttiva. In una formazione economico sociale capitalistica s’intrecciano storicamente elementi tradizionali (capitalismo agrario), moderni (capitalismo concorrenziale) e contemporanei (monopolistico finanziario). Inoltre accanto ad esso possono persistere modi di produzione che sono residui del passato, oppure elementi che anticipano trasformazioni del modo di produrre non ancora realizzati, potenziali.

Se si osservano le classi sociali dal punto di vista di una formazione economico-sociale esse sono plurali. Si tratta di una dimensione storico-dinamica che rivelava la presenza in ogni formazione economico-sociale di più modi di produzione intersecati fra loro. Di conseguenza la struttura di classe di una società risulta composta da più classi, le cui ragioni d’esistenza vanno ricondotte agli stadi di sviluppo della società stessa. Varia anche la composizione interna alle classi. La classe dominante è composta da più frazioni e gruppi: borghesia finanziaria, commerciale, industriale, agricola; il proletariato è composto da braccianti, lavoratori dell’industria, dei servizi e, infine, quella variegata manifestazione di condizioni sociali che va sotto il nome generico di ceti medi o piccola borghesia, sottoproletariato. Ecco perché nell’analisi di una formazione economico sociale determinata Marx individua più classi. NelManifesto del partito comunista ne elenca cinque. Nella Lotta di classe in Francia dal 1848 al 1850 ne distingue sette. Il numero sale a otto nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, dove vengono elencate la borghesia (finanziari, commerciale, industriale), la piccola borghesia, il gruppo dei funzionari impiegati nei settori tecnici, i burocrati e i militari, i contadini, il proletariato e il sottoproletariato. Ecco perché l’antagonismo di classe, il conflitto, la lotta politica sono raccontati come insieme articolato di possibilità e opportunità di alleanze fra classi e/o frazioni di classe. E’ il campo della lotta politica entro il quale le classi sociali si rappresentano con una pluralità di “figure”, perché tra il sociale e il politico esiste un rapporto che non può essere sciolto immaginando un sociale trasparente a se stesso.

Classi e coscienze

Oggi molti irridono oppure discretamente evitano di considerare la distinzione di Marx tra classe in sé e per sé. La classe in sé è intesa come insieme di uomini accomunati dalla stessa situazione economico-sociale, quella per sé è intesa come soggetto solidale e cosciente che lotta per interessi comuni. Una classe può diventare un soggetto per sé solo sa ha un presupposto materiale, cioè esiste come classe in sé, come un gruppo di individui che si trovano nelle stesse condizioni materiali di vita. Qualcuno ricorda ancora il vecchio adagio di Marx per cui «non è la coscienza dell’uomo a determinare il suo essere, ma al contrario, il suo essere sociale a determinarne la coscienza»? (Per la critica dell’economia politica).

Prendendo ad esempio gli operai della grande industria, Marx notava come fosse stata la dominazione del capitale stesso a creare una situazione comune, un interesse comune a questi individui. Questa massa, proseguiva «è già una classe nei confronti del capitale, ma non ancora per se stessa». Lo diventa quando acquista coscienza del suo essere e della sua consistenza nella lotta per la difesa di comuni interessi: «nella lotta questa massa si riunisce, si costituisce in classe per se stessa».

L’aggregazione e l’organizzazione sono il momento del passaggio dalla classe in sé alla classe per sé. La base della maturazione di una soggettività o solidarietà tra simili è data dall’esperienza di lotte comuni contro un’altra classe. Questo passaggio non è automatico. L’identità degli interessi non garantisce la formazione della coscienza di classe, ma ne è il presupposto necessario. Anche in questo caso occorre sempre considerare le basi materiali che possono o meno favorire la presa di coscienza e la capacità di autorappresentazione dei propri interessi. I lavoratori salariati, sospinti dal modo di produzione capitalistico, tendono al superamento della concorrenza all’interno della classe operaia e a stabilire nelle fabbriche e nei centri urbani delle relazioni oggettive, date dal tipo di vita e di lavoro cui sono chiamati. Ma non per tutti è così. Ci possono essere classi paragonabili a «sacchi di patate», è il caso, dei contadini piccoli proprietari al tempo di Luigi Bonaparte in Francia. Essi costituivano una parte enorme della popolazione attiva, i loro membri vivevano nella stessa situazione, ma non erano uniti gli uni agli altri da relazioni, poiché il loro modo di produzione, anziché predisporli a rapporti reciproci, li separava gli uni dagli altri. L’isolamento, inoltre, era aggravato dai cattivi mezzi di comunicazione e dalla povertà dei contadini stessi. Essi, concludeva Marx, «formano una grande massa, ma sono una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco. Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in condizioni economiche tali che distinguono il loro modo di vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse formano una classe. Ma nella misura in cui tra i contadini piccoli proprietari esistono soltanto legami locali e l’identità dei loro interessi non crea tra di loro una comunità, un’unione politica e un’organizzazione politica, essi non costituiscono una classe. Non possono rappresentare se stessi, debbono farsi rappresentare» (Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte).

Infine, per quanto attiene alla classe operaia, il solo riconoscimento dell’identità di interessi economici, che è già qualcosa, non rappresenta ancora del tutto la presa di coscienza di essere una classe. Perché questo avvenga occorre che la conoscenza dei propri interessi si leghi a quella dei rapporti reciproci che intercorrono tra tutte le classi della società. Tale conoscenza non può essere solo teorica, deve basarsi sull’esperienza della lotta politica. Affermando che la coscienza rivoluzionaria può compiersi solo all’esterno della classe, Lenin ­- nel Che fare? del 1902 – intendeva sottolineare come la consapevolezza di esser una classe si ha quando l’operaio va oltre la lotta economica e il contrasto tra operai e padroni delle singole fabbriche, per definirsi nel «campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo».

Sinistra sì, ma anticapitalista

Quando, per tante ragioni, il collegamento indicato sopra da Lenin manca viene meno per le classi subalterne la politica intesa come strategia necessaria per superare le contraddizioni. Questa crisi strategica della politica è oggi il risultato di due fattori: l’offensiva ideologica, politica ed economica portata avanti dalla classe dominante e il conseguente riflusso degli strati sociali subalterni e sfruttati. L’attuale difficoltà che s’incontra a costituire un soggetto sociale, capace di unificare nell’anticapitalismo la miriade di contraddizioni attraverso le quali si manifesta la resistenza e l’insorgenza, sono l’effetto e non la causa di questa situazione. Se si dimentica che l’elemento scatenante del fenomeno è dato dal modo sistemico di produzione e riproduzione del capitale, allora altro non resta da fare che rassegnarsi alla frammentazione per gruppi identitari e di affinità della protesta, invocare la pietas e la tolleranza per le differenze sociali e gli stili di vita, verso gli “sfortunati” disoccupati o che stanno perdendo il posto di lavoro. Tollerare le differenze non vuol dire superarle. Questo è lo spazio di libertà bloccata che offrono (neanche in tutte le parti del mondo) le “postmoderne” società neoliberiste e capitaliste. Per rompere questa gabbia, affinché un altro mondo sia possibile, occorre ricostruire la sinistra anticapitalista, non quella «pentita, che si vergogna, non una sinistra light o disidratata, ma una sinistra di lotta, all’altezza delle sfide dell’epoca» (Daniel Bensaid,Una lenta impazienza).

Vedi anche Ahimè! s’è persa la classe



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