Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Haiti, un debito odioso

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HAITI, UN DEBITO ODIOSO

Eric Toussaint, Sophie Perchellet*

 

 

 

 

Una delle maggiori operazioni di soccorso della storia rischia molto di somigliare a quella del dopo-tsunami del 2004, a meno che il modello di ricostruzione non sia radicalmente diverso. Haiti è stata in parte distrutto da un violento sisma di magnitudo 7. Tutti versano lacrime e i media, inondandoci di immagini apocalittiche, ripetono gli annunci di aiuti finanziari che offriranno generosamente gli Stati. Sentiamo dire che bisogna ricostruire Haiti, questo paese colpito dalla povertà e dalla «maledizione». Ora quindi ci si interessa di Haiti. I servizi non vanno oltre il tremendo terremoto. Si ricorda frettolosamente che si tratta di uno dei paesi più poveri del pianeta, ma senza spiegarcene le cause. Si lascia credere che la povertà si arrivata così, che si tratta di un dato senza rimedio: «è la maledizione a colpire».

Indubbiamente, questa nuova catastrofe naturale comporta danni materiali ed umani tanto considerevoli quanto imprevisti. È perciò indispensabile un aiuto d’urgenza e sono tutti d’accordo su questo. Eppure, povertà e miseria non hanno le loro origini nel sisma. Il paese va ricostruito perché è stato spossessato dei mezzi per costruirsi. Haiti non è un paese libero e neanche sovrano. Negli ultimi decenni, le sue scelte politiche interne sono state fatte da un governo costantemente sottoposto alla pressione di ordini venuti dall’esterno del paese e dalle manovre delle élites locali.

Haiti è tradizionalmente denigrato e spesso dipinto come un paese violento, povero e repressivo nel migliore dei casi. Pochi servizi ricordano l’indipendenza conquistata con la lotta nel 1804 contro le truppe francesi di Napoleone. Invece di mettere in rilievo il percorso umano e la lotta per i Diritti dell’Uomo, quelle della natura selvaggia e della violenza dovranno essere le caratteristiche affibbiate agli haitiani. Eduardo Galeano parla di «maledizione bianca»: «Al confine dove finisce la Repubblica dominicana e comincia Haiti, un cartellone lancia l’avviso: El mal paso (il passaggio cattivo). Dall’altro lato, c’è l’inferno nero. Sangue e fame, miseria, pestilenze».[1]

È indispensabile tornare alla lotta di emancipazione condotta dal popolo haitiano, perché come rappresaglia nei confronti di quella duplice rivoluzione, antischiavista e anticolonialista a un tempo, il paese ha ereditato il «prezzo del riscatto dell’Indipendenza» imposto dalla Francia, pari a 150 milioni di franchi (l’ equivalente del bilancio annuale francese all’epoca). Nel 1825, la Francia decide: «Gli abitanti attuali della parte francese di Santo Domingo verseranno alla Cassa federale dei depositi e prestiti di Francia, in cinque rate uguali, di anno in anno, con prima scadenza il 31 dicembre 1825, la somma di centocinquanta milioni di franchi, destinati a risarcire gli ex coloni che richiederanno un indennizzo».[2]

Oggi, quella cifra equivale a circa 21 miliardi di dollari. Fin dall’inizio, Haiti deve pagare un alto costo, e il debito sarà lo strumento neocoloniale per mantenere l’accesso alle molteplici risorse naturali del paese.

Il prezzo del riscatto, dunque, è l’elemento fondante dello Stato haitiano ed è sfociato nell’accumularsi di un debito odioso. In termini giuridici, vuol dire che esso è stato contratto da un regime dispotico ed usato contro gli interessi delle popolazioni. La Francia, poi gli Stati Uniti – la cui area di influenza si estende ad Haiti, occupato dai marines nordamericani nel 1915 – ne sono pienamente responsabili. Mentre sarebbe stato possibile affrontare le dolorose responsabilità del passato nel 2004, la Commissione Régis Debray[3] preferisce evitare l’idea della restituzione di quella somma con il pretesto che non è «giuridicamente fondata» e che la cosa «aprirebbe il vaso di Pandora». Le richieste del governo Haitiano di allora sono respinte dalla Francia: niente riparazioni che tengano. La Francia non riconosce neanche il suo ruolo nell’ignobile regalo che fa al dittatore “Baby Doc” Duvalier in esilio offrendogli lo statuto di rifugiato politico e quindi l’immunità.

Il regno dei Duvalier si apre con l’aiuto degli Stati Uniti nel 1957: durerà fino al 1986, quando il figlio “Baby Doc” viene destituito da una rivolta popolare. La violenta dittatura, largamente sorretta dai paesi occidentali, ha imperversato per quasi trent’anni, contrassegnata da una crescita esponenziale del suo debito. Tra il 1957 e il 1986, il debito estero si è moltiplicato per 17,5. Al momento della fuga di Duvalier, ammontava a 750 milioni di dollari. Poi è salito, grazie agli interessi e alle penalità, a oltre 1.884 milioni di dollari.[4] L’indebitamento, lungi dall’essere utile alla popolazione che si è impoverita, era destinato ad arricchire il regime messo in piedi: e quindi è anche un debito odioso. Una recente indagine ha dimostrato che il patrimonio personale della famiglia Duvalier (ben al riparo in conti presso banche occidentali) ammontava a 900 milioni di dollari, una somma superiore al debito complessivo del paese al momento della fuga di “Baby Doc”. Di fronte alla giustizia svizzera è in corso un processo per la restituzione allo Stato haitiano delle proprietà e dei beni sottratti dalla famiglia Duvalier. Per il momento, questi sono congelati dall’UBS (Unione delle banche svizzere), che propone condizioni inaccettabili per la restituzione di questi fondi. [5] Jean-Bertrand Aristide, eletto fra l’entusiasmo popolare, poi accusato di corruzione prima di venire re insediato al potere come burattino di Washington e alla fine cacciato dall’esercito statunitense, non è purtroppo innocente per quanto riguarda l’indebitamento e la sottrazione di fondi. Peraltro, secondo la Banca Mondiale, tra il 1995 e il 2001, il servizio del debito, vale a dire il capitale e gli interessi rimborsati, ha raggiunto la considerevole cifra di 321 milioni di dollari.

 

L’intero aiuto finanziario annunciato dopo il terremoto è già speso nel rimborso del debito

 

Stando alle ultime stime, oltre l’80% del debito estero di Haiti è detenuto dalla Banca Mondiale e della Banca interamericana di sviluppo (BID), ciascuna per il 40%. Sotto la loro egida, il governo applica il piano di “aggiustamento strutturale”, riverniciato come “Documenti strategici per la riduzione della povertà” (DSRP). In cambio della ripresa dei prestiti, offre però un’immagine benevolente dei creditori. L’iniziativa “Paesi poveri molto indebitati” (PTTE) in cui rientra Haiti è una tipica manovra  di ripulitura di un debito odioso, come è stato per la Repubblica democratica del Congo.[6] Si sostituisce il debito odioso con nuovi prestiti sedicenti legittimi. Il CADTM considera questi nuovi prestiti come facenti parte del debito odioso dal momento che servono a pagare il vecchio debito. Si reitera il crimine.

Nel 2006, quando il FMI, la BM e il Club di Parigi hanno accettato di estendere ad Haiti l’iniziativa del PTTE, l’ammontare complessivo del debito estero pubblico era di 1.337 milioni di dollari. Nel momento in cui si è completata l’iniziativa (giugno 2009), il debito era di 1.884 milioni. Per «renderlo sostenibile», si decide l’annullamento per 1.200 milioni di dollari. Nel frattempo, i piani di “aggiustamento strutturale” hanno compiuto devastazioni, specie nel settore agricolo, con effetti culminati con la crisi alimentare del 2008. L’agricoltura contadina haitiana subisce il dumping dei prodotti agricoli statunitensi: «Le politiche macroeconomiche sostenute da Washington, dall’ONU, dal FMI e dalla BM non si preoccupano assolutamente delle esigenze di sviluppo e della protezione del mercato nazionale: La loro unica preoccupazione è di produrre a basso costo per l’esportazione sul mercato mondiale».[7] È scandaloso quindi di sentire il FMI che dice che «è pronto a svolgere il proprio dovere con l’adeguato sostegno negli ambiti di sua competenza».[8]

Come dice il recente appello internazionale: «Haiti ci chiama alla solidarietà e al rispetto della sovranità popolare»: « Negli ultimi anni e al fianco di altre organizzazioni haitiane, abbiamo denunciato l’occupazione del paese da parte delle truppe dell’ONU e le conseguenze della dominazione imposta dai meccanismi del debito, del libero scambio, del saccheggio delle risorse naturali e dell’invasione da parte degli interessi delle multinazionali La vulnerabilità del paese rispetto alle catastrofi naturali – in gran parte dovute alle devastazioni della natura, all’inesistenza di infrastrutture fondamentali e dall’indebolimento della capacità d’intervento dello Stato – non dovrebbe considerarsi senza un nesso con queste politiche che hanno storicamente eroso la sovranità popolare».

È ormai ora che i governi che fanno parte della MINUSTAH, dell’ONU e soprattutto la Francia, gli Stati Uniti, i governi latinoamericani, rivedano queste politiche, in contrasto con i bisogni elementari della popolazione haitiana. Esigiamo che questi governi e organizzazioni internazionali sostituiscano l’occupazione militare con una vera e propria missione di solidarietà e che operino per l’immediato annullamento del debito che Haiti continua a rimborsare loro».[9][

A prescindere dalla questione del debito, c’è da temere che l’aiuto assuma la stessa forma di quello dello tsunami del 2004 che ha colpito vari paesi dell’Asia (Sri Lanka, Indonesia, India, Bangladesh),[10] o il dopo-ciclone Jeanne ad Haiti, nel 2004. Le promesse non sono state mantenute e gran parte dei fondi sono serviti ad arricchire società straniere o élites locali. Questi «generosi doni» provengono in maggioranza dai creditori del paese. Anziché offrire doni, sarebbe meglio che annullassero i debiti di Haiti nei loro confronti: al completo, incondizionatamente e subito. Si può veramente parlare di doni sapendo che la maggior parte del denaro servirà al rimborso del debito estero, cioè alla realizzazione di «progetti di sviluppo nazionali» decisi in base agli interessi degli stessi creditori e delle élites locali? Senza queste donazioni nell’immediato, è evidente  che sarebbe impossibile imporre di rimborsare il debito, la maggior parte del quale, perlomeno, è un debito odioso. Le grandi conferenze internazionali di un qualunque G8 o G20 allargato all’IFI non faranno avanzare di un briciolo lo sviluppo di Haiti e ricostruiranno invece gli strumenti che servono a stabilire il controllo neocoloniale del paese. Si tratterebbe di garantire la continuità del rimborso, che è la base della sottomissione, esattamente come le iniziative recenti di alleggerimento del debito.

Vice versa, perché Haiti possa ricostruirsi dignitosamente, la posta in gioco di fondo è la sovranità nazionale. L’annullamento totale e incondizionato del debito invocato ad Haiti deve perciò costituire il primo passo verso un percorso più generale. È necessario ed urgente un nuovo modello di sviluppo alternativo alle politiche dell’IFI e all’Accordo di partenariato economico (APE – sottoscritto nel dicembre 2009, Accordo HOPE II…). I paesi più industrializzati che hanno sfruttato sistematicamente Haiti, a partire dalla Francia e dagli Stati Uniti, devono versare riparazioni in un fondo di finanziamento della ricostruzione controllato dalle organizzazioni popolare haitiane.

(19 gennaio 2010 Traduzione di Titti Pierini)



* Sophie Perchellet è vicepresidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo-Francia (CADTM France- www.cadtm.org); Eric Toussaint, presidente del CADTM-Belgio, è coautore, con Damien Millet, de La Crise, quelles crises?, ADEN, Bruxelles, 2010.

[1] E. Galeano, “La maldición blanca”, Página 12, Buenos Aires, 4 aprile 2004 (http://www.cadtm.org/).

[6] Si veda l’opuscolo del CADTM, Pour un audit de la dette congolaise, Liège, 2007 (disponibile on line al sito: http://www.cadtm.org/spip.php?page=...).

[8] http://www.liberation.fr/monde/0101... Le condizioni per i prestiti del FMI ad Haiti sono direttamente legate all’Accordo di Washington: aumentare le tariffe elettriche e rifiutare qualsiasi aumento dei salari dei funzionari pubblici.

[10] Cfr, Damien Millet, Eric Toussaint, Les Tsunamis de la dette, CADTM-Syllepse, Liegi-Parigi, 2005.

 



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