Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Quel pasticciaccio brutto del Monte dei Paschi

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di Georgevicius

 

Ricevo e pubblico volentieri questa ricostruzione, dall’interno, della vicenda del MPS, da un compagno che ovviamente non può firmare col suo nome per evidenti motivi. (a.m.13/3/14)

 

            Sono mesi, se non anni, che si sente parlare e si legge sui vari media nazionali delle sorti della Banca Monte dei Paschi di Siena, nota anche come la banca più antica del mondo.

Per capire meglio, è necessario fare qualche passo indietro per scoprire la storia di quello che fino a qualche anno fa era un prestigioso, solido ed apprezzato istituto di credito. Il Montis Pascuorum nasce nel 1472 come monte di pietà, con il fine nobile di dare aiuto alle classi disagiate della popolazione della città di Siena attraverso la concessione di microcredito a condizioni fortemente agevolate. Prende l’attuale denominazione in realtà solo nel 1612, con l’inclusione di Siena nel Granducato di Toscana, quando esercita in particolare il credito agrario e l’esazione dei diritti di pascolo sui colli senesi e sulle terre della Maremma. Con l’unità d’Italia la banca estende la propria attività al resto d’Italia, occupandosi, prima banca nel Paese, di credito fondiario, cioè di finanziamenti garantiti da ipoteca immobiliare di primo grado in favore della banca medesima.

            Il Monte dei Paschi di Siena diventa istituto di credito di diritto pubblico con la legge bancaria del 1936. Nel 1990 acquista il controllo di Mediocredito Toscano e di Inca (Istituto Nazionale di Credito Agrario). Il Monte dei Paschi, unitamente agli altri istituti di credito di diritto pubblico (Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Napoli, Banca Sanpaolo etc.) ed alle casse di risparmio di dimensioni locali, viene “privatizzato” nel 1990 con la legge-delega Amato–Carli, che dispone la trasformazione degli enti bancari di diritto pubblico in società per azioni private, sotto il controllo di fondazioni bancarie. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena nasce ufficialmente però nel 1995, con decreto del Ministero del Tesoro, che la distingue da Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena, altrimenti nota in città come “la Fondazione”, è formalmente un ente senza scopo di lucro che, secondo le prescrizioni legislative, ha e può avere per scopo statutario finalità di assistenza e beneficenza, nonché di utilità sociale nei settori dell’istruzione, della ricerca scientifica, della sanità e dell’arte, con particolare riferimento alla città di Siena ed alla sua provincia, ed in parte alla provincia di Grosseto. Gli utili percepiti in conseguenza della partecipazione nella banca, non possono essere distribuiti ai soci, ma utilizzati per finanziare attività ed opere rientranti nell’oggetto statutario. Siena e la provincia vengono invase tutti gli anni di denaro.

            Le fondazioni bancarie, secondo le intenzioni del legislatore, avrebbero dovuto collocare sul mercato le proprie partecipazioni, in tutto o in parte, al fine di stimolare la libera circolazione dei capitali – anche stranieri – e la concorrenza in un settore monolitico quale quello bancario italiano, spesso condizionato da accordi di cartello, taluni promossi dall’Abi (l’associazione di categoria dei banchieri italiani). La Fondazione ha detenuto per anni una partecipazione di gran lunga superiore al 50% nella banca, contravvenendo alla legge Ciampi e con uno statuto, anch’esso contra legem,  che glielo consentiva. Nessuno ha mai veramente protestato contro l’improprio assetto azionario della banca senese, se non tardivamente nel gennaio 2013 il presidente di Acri e Cariplo Guzzetti, poi diventato presidente dell’Abi, quando Babbo Monte era in stato oramai esiziale.

            La storia della terza banca italiana, almeno quella più recente, si consuma sulle rovine di quel “groviglio armonioso”  che per anni ha decretato le sorti di Fondazione e Banca Monte dei Paschi di Siena. Stiamo parlando dei diversi poteri cittadini e locali che partecipano alla Fondazione e, tramite essa, alla banca fondata nel 1472: Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana, Provincia di Grosseto, Università degli Studi di Siena, Vescovado di Siena, sindacato. Oltre a questi poteri “ufficiali”, si staglia l’ombra e la longa manus della massoneria.

            Il Monte dei Paschi di Siena, nel momento di maggior splendore e sino a qualche anno fa, prima dell’inizio della decadenza, appariva al visitatore come una vera “città-Stato”; e così era Siena, la cui economia si è sempre basata, direttamente come indirettamente, sulle generose elargizioni di “Babbo Monte” e, dal 1995, della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, attraverso la sua partecipazione maggioritaria al capitale azionario e dunque agli utili della banca. Il Monte dei Paschi di Siena ha sempre rappresentato una ”anomalia” nel panorama bancario italiano, sia per la sua esagerata, forte connotazione locale, anche dopo l’espansione avviata in tutto il territorio nazionale con alcune criticate acquisizioni, a partire dalla Banca del Salento – Banca 121 nel 2000, acquistata per ben 2.500 miliardi di vecchie lire, apparentemente liquida e produttiva di utili, con un Roe del 20% [il Roe, Return On Equity, indica la redditività del capitale proprio NdR], Banca Agricola Mantovana, Banca Steinhauslin e più tardi, nel 2008, con l’acquisto di Banca Antonveneta, rivelatasi in poco tempo un’operazione fallimentare, che ha dato la definitiva stura all’attuale profonda crisi e decadenza della banca toscana.

 

Il groviglio armonioso

 

            Sino ad ora, anche prima della privatizzazione della banca e della nascita della Fondazione, avvenute come detto nel 1995, la gestione del Monte dei Paschi è spettata soprattutto alla “politica” latamente intesa e manifestata. La presidenza della banca toccava, a turno, ora ad un uomo indicato dal Pci senese, ora dalla Democrazia Cristiana, ora dal Psi locale, tanto per tenere d’accordo i principali attori della scena politica senese. La maggior parte dei sindaci degli ultimi anni, targati prima Pci, poi Pds, poi Ds e infine Pd, vengono direttamente dalle risorse umane del Monte, anzi, ad esser più precisi, dal sindacato, in particolare da quella Fisac Cgil che è ancora oggi il sindacato maggiormente rappresentativo nella banca e soprattutto a Siena, città che ospita i potenti uffici di direzione generale. Dirigente sindacale Fisac, generalmente rappresentante sindacale aziendale, è l’identikit del sindaco tipo di Siena. Questo fa intendere come tra sindacato e partito ci siano – ma non è novità assoluta – intrecci tali da dissuadere spesso il primo ad intraprendere lotte o a denunciare eventuali irregolarità e soprusi condotti dalla politica, che poi è la prima azionista del Monte. Con la nascita della Fondazione dal 1995, la presidenza viene occupata, a turno, dal Pds-Ds e da Popolari-Margherita, per poi essere occupata sistematicamente dal solo Pd, sempre con l’alternanza tra un esponente della “sinistra” ed uno del “centro” ex democristiano. Quando la Fondazione è guidata da un diessino, tocca ad un esponente locale della Margherita fare il presidente della banca.

            Questa è una prima manifestazione del groviglio armonioso, che conferisce armonia e reciproca soddisfazione ad interessi apparentemente configgenti. Poi come detto, c’è il sindacato maggiormente rappresentativo nella banca, che guarda caso impresta spesso e volentieri il sindaco alla città e dunque siede nel partito di maggioranza relativa senese che, guarda caso, è sempre (o quasi) il Pci e poi i suoi mesti successori.

            Per un certo periodo di tempo, dopo le lotte degli anni ’69 e ’77 e con una connotazione maggiormente “antagonistica” della Cgil anche in Monte dei Paschi di Siena, dall’armonioso groviglio vengono fuori addirittura dei benefici per i dipendenti della banca, con un contratto integrativo che regala ricchezza, tutele individuali e collettive ed agibilità sindacali ben maggiori rispetto a quelle offerte dalla media del sistema bancario nazionale. Premi a vario titolo corrisposti al personale per ben tre volte all’anno, il collegamento della retribuzione dei “capoufficio” ed in genere degli impiegati (oggi “aree professionali”) a quella dei funzionari, oltre ad una serie di provvidenze e facilitazioni offerte al personale direttamente dalla banca ovvero per suo tramite dalla Cassa di Mutua Assistenza tra i dipendenti. Per tanti, lunghi anni, insomma, questa banca ha rappresentato per molti dipendenti, di ogni ordine e grado, una sorta di eden, che ha così reso possibile un forte attaccamento dei lavoratori ai colori sociali.  In questo sistema c’è stata però spesso se non sempre una grande approssimazione nella gestione del personale, raramente incentrata sulla meritocrazia e sulla valorizzazione delle concrete capacità ed inclinazioni dei singoli. La carriera si è formata sulla c.d. “disponibilità al trasferimento” , che ha premiato anche con rapide carriere chi, indipendentemente dalle qualità e dai risultati prodotti, si è mostrato disponibile a fare il giro dell’Italia dove volesse di volta in volta l’azienda. Ne è venuta fuori una classe dirigente spesso composta da persone scarsamente competenti oltre che di approssimativa cultura di base, per non parlare del top management, quasi sempre di espressione politica, e non sempre dotato delle qualità e del necessario expertise bancario e finanziario. Giuseppe Mussari, tanto per fare un nome noto ed ormai arcinoto, è un avvocato penalista senza alcuna esperienza concreta né conoscenza del settore bancario, neanche come docente universitario in materie correlate, il cui unico merito è stato quello di ricoprire il ruolo di presidente della Fondazione in quota Ds. La presidenza dell’ente bancario era invece, dal 1998, di Pier Luigi Fabrizi, senese, ordinario di economia degli intermediari finanziari alla Bocconi, questi sì dotato dei requisiti soggettivi richiesti dalla legge. Mussari sostituisce Fabrizi alla presidenza della banca nel 2006, dopo i primi significativi scricchiolii di quello che pareva l’ineffabile ed immarcescibile colosso senese, dal fallimento dell’operazione Bnl sino allo scandalo, scoppiato a dire il vero un po’ tardivamente, della Banca 121 – acquistata a peso d’oro nel 2000 e definitivamente incorporata nel 2002 – con i suoi discutibili piani finanziari “My Way” e “4 You”, venduti, prima e dopo l’incorporazione in Mps, come un composto a basso rischio di obbligazioni emesse dalla Bei (Banca Europea degli Investimenti) e di quote di fondi comuni di investimento emesse e gestite da Spazio Finanza Spa, società di gestione del risparmio controllata dalla stessa Banca 121. Quello che molti - migliaia di clienti - non sapevano era che in realtà questi piani finanziari non erano piani di accumulo, come generalmente presentati, ma veri e propri finanziamenti concessi dalla banca ai propri clienti finalizzati all’acquisto di strumenti finanziari, cioè proprio le obbligazioni europee e le quote dei fondi di Spazio Finanza Spa. 

Questi piani finanziari vennero collocati presso tantissimi clienti della banca pugliese anche per la loro convenienza (generalmente rate mensili da 150mila o 300mila lire per venti o trent’anni) e per la promessa, a scadenza, di ottenere il rimborso del capitale delle obbligazioni europee e di partecipare ad eventuali guadagni delle quote dei fondi.

Il bello è che la Banca 121 guadagnava con gli interessi per i finanziamenti concessi da un lato, dall’altro collocando le quote dei fondi della propria controllata. La sorpresa per il risparmiatore era grande, quando scopriva di essere segnalato in Centrale Rischi per il finanziamento collegato al piano finanziario che non gli consentiva, per esempio, di contrarre un mutuo per l’acquisto della casa di abitazione.

            Ritornando a Giuseppe Mussari, catanzarese di origini, laureato in giurisprudenza a Siena e ben coniugato con una possidente locale, come detto prende le redini della banca con provenienza dall’azionista di maggioranza, facendosi sostituire in seno alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena da Gabriello Mancini, allora in quota Margherita, nato come oscuro impiegato dell’asl. Mancini fa strada nella Dc senese, dove diventa prima segretario provinciale e poi consigliere regionale. La presidenza della Fondazione gli viene dunque non per meriti o particolari benemerenze nelle materie bancarie, ma ancora una volta per la militanza politica, proprio come Mussari.

 

L’acquisto di Banca 121.      

 

            I guai per il Monte dei Paschi, secondo soprattutto gli osservatori locali, iniziano proprio con l’acquisto dell’istituto salentino, fortemente voluto dal principale azionista della Fondazione, il Comune di Siena, con il suo sindaco Luigi Piccini, diessino e già dirigente sindacale del Monte nell’immancabile Fisac. In quel periodo Massimo D’Alema, già eletto deputato nel collegio di Gallipoli – Casarano, cioè nel territorio di riferimento della Banca del Salento, era Presidente del Consiglio; la banca, invece, aveva come direttore generale il romano Vincenzo De Bustis, manager senza scrupoli che fu presentato a D’Alema proprio in quel di Gallipoli dal senatore diessino leccese Giovanni Pellegrino, affermato avvocato amministrativista e consigliere d’amministrazione della banca salentina. La banca doveva finire nelle mani della torinese Sanpaolo, ma nella notte ci fu il decisivo rilancio di Mps, molto probabilmente a seguito delle pressioni esercitate dal premier sul sindaco di Siena. La vendita della Banca 121 arricchì non poco gli azionisti del patto di sindacato della banca salentina (Semeraro, Gorgoni e Montinari) e gli altri azionisti, come anche il management, ricoperto di premi in danaro ed in azioni della Banca del Salento che, al concambio con quelle del Monte dei Paschi, risultarono particolarmente redditizie. Pochi mesi dopo l’acquisizione di Banca 121 ad opera del Montepaschi, sensazionale fu la nomina a direttore generale dell’istituto senese dello stesso De Bustis, in sostituzione di Divo Gronchi, nomina resa possibile, oltre che dalla spregiudicatezza manifestata nella gestione della banca salentina, tale da assicurare un Roe del 20%,  anche sicuramente dalle entrature politiche maturate in quegli anni negli ambienti Ds, a partire da Massimo D’Alema, il più importante ed influente, al citato senatore Pellegrino, ad altri esponenti di rilievo del partito. La banca amministrata da De Bustis, prima di essere acquisita da Montepaschi, contribuì al finanziamento delle campagne elettorali di importanti parlamentari salentini dei Democratici di Sinistra. Rossana Venneri, giovane dirigente dell’Area Finanza di quella banca, era molto vicina ad esponenti dalemiani dei Ds salentini e deve pertanto ritenersi uno dei principali artefici dell’operazione Mps- Banca del Salento. La Venneri è inoltre considerata il principale artefice dei piani finanziari della Banca 121 e dei velenosi “strutturati” venduti come Btp – infatti avevano denominazioni equivoche tipo Btp Tel, Btp Index, Btp Online – che altro non erano se non prodotti finanziari complessi e molto rischiosi, veri e propri strumenti derivati, aventi come sottostante indici di borsa ovvero corsi di titoli azionari per definizione alquanto volatili, venduti spesso e volentieri a persone senza adeguato profilo di rischio, compresi ignari pensionati e disoccupati, attratti dall’elevata remunerazione della cedola iniziale (intorno all’8-9 percento). In realtà in tantissimi ci hanno perso, ma il collocamento di questi prodotti serviva a gonfiare i conti della banca per renderla più appetibile agli acquirenti, anzi … all’acquirente.

            Il Monte dei Paschi, con Fabrizi presidente e Gronchi direttore generale, quando venne il momento di verificare i conti della banca, incaricò ben tre diversi advisor, di cui solo uno, Banca Rotschild, avvertì il committente dell’esistenza di significative criticità nella gestione di Banca 121, dal portafoglio crediti evidenziante non poche anomalie in tema di sofferenze e crediti di dubbia esigibilità (in sostanza l’advisor rilevava come spesso i crediti fossero stati concessi con superficialità e talvolta anche in spregio ai criteri dettati dalla Banca d’Italia nelle Istruzioni di Vigilanza), circa l’efficacia dell’azione dei controlli interni e dei sistemi informatici a servizio (dunque i controlli avevano controllato ben poco)  ed altre rilievi. La relazione di Rotschild viene ignorata e cestinata da Monte dei Paschi. Il matrimonio s’aveva da fare. Punto e basta, e così Banca 121 passa in dote, ad un prezzo pari circa al doppio di quello reale, al Monte, nonostante il Sanpaolo avesse formulato un’offerta prima migliore rispetto a quella senese. Potere della politica e della finanza!

            Il Monte però, oltre ad aver sborsato una cifra esagerata per la Banca del Salento, anche qui grazie alla ritenuta plausibile interferenza del “baffino” sui vertici della banca toscana, si addossa gli oneri delle migliaia di contenziosi e reclami avviati dai clienti traditi della 121, nel contempo incorporata. Il costo dell’operazione supererà dunque di gran lunga i 2.500 miliardi di lire nominali, che non verranno mai realmente compensati dal potenziale produttivo (in termini di raccolta danaro ed impieghi) delle 220 dipendenze della Banca del Salento, localizzate quasi tutte in Puglia, integrate nella rete filiali del Monte. Tanto grazie sia allo scandalo di piani finanziari e prodotti strutturati, quanto ad una certa insipienza del management nella gestione dei rapporti con la clientela.

            De Bustis cerca di sopravvivere in questa situazione compromettente, tentando anche di portare a compimento l’aggregazione con Bnl, che fallisce per l’ostilità di Siena e della Fondazione Montepaschi, che temono di subire dall’operazione unademinutio nel controllo come anche nella centralità della città del Palio. Sarà costretto alle dimissioni nell’aprile 2003, non senza ottenere una buonuscita di 4 milioni di euro, accompagnata da un “premio di operosità” da 1,19 milioni, nonostante tutti i guai procurati e subiti. Poco dopo De Bustis, arrivato in Deutsche Bank Italia come amministratore delegato, ricambia il favore a D’Alema finanziando, tramite la dépendance italiana della banca tedesca, la Fondazione Italiani Europei.

           

Banca, politica, sprechi e clientele

 

            Babbo Monte dunque, nel bene e nel male, dipende dalla politica. I consiglieri della Fondazione sono quasi tutti espressione degli enti locali e dunque dei partiti. La Fondazione è stata sempre al centro di relazioni clientelari, sovvenzionando a fondo perduto piccole e grandi opere, dalla realizzazione di asili comunali o privati al restauro del Duomo, eventi fondamentali per la città come il Palio di Siena, sino alle generosissime sponsorizzazioni della squadra di calcio e della squadra di basket, ripetutamente campione d’Italia (la Mens Sana). Nel 2011, per esempio, la banca sponsorizza le maglie della squadra di calcio cittadina con ben 7 milioni di euro. Il Monte dei Paschi partecipa anche alla gestione dell’Università degli Studi di Siena, che ha un suo rappresentante nel Cda della Fondazione e che, senza neanche farlo apposta, ha un buco in bilancio quantificato ad inizio 2009 in oltre 200 milioni di euro, con 14 persone sotto processo.

            Dopo l’acquisto di Banca 121, che si conclude, giudiziariamente parlando, con un nulla di fatto, cioè con dei proscioglimenti di massa per i principali protagonisti degli arricchimenti truffaldini di quella banca, dal presidente Giovanni Semeraro a Vincenzo De Bustis, a Rossana Venneri, sino al potente responsabile delle vendite, Giuseppe Pacileo, come detto cominciano i problemi per l’antica banca. Dopo l’acquisto di Banca 121, Banca Agricola Mantovana e Banca Steinhauslin, dopo l’abbandono del cantiere Banca Nazionale del Lavoro, che rappresentò uno degli obiettivi principali dell’ing. De Bustis, Siena si concentrò sul completamento della sua politica espansionistica per integrazione di nuove banche. La preda successiva fu la Banca Antoniana Popolare Veneta, meglio nota come Antonveneta. Nel frattempo alla presidenza della banca arriva Giuseppe Mussari, avvocato di origini calabresi, direttamente dalla leadership della Fondazione, mentre direttore generale è Antonio Vigni, una vita in Banca Montepaschi. Sotto la loro “abile” direzione la banca attraversa il periodo peggiore della sua lunghissima e gloriosa storia, sino al sostanziale fallimento. Mussari e Vigni  si crede aver agito non sempre da soli, considerato anche il non loro brillante profilo manageriale, ma spesso dietro suggerimento soprattutto del partito di riferimento, Ds poi Pd, che occupa i principali gangli del potere locale e nazionale, in combutta con altri poteri, non ultima la massoneria, di cui si dice che Mussari facesse parte. Antonveneta viene acquistata nel 2008 ufficialmente alla cifra di 9 miliardi di euro, dagli spagnoli del Banco de Santander, che qualche mese prima l’avevano a loro volta rilevata dall’olandese Abn Amro al costo di 6 miliardi, che comprendeva anche la sim Interbanca, che invece non fa parte del pacchetto riservato al Monte dei Paschi.

            L’Antonveneta viene acquistata, incredibilmente, senza condurre preventivamente alcuna due diligence sui conti e sul funzionamento della banca. Il che significa che c’era una ben chiara “volontà politica” di far acquistare a tutti i costi la banca patavina dal Monte dei Paschi di Siena. La prima perplessità a spiccare è rappresentata dalla significativa differenza di prezzo (9 miliardi piuttosto che 6) ad appena tre mesi dalla precedente acquisizione effettuata dagli spagnoli del Santander. Cosa giustifica il maggior prezzo? Perché nessuna due diligence? Perché il Monte doveva crescere necessariamente acquistando una banca nota come un “gioiellino”, collocata prevalentemente nell’operoso e ricco nordest, area geografica nella quale i Paschi sono sino a quel momento scarsamente presenti. Dunque secondo il top management montepaschino l’acquisto di Antonveneta è fondamentale per la banca, che diventerà, grazie alla costosissima operazione, l’azienda a capo del terzo gruppo bancario italiano. Dietro l’operazione, però, non c’è solo il Pd, e si vedrà anche Forza Italia, come si rileverebbe da contatti intercorsi tra il management della banca e Loris Verdini, coordinatore del partito di Berlusconi e anch’egli banchiere, come presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, ma anche l’immancabile governatore della Banca d’Italia, all’epoca Mario Draghi che, evidentemente, non vedeva favorevolmente il controllo straniero su quella banca. D’altronde il predecessore di Draghi, Fazio, fu costretto alle dimissioni, e con lui il Ministro dell’Economia Tremonti, per aver avuto un ruolo assolutamente non marginale nel famoso affare dei “furbetti del quartierino” nella scalata di Antonveneta e di Bnl, praticamente senza soldi o con danaro prestato ai cosiddetti furbetti, senza i prescritti requisiti creditizi, dalle principale banche italiane, Mps compreso, indotto dalla politica che le controlla(va).

            Nonostante l’acquisto da parte di Mps fosse particolarmente impegnativo – in pratica la banca senese non aveva tutto il danaro necessario – inspiegabilmente la Banca d’Italia autorizza l’operazione consentendo eccezionalmente al Monte di andare al di sotto del patrimonio di vigilanza, consumato in misura eccezionale dall’operazione di compravendita, e di emettere per finanziarsi prestiti subordinati da collocare presso il pubblico indistinto, nonostante per le loro caratteristiche tali strumenti finanziari risultino maggiormente adatti ad investitori istituzionali, come soprattutto banche ed altre istituzioni finanziarie.

Infatti le obbligazioni subordinate sono strumenti ibridi di patrimonializzazione, che consentono cioè di incrementare il patrimonio, sino a quel momento insufficiente, della banca per rendere possibile l’operazione. In caso di liquidazione della banca emittente, questi titoli saranno rimborsati (nel 2018) solo dopo che saranno stati soddisfatti tutti gli altri creditori non ugualmente subordinati dell’emittente, non verranno rimborsati in casi di riduzione del capitale sociale al di sotto di quello minimo previsto per l’esercizio dell’attività bancaria; inoltre, la duration di 10 anni che rafforza l’esposizione al rischio di mancato o differito rimborso, in connessione al deterioramento delle condizioni finanziarie e patrimoniali della banca e la circostanza che il pagamento semestrale degli interessi può essere sospeso, come in effetti è avvenuto in più di una circostanza recentemente, anche dietro “consiglio” della Commissione Ue, attestano la rischiosità di questi strumenti.

            Il Monte dunque ha rastrellato risorse presso la clientela per finanziare parte dell’operazione.  L’operazione è stata finanziata, inoltre con un gravoso aumento di capitale, pari a 3 miliardi di euro, sostenuto in primis dalla stessa Fondazione che, per evitare di diluire la propria strategica partecipazione azionaria nella banca, si è dovuta indebitare con un gruppo di banche italiane ed estere, mettendo in pegno le proprie azioni nel Monte. La banca non può che essere senese e dei senesi.

            Ben presto si è scoperto che Antonveneta aveva enormi buchi rappresentati principalmente dalle sofferenze, crediti di  oramai dubbia esigibilità, che hanno comportato perdite che il Monte ha dovuto accollarsi. Quindi alla fine della fiera Banca Antonveneta è costata la bellezza di 18 miliardi. Lo si evince anche dai bonifici verso l’estero di svariati miliardi, uno di questi verso Abn Amro, un altro verso Santander, rilevati nel corso dell’inchiesta condotta dalla Procura di Siena, che secondo gli inquirenti celerebbero delle tangenti. Si è scoperto anche che Monte dei Paschi sarebbe stato finanziato anche da Santander, il venditore, per poter poi acquistare Antonveneta. Peccato che il gip di Siena abbia negato ai pubblici ministeri l’autorizzazione ad intercettare quasi tutte le conversazioni tra Vigni, Mussari ed i politici.

            L’acquisto di Antonveneta, l’ennesimo flop non è stato incolpevole, non solo per l’omessa due diligence. Mussari e gli altri erano già a conoscenza delle difficoltà della banca veneta oltre che dell’esagerato controvalore. Il presidente fu avvisato con email da un dirigente dei rischi dell’operazione, dai buchi di bilancio sino alle conseguenze nefaste dell’acquisto per la stabilità del Monte. Mail che è conservata agli atti del processo che si sta svolgendo a Siena e che è una delle prove delle responsabilità dell’ex presidente dell’Abi. E dire che gli unici ad aver creduto nella bontà e nella fattibilità finanziaria dell’operazione, con successivi ritorni per l’acquirente, furono alcuni quotidiani in quota ai Ds, primo su tutti “Repubblica”, che sposa la tesi del presidente della banca, mentre paradossalmente i quotidiani vicini al centrodestra, come “Libero” ed “Il Giornale” avvertono sui rischi dell’acquisizione, troppo onerosa per il Monte e che avrebbe avuto conseguenze di diluizione del valore del titolo della banca e dunque della stessa partecipazione della Fondazione. Parole sacrosante, anche se piuttosto scontate, ed in effetti l’acquisto di Antonveneta non portò alcun beneficio al patrimonio della banca, tutt’altro.  L’eccessivo impegno finanziario richiesto dall’acquisto di Antonveneta, del tutto spropositato rispetto al suo valore reale, in uno al generale contesto macroeconomico, a crisi già iniziata, ebbero quale conseguenza quella di diminuire il patrimonio netto della banca e  la sua proverbiale solidità. Di conseguenza anche il rating della banca e dei suoi titoli incominciarono un lento declino, sino ai giorni nostri.

            Nel 2010 Mussari ha elargito 100.000 euro al Pd, ed il suo vice dell'epoca, Rabizzi, 75.000,00, le più alte donazioni da persone fisiche del 2010, attestate e certificate dal bilancio del partito. I guai per la banca sono partiti però anche prima dell’acquisto di Antonveneta, dal 1995, anno di effettiva privatizzazione: negli ultimi anni, anche prima dell'acquisto di Antonveneta, la banca ha celato perdite di bilancio, ricorrendo a complessi strumenti derivati offerti a peso d'oro da altre banche (Deutsche Bank, Nomura etc) per abbellire lo stesso agli occhi degli analisti e di Banca d'Italia. 

Oggi la banca ha cambiatomanagement, con Alessandro Profumo come presidente, designato direttamente dalla Fondazione, già presidente di Unicredit, che contribuì ad affossare e ciononostante meritandosi una buonuscita di ben 42 miliardi di euro, ed il bocconiano Fabrizio Viola come direttore generale e amministratore delegato, proveniente dal Credem. I due manager arrivano in una banca distrutta, distrutta dagli scandali e dai processi penali, con l’obiettivo di rimetterla in sesto anche a dispetto della Fondazione, che rimane pur sempre lo scomodo ed ingombrante azionista di riferimento. Il tandem (Profumo-Viola) naviga a vista nella nebbia senese, nel difficile tentativo di tenere insieme gli obiettivi di risanamento della banca e di salvaguardia, per quanto possibile, degli interessi dei principali stakeholder che rimangono ancora (per poco) gli enti locali con il loro carico di clientele e di famelici personaggi politici. Un piano industriale che prevede 8.500 esuberi, con personale da accompagnare alla pensione con gli esodi non più incentivati, anzi con penalizzazioni al momento pari al 15% dello stipendio per cinque anni, sino al raggiungimento dell’età pensionistica. Gli oneri dell’esodo sono sostenuti dai più giovani colleghi in servizio, tramite un accordo di solidarietà, concluso il 19 dicembre 2012, della durata di tre anni (dal 2013 al 2015) che ha previsto l’azzeramento di molte condizioni economiche e normative favorevoli al personale, sei giorni all’anno di “assenza solidale”, astensioni obbligatorie dal lavoro non retribuite – e solo parzialmente compensate da un fondo di solidarietà, anch’esso finanziato dai dipendenti – e, rinuncia ancor più grave, la “donazione” all’azienda per tre anni del 23,5% dell’indennità di fine rapporto di ogni dipendente. Inoltre è stata decisa, con la complicità della maggior parte delle sigle sindacali – con le lodevoli eccezioni di Fisac Cgil, Dircredito, Sinfulb e Unisin – l’esternalizzazione di quasi 1.100 dipendenti del back office di più punti d’Italia con conferimento di ramo d’azienda alla newco Fruendo srl, appena 5.000 euro di capitale versato, partecipata da Bassilichi, partner ormai storico del Monte dei Paschi, ed Accenture Global Services. Molti dipendenti hanno già conferito mandato legale per impugnare la cessione. Sono lavoratori meno tutelati, di fatto, nonostante l’estensione del contratto collettivo del credito.

            La banca ha comunicato che nel 2013 l’esercizio si è chiuso con un passivo di 1,43 miliardi di euro, inferiore al passivo del 2012, pari a 3,2 miliardi. A breve dovrebbe realizzarsi un aumento di capitale per 3 miliardi, richiesto fortemente dall’Ue, che, se portato a compimento, consentirà di rimborsare con anticipo i 4.1 miliardi di Monti bond, il prestito oneroso concesso dallo Stato alla banca per salvarla dal fallimento. Il prestito è stato autorizzato dalla Commissione Ue che ha tuttavia posto una serie di paletti, tra cui quello del contenimento delle retribuzioni dei manager (dimenticato invece dai governi Monti e Letta) e da ultimo, ammonendo che nel caso in cui la banca non fosse nelle condizioni di pagare gli interessi semestrali dei Monti bond, sarebbe necessario effettuare ulteriori tagli alle spese, a partire dal personale. Lo Stato, sottoscrittore dei Monti bond, che sono prestiti obbligazionari convertibili in azioni in caso di mancato pagamento degli intressi semestrali, e dunque in partecipazione diretta dello Stato nell'azionariato della banca, non intende procedere alla sua nazionalizzazione, preferendo invece che la soluzione la offrano i "mercati".



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