Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

La Cgil a congresso

E-mail Stampa PDF

di Franco Turigliatto

Sinistra Anticapitalista

La Cgil svolge in questi giorni il congresso nazionale a conclusione di un lungo iter iniziato nei mesi di gennaio e febbraio con le assemblee di base.

Il congresso del più grande sindacato italiano non solo interessa tutte le lavoratrici e i lavoratori, ma costituisce un elemento centrale della vita sociale e politica del paese dopo molti anni di crisi economica e in presenza di una situazione drammatica per le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia e per la stragrande maggioranza della popolazione.

La Cgil resta infatti la più grande organizzazione di massa in Italia con i suoi 5,7 milioni di aderenti, di cui certo la metà sono pensionati, ma ben presente ancora in tutte le categorie dei lavoratori, pubblici e privati. Inoltre su di lei incide il ruolo storico avuto nelle vicende del paese, dandole credibilità e rendendola un punto di riferimento e di speranza per milioni di lavoratrici e lavoratori.

Il contesto sociale è drammatico: più di tre milioni di disoccupati, altri tre milioni di persone che hanno rinunciato a cercare il lavoro, mezzo milione di cassa integrati, il dilagare del lavoro precario, uno sfruttamento della forza lavoro sempre più acuto, le mille forme dei ricatti padronali, salari sempre più inadeguati, l’età pensionabile portata verso i 70 anni, il futuro rubato ai giovani.

Dietro questi dati c’è tutta la realtà del capitalismo, la sua crisi economica, ma anche la volontà del padronato italiano ed europeo di infliggere una sconfitta storica al movimento dei lavoratori e cancellare quelle conquiste realizzate con le lotte e l’organizzazione sindacale nel secondo dopoguerra. Dov’era in questi anni il sindacato il cui compito storico era proprio quello di fronteggiare questo attacco? Dov’era la CGIL e quali lotte ha organizzato quando tutto questo si è prodotto? Dov’era la confederalità che, a ogni piè sospinto, a ogni lotta settoriale che sfugga al controllo dell’apparato, i dirigenti sindacali sventolano, e che avrebbe dovuto invece essere usata per unire i diversi settori? Quando e come è stata organizzata un’azione complessiva rivolta a costruire le condizioni per difendere l’occupazione ed essere soggetto paladino fino in fondo delle condizioni della classe lavoratrice e così essere credibile agli occhi di milioni di giovani, costruendo in questo modo anche la loro politicizzazione e sindacalizzazione?

I dati drammatici della condizione della classe lavoratrice sono anche un pesante atto d’accusa sul fallimento dell’attuale gruppo dirigente della CGIL, della sua incapacità, ma è più giusto dire della sua non volontà, a contrastare l’attacco dell’avversario di classe con tutti i mezzi dell’organizzazione, utilizzando le potenzialità di mobilitazione che ancora esistevano ed esistono nella classe operaia.

La direzione burocratica della CGIL, nel corso degli ultimi venti anni, ha dapprima disperso una parte consistente delle conquiste operaie con la politica della concertazione cioè della collaborazione di classe, subordinandosi sempre più alle politiche liberiste dei governi; ha poi avuto una reazione di fronte all’attacco del secondo governo Berlusconi che poneva in discussione la stessa sopravvivenza del suo apparato, con le grandi mobilitazioni dei primi anni duemila che avevano suscitano grandi speranze, salvo poi sostenere in pieno le politiche del governo Prodi. Negli ultimi anni, di fronte a CISL e UIL, completamente complici dei governi e dei padroni, ha assunto una posizione di inattività, egualmente colpevole perché ha impedito qualsiasi mobilitazione seria contro gli atti dei governi e gli assalti padronali a partire da quello di Marchionne. Era inevitabile che questa passività producesse una ulteriore crisi della CGIL per cui la direzione ha infine scelto di saltare definitivamente il fosso e di porsi sullo stesso piano delle altre due confederazioni firmando l’accordo del 31 maggio 2013 e poi quello del 10 gennaio 2014. Questi accordi segnano la rinuncia a svolgere un reale azione sindacale di classe, ancorché modesta e riformista, tanto che la minoranza interna ha chiamato il documento alternativo per il congresso: “Il sindacato è un’altra cosa” . Vedasi l’articolo alla pagina: http://anticapitalista.org/2014/01/15/lirruzione-dellaccordo-del-10-gennaio-nel-congresso-cgil/

In questo contesto il dibattito congressuale, svoltosi su un orientamento di ulteriore svolta a destra della CGIL nonché segnato da una bassissima partecipazione alle assemblee di base, mascherato da molteplice forme di manipolazione e di alterazione dei dati con lo scopo di penalizzare sia la minoranza del documento alternativo, ma anche le posizioni dei cosiddetti “emendatari” della FIOM, da scontri molto duri tra diversi apparati che pure si riconoscono formalmente nel documento della Camusso, è un congresso di crisi.

Né la relazione introduttiva della segreteria, volta a parare gli attacchi diretti del governo al sindacato stesso, a presentarsi come soggetto ancora capace di una proposta diversa ed indipendente, nonché a recuperare consensi sul piano propagandistico, modifica gli assi sostanziali dell’attuale percorso della Confederazione.

La minoranza di sinistra del precedente congresso che aveva i suoi punti di forza nella FIOM e nella Funzione Publica, ma che non aveva allora ottenuto i risultati sperati, ben presto ha rinunciato a svolgere una funzione alternativa. La FIOM ha retto per qualche tempo nelle sue battaglie di categoria, in particolare contro la Fiat di Marchionne, ma è rimasta infine isolata. Il suo gruppo dirigente ha pensato di uscire dalle difficoltà e sconfitte obiettive subite cercando un rientro in maggioranza, firmando il testo della Camusso ed anche inventandosi qualche giro di valzer con un personaggio come Renzi. Manovre dal fiato corto, perché l’accordo del 10 gennaio ha messo in luce come gli spazi di autonomia lasciati da quell’accordo e dalla direzione centrale della CGIL siano ridotti al lumicino. Di qui gli scontri durissimi in corso nelle ultime settimane e il paradosso, ma è un paradosso solo fin a un certo punto, tra un documento votato a larghissima maggioranza e i forti contrasti tra i suoi diversi sostenitori e protagonisti.

Grave è stata la scelta della direzione FIOM, dato il suo livello di rappresentanza sociale e la sua credibilità politica, di rinunciare a una proposta e a un ruolo di alternativa confederale a tutto campo.

Il compito di difendere il percorso storico stesso della CGIL e soprattutto un orientamento di classe è rimasto così sulle spalle della minoranza del documento alternativo “Il sindacato è un’altra cosa”. Un impegno e una battaglia decisiva, importantissima, che ha visto coinvolte alcune migliaia di quadri e militanti sindacali, una risorsa fondamentale e preziosa per il futuro di un sindacalismo che sappia rispondere alle sfide attuali, che hanno ottenuto, ovunque hanno potuto essere presenti, ampi consensi e partecipazione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori: “Un risultato positivo tenuto conto dei boicottaggi e del falsi generalizzati” come è stato scritto nel comunicato dell’esecutivo nazionale del documento reperibile su http://www.rete28aprile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4555:260414-report-esecutivo-23-aprile&catid=26:comunicati-stampa&Itemid=21.

Se per altre forze politiche era “normale” scegliere di stare con la maggioranza della Camusso o sostenere la direzione Fiom, e se non ci stupisce che un giornale come il Manifesto non abbia quasi mai dato voce alla minoranza ed abbia anzi contribuito ad oscurarla, consideriamo molto negativa la scelta di Rifondazione, formazione che si vuole partito di classe ed anche anticapitalista, di non contribuire con le proprie scelte politiche e coi propri militanti, a questa battaglia della minoranza della CGIL, ma di schierarsi con gli “emendatari”, cioè di votare il documento della segretaria. E’ stato un errore capitale che mette in luce le persistenti ambiguità di questa forza politica, con cui pure ricerchiamo l’unità nell’azione ovunque questo sia possibile.

Il congresso della CGIL se, da una parte segna, il punto più basso della traiettoria di questa Confederazione, dall’altra, più che mai, richiama la necessità di un’azione sindacale all’altezza dello scontro sociale e della ricostruzione di un sindacalismo di classe che veda un’azione unitaria più forte dei diversi soggetti, (correnti interne alla confederazione, sindacati di base), strettamente collegata a un nuovo attivismo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il punto di partenza sul piano dei contenuti è il contrasto in toto all’austerità, alle politiche del governo a partire dalle misure sulla ulteriore precarizzazione del lavoro e sul Job act, dal rigetto degli accordi siglati negli ultimi anni partire, in primis quello del 10 gennaio, dalla difesa del ruolo dei contratti nazionali di lavoro contro ogni deroga, per garantire a ciascuno un reddito rivendicando il salario sociale impedendo ogni sorta di ricatto dei padroni sui disoccupati, dall’abrogare la legge Fornero sulle pensioni e rivendicare la riduzione dell’orario di lavoro per creare posti di lavoro. Proporre realmente un piano per il lavoro significa contrastare tutte le politiche di privatizzazione, rivendicando invece un nuovo forte intervento pubblico produttivo e di creazione dei servizi sociali, recuperando le risorse necessarie, là dove i soldi ci sono, tra i capitalisti, la finanza e la speculazione.

Se la CGIL volesse essere il sindacato che ridà speranze alla classe lavoratrice dovrebbe oggi apertamente dire: “abbiamo sbagliato, non abbiamo fatto nulla di quello che dovevamo fare; vogliamo cambiare, vogliamo discutere con tutta la classe lavoratrice, vogliamo fare assemblee in ogni luogo di lavoro, vogliamo costruire tutti insieme una piattaforma di lotta e poi vogliamo ripartire con la mobilitazione fino allo sciopero generale per porre fine alle politiche dell’austerità e vogliamo difendere le condizioni di vita e di lavoro di tutte e tutti”.

Non lo farà la Camusso, non lo farà questo gruppo dirigente burocratico, non lo farà un apparato che ha cominciato a dimenticarsi di come animare e organizzare una lotta.

Questo compito ricade sulle spalle delle e dei militanti sindacali di classe; bisognerà farlo dal basso, ricostruire con tante difficoltà, ma consapevoli che questa è la strada da seguire.

 



Tags: CGIL  FIOM  Camusso  PRC  il manifesto  

You are here