Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Viale: Expo, l’occasione (persa) di Pisapia

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 di Guido Viale

da il manifesto

Expo e corruzione. Sfilarsi dal progetto, scegliere il modello "fuori salone", decidere di seguire l’idea di Petrini sulla trasformazione del parco agricolo di Milano. Invece ha vinto la colata di cemento

 

Come per De Magi­stris, Zedda e Doria anche il sin­daco Pisa­pia era stato eletto sull’onda di una mobi­li­ta­zione straor­di­na­ria per par­te­ci­pa­zione, entu­sia­smo, crea­ti­vità. Pisa­pia doveva porre fine alle male­fatte di Leti­zia Moratti. E tra quelle tante male­fatte la peg­giore è senz’altro l’Expò: un “Grade evento” fatto di “Grandi Opere” che non hanno alcuna giu­sti­fi­ca­zione se non distri­buire com­messe, incas­sare tan­genti e tenere in piedi un comi­tato di affari impre­gnato di cor­ru­zione e di mafia che aveva già deva­stato la città per anni. Si badi bene: le tan­genti sono una con­se­guenza e non la causa.
Se ci fos­sero solo le tan­genti, il ter­ri­to­rio non ne rice­ve­rebbe danni irre­pa­ra­bili. Il vero danno sono le Grandi opere, la deva­sta­zione del ter­ri­to­rio e delle rela­zioni sociali; e il modello di busi­ness di cui sono frutto, fon­dato sull’indifferenza per le esi­genze delle comu­nità locali, sullo stra­po­tere di ban­che e finanza, sul subap­palto del subap­palto, che apre le porte alle mafie, sul pre­ca­riato (e ora anche sul lavoro gra­tuito) che hanno fatto dell’Expò il labo­ra­to­rio dell’Italia di Renzi; e, ovvia­mente, anche sulla corruzione.

Avendo ere­di­tato l’Expò dalla Moratti, Pisa­pia si era impe­gnato a ren­derla comun­que meno pesante pos­si­bile. Ma ha tra­dito quel man­dato. Non è in discus­sione la sua one­stà, né la sua buona fede; lo sono le sue scelte. Appena inse­diato è stato tra­sci­nato a Parigi da For­mi­goni per sot­to­scri­vere gli impe­gni con l’Ufficio Inter­na­zio­nale dell’Expò. Da allora l’Expò ha preso il posto dei pro­getti pre­sen­tati in cam­pa­gna elet­to­rale, alcuni dei quali san­citi dalla vit­to­ria di sei refe­ren­dum cit­ta­dini (senza seguito). E con l’Expò ha comin­ciato a dis­sol­versi quell’ondata di entu­sia­smo e di spe­ranze che aveva por­tato Pisa­pia in Comune.

Oggi in città la par­te­ci­pa­zione, che era stata la grande pro­messa di quella cam­pa­gna elet­to­rale, è a zero. E le forze che si erano impe­gnate per soste­nerlo – e soprat­tutto i gio­vani, e tra i gio­vani i cen­tri sociali — sem­brano ormai orien­tate a non votare nem­meno più: per nes­suno. E’ que­sto l’effetto peg­giore di quel tradimento.Poteva andare diver­sa­mente? Cer­ta­mente sì. Ma solo con un taglio netto nei con­fronti della cul­tura domi­nante: il pen­siero unico; il refrain del “non c’è alter­na­tiva”.
L’osservanza dei vin­coli di bilan­cio e del Patto di sta­bi­lità che stran­gola i Comuni per costrin­gerli a sven­dere suolo, beni comuni e ser­vizi pub­blici locali; e a repri­mere la par­te­ci­pa­zione della cit­ta­di­nanza. E tut­ta­via la Giunta non si è sen­tita le mani legate quando si è trat­tato di stan­ziare 480 milioni (ma forse molto di più, per­ché molte opere gra­vano su altre voci del bilan­cio) per fare l’Expò.

«Sarà un rilan­cio per l’economia per tutto il paese», ci hanno detto uno dopo l’altro Prodi, Ber­lu­sconi, Monti, Letta e Renzi. Ma c’è qual­cuno che vera­mente ci crede? Gli ultimi Expò, con l’eccezione di Sivi­glia, sono stati un bagno di san­gue per le città e i paesi che li hanno ospi­tati. «Sarà il rilan­cio dell’immagine dell’Italia nel mondo» ripe­tono. Sì, ma dell’Italia come il paese più cor­rotto dell’Ocse, e forse del mondo.
Lo si poteva capire dall’inizio. Due anni per nego­ziare l’organigramma senza nem­meno sapere che cosa fare vera­mente dell’Expò fanno capire a tutti qual era la posta in gioco. Adesso ci vogliono far cre­dere che i mana­ger al ver­tice dell’Expò erano ignari di tutto. Se dav­vero lo fos­sero, sono stu­pidi e incom­pe­tenti, e certo non meri­tano le cen­ti­naia di migliaia di euro del loro sti­pen­dio. Se non lo erano, com’è ovvio, non lo era nean­che chi li ha messi lì.

Eppure Pisa­pia le alter­na­tive le aveva: quando si è inse­diato, basta­vano 20 milioni di euro di penale (una “baz­ze­cola” rispetto a quelli che ci costerà l’Expò) per sfi­larsi dal pro­getto. Le ragioni per farlo non man­ca­vano: nell’epoca di inter­net una espo­si­zione uni­ver­sale è un’idea stu­pida; e da tempo le Expò sono bagni di san­gue: si aspet­tano milioni di turi­sti stra­ric­chi dall’estero e poi biso­gna fare appello alle visite scon­tate dei con­na­zio­nali per risol­le­vare un po’ i bilanci; d’altronde, “nutrire il pia­neta” con una colata di cemento non è un’idea geniale o innovativa.

La seconda opzione era l’Expò dif­fuso (sul modello del “fuori salone” abbi­nato da anni alla fiera del mobile, che ha sem­pre molto suc­cesso). A Pisa­pia quel pro­getto glielo aveva messo in mano un gruppo di archi­tetti, desi­gner e urba­ni­sti che ci lavo­rava da tempo (c’è anche una pub­bli­ca­zione in pro­po­sito); sarebbe costato molto meno, non avrebbe com­por­tato penali, e i soldi spesi sareb­bero ser­viti per ren­dere più bella la città; ma più dif­fi­cili e meno remu­ne­ra­tive spe­cu­la­zione e corruzione.

La terza opzione era seguire i sug­ge­ri­menti di Petrini: nutrire Milano per inse­gnare a nutrire il pia­neta. Cioè pro­muo­vere la tra­sfor­ma­zione del parco agri­colo Sud Milano, il più grande d’Europa, in un giar­dino col­ti­vato a frutta e ortaggi, per ali­men­tare le mense gestite dal Comune (80.000 pasti al giorno); per pro­muo­vere una rete di Gas (gruppi di acqui­sto soli­dale, tra­sfe­rendo a costo zero il know-how di chi un Gas lo sa fare, per­ché lo ha già fatto, a chi vor­rebbe farlo e non sa da dove comin­ciare; magari con un piz­zico di pro­mo­zione); per inse­gnare a tutti a magiare meglio e a chi lavora la terra a tra­sfor­marla in vera ric­chezza; e poi, por­tare i visi­ta­tori a vedere quel mira­colo.
Invece si è scelto il cemento: per rea­liz­zare la cosid­detta “pia­stra” (un nome, un pro­gramma), cioè la sede espo­si­tiva dell’Expo, che all’inizio doveva essere un grande orto; loca­liz­zan­dola per di più, unico caso per tutte le Expò, su ter­reni pri­vati da com­prare a caro prezzo, per poi costruirci sopra tanti stand di cemento che dovranno poi essere demo­liti. E si è scelto l’asfalto; per­ché per far arri­vare i visi­ta­tori stra­nieri si è dato il via alla costru­zione di tre auto­strade periur­bane, come se i milioni di visi­ta­tori cinesi, sta­tu­ni­tensi e austra­liani attesi arri­vas­sero in auto­mo­bile da Bre­scia, Lodi o Varese. Natu­ral­mente tutto in pro­ject-finan­cing; ma in attesa dei soldi di pri­vati e ban­che che non arri­ve­ranno mai, si è comun­que prov­ve­duto a scas­sare il ter­ri­to­rio in vari punti lungo le tra­iet­to­rie di que­ste auto­strade per met­tere tutti di fronte al fatto com­piuto: in qual­che modo quei soldi dovranno sal­tare fuori, per­ché intanto il danno è fatto.

Dul­cis in fundo, il pro­getto ini­ziale pre­ve­deva un canale navi­ga­bile per farvi arri­vare in barca i visi­ta­tori — le “vie d’acqua” — paral­lelo a un navi­glio leo­nar­de­sco, come segno di sfida tra “moderni” e “anti­chi”. Nel corso del tempo quel pro­getto si è tra­sfor­mato in una fogna in cemento di due metri di lar­ghezza, per far defluire le acque della fon­tana che ornerà la “pia­stra”. Poi si è deciso di inter­rarne una buona parte per far fronte alle pro­te­ste degli abi­tanti di alcuni quar­tieri. Ma il costo è rima­sto immu­tato (80 milioni) e l’appaltatore pure (Mal­tauro, quello delle maz­zette); anche se il pro­getto non sarà comun­que pronto per l’Expo.
Poi c’è il “dopo”. Che fare di tutto quel cemento? Pro­blema risolto: For­mi­goni e Maroni vole­vano farci le Olim­piadi. Ma Roma ha detto no. Pisa­pia ha ripie­gato su uno sta­dio. Non che a Milano uno sta­dio, man­chi. C’è; si chiama San Siro. Ma gra­zie a una legge appro­vata dal governo Monti oggi fare uno sta­dio vuol dire poter costruire alber­ghi, case, cen­tri com­mer­ciali, par­cheggi, disco­te­che e cinema mul­ti­sala: cioè altro cemento. Finan­ziato dalle stesse ban­che che, per con­ce­dere i nuovi pre­stiti, pren­de­ranno in garan­zia, come fanno da tempo, i grat­ta­cieli vuoti già edi­fi­cati con i pre­stiti pre­ce­denti, che quei costrut­tori, quasi tutti in ban­ca­rotta, non sono in grado di rimborsare.

Il pro­blema vero che tutti i cit­ta­dini di Milano e d’Italia si pon­gono è invece que­sto: quante altre cose mera­vi­gliose si sareb­bero potute fare con i miliardi dell’Expò? Ma è una domanda che a Pisa­pia non ha fatto nessuno.

 



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