Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Nigeria dimenticata

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Nigeria Una strage dimenticata

 

Pochi giornali hanno segnalato la notizia della strage di Jos, nella Nigeria centrale. Perché in Africa ce ne sono troppe, e non fanno più notizia? No, perché era imbarazzante da spiegare. Su quasi cinquecento vittime, oltre quattrocento sono di religione islamica e meno di cento sono cristiani.

 

Altre cifre tendono a ridurre il numero complessivo dei morti, ma nessuno contesta la proporzione e la responsabilità iniziale dei cristiani.

I cristiani hanno preso a pretesto per il loro attacco l’inizio della costruzione di una moschea nel loro quartiere Nassarawa Gwom, che finora non aveva una presenza islamica significativa. Non erano leghisti, certo, ma si sono preoccupati come un Calderoli o un Borghezio di “tutelare le loro radici e le loro tradizioni”… Non è uno scherzo, hanno proprio accusato i musulmani di essere venuti da fuori, di non parlare la loro lingua ma quella degli Hausa, di solito dislocati più a nord. Poi, naturalmente, c’è stata una reazione della comunità islamica e i morti si sono contati anche tra i cristiani.

Le autorità religiose cristiane, e quelle amministrative dello Stato di Plateau, di cui Jos è la capitale, si sono affrettate a dichiarare che lo scontro non è religioso ma etnico, probabilmente per disinnescare una possibile esplosione generalizzata dei conflitti: gli islamici sono il 43% dei 150 milioni di abitanti della Nigeria, e sono concentrati nel nord, mentre il resto è suddiviso tra cristiani, in prevalenza protestanti, e animisti. Jos si trova proprio al confine tra il sud animista e cristiano e il nord musulmano.

Questa interpretazione non è convincente: ogni conflitto tra un gruppo e l’altro di una popolazione può essere motivato in vario modo: nell’esplosione della Jugoslavia ad esempio (ed anche al tempo del protettorato italiano sulla “Grande Croazia” di Ante Pavelic) , per i conflitti tra croati e serbi venivano usate anche motivazioni religiose. Ma della religione - almeno nel 1991 - non importava quasi niente a nessuno, e tantomeno si poteva parlare veramente di due gruppi etnici: la cultura era la stessa e così la lingua (il “serbo-croato”), anche se trascritta con alfabeti diversi.

In altri casi, ad esempio nel Ruanda e nel Burundi, i conflitti si presentavano come etnici, e non religiosi: ma hutu e tutsi oltre ad essere ugualmente cattolici, non erano neppure due etnie diverse, ma – almeno fino alla colonizzazione europea - due suddivisioni della stessa etnia in base a una diversa attività economica prevalente (agricola per gli hutu, pastorale per i tutsi). Furono i coloni tedeschi prima e poi belgi a forzare le differenziazioni privilegiando la minoranza tutsi per dominare meglio tutte e due, creando le premesse dei conflitti che sarebbero esplosi dopo l’indipendenza.

Anche nel Libano della lunga guerra civile, i conflitti sono stati presentati come religiosi, mentre non lo erano che in parte: erano conflitti politici che si ammantavano a volte di pretesti religiosi. Non etnici, anche qui, perché la popolazione apparteneva in gran parte allo stesso ceppo e, pur praticando diverse religioni, aveva convissuto più che decentemente per secoli sotto il dominio ottomano, fino alla metà dell’Ottocento, quando le potenze europee cominciarono ad armare e finanziare l’una contro l’altra le diverse comunità: la Francia sostava i maroniti, i britannici i drusi, l’impero zarista i cristiani greco ortodossi… Su questo caso, rinvio al libro Libano e dintorni disponibile integralmente sul mio sito http://antoniomoscato.altervista.org/

Ma di episodi del genere ce ne sono stati in diversi momenti: penso ai conflitti tra sciiti e sunniti esplosi nell’Iraq sotto occupazione, e perfino (senza pretesti religiosi e neppure etnici) a quelli tra lavoratori francesi e migranti italiani nell’Ottocento (ne ho parlato a proposito di Rosarno). Penso ai pogrom contro i lavoratori haitiani immigrati “clandestini” a Santo Domingo per tagliare la canna, e periodicamente accusati di voler “rubare il lavoro” ai locali. Si trattava sempre di “motivazioni aggiunte”, per attizzare un odio latente che nasceva da una concorrenza tra poveri. Il pretesto poteva essere anche più assurdo e inverosimile, come nella famosa”guerra del pallone” tra Honduras e Salvador, su cui inserisco qui una scheda, tratta dal mio libro Il risveglio dell’America Latina, Alegre, Roma, 2008.

Scheda

La "guerra del football"...

Fu innescata dalle partite tra le squadre di Honduras e Salvador per la qualificazione al campionato del mondo del 1970 in Messico. La prima a Tegucigalpa, l'8 giugno 1969, era stata vinta alla grande dalla squadra locale, anche perché la squadra del Salvador, arrivata il giorno prima, era stressata perché l'albergo in cui era ospitata era stato assediato per tutta la notte da una folla che tirava sassi e petardi contro i vetri, faceva chiasso con latte e clacson, fischietti, urla. La partita era stata conclusa da un gol all'ultimo minuto dell'Honduras.

In Salvador, un minuto dopo, una diciottenne esaltata, Amelia Bolanos, si sparava davanti al televisore: fu trasformata in eroina nazionale, con funerali di Stato, con folla enorme, l'esercito, ecc.

Appena una settimana dopo ci fu la partita di ritorno a San Salvador, che ovviamente fu giocata in un clima terribile: tutti i vetri dell'albergo in cui si trovava la squadra dell'Honduras erano stati rotti dai sassi, e le stanze erano state riempite con tonnellate di uova marce, topi morti, stracci puzzolenti. I giocatori della squadra ospite arrivarono allo stadio dentro i carri armati dell'esercito, e giocarono in un clima di terrore. La bandiera dell'Honduras era stata bruciata nello stadio e sostituita da uno straccio sporco e a brandelli. Il Salvador vinse per 3 a 0. I giocatori dell'Honduras fuggirono verso l'aeroporto a bordo dei carri armati, mentre i loro tifosi venivano pestati e le loro auto bruciate. Ci furono i primi morti...

La partita di spareggio si svolse in terreno neutro, in Messico, con 5.000 poliziotti armati schierati tra le due tifoserie. La vinse il Salvador, che subito dopo sferrò l'attacco militare al paese limitrofo. La guerra durò cento ore, e costò 6.000 morti, decine di migliaia di feriti, molti villaggi distrutti, cinquantamila persone scacciate da casa e terra...

Kapuściński, corrispondente polacco, si trovava in Messico nei giorni delle tre partite, e appena intuito che la tensione montava, decise di andare a Tegucigalpa, dove arrivò in tempo per sentire le prime bombe. Partito per il fronte con qualche collega, poté rendersi conto bene che i soldatini analfabeti di origine contadina delle due parti, che si stavano massacrando senza nessun supporto logistico e sanitario, non sapevano perché era scoppiata la guerra, non conoscevano neppure le farneticazioni scioviniste che infiammavano le due capitali.

Tanto meno avevano idea che a monte c'era il contenzioso sull'emigrazione "clandestina" di trecentomila salvadoregni verso l'Honduras, poco popolato, tollerata per molti anni dai due governi per ragioni diverse. Alla metà degli anni Sessanta, però, si era sviluppata un'agitazione tra i contadini dell'Honduras che chiedevano terra. Il governo oligarchico locale la promise, ma essendo ben legato agli Stati Uniti, invece di dividere i latifondi locali o le immense proprietà dell'United Fruit, cominciò a cacciare i trecentomila salvadoregni, e a scatenare un'assurda ondata xenofoba, subito ricambiata dall'altra parte del confine...

Questo è stato il caso più cruento negli ultimi decenni, ma altre campagne xenofobe (dire razziste è improprio: la popolazione dei diversi paesi dell'America Latina è indistinguibile da quella del paese vicino) si sono riprodotte in epoca più recente: ad esempio tra Perù e Ecuador, in Argentina nei confronti dell'Uruguay, ecc.

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Il grande giornalista polacco Kapuściński, che si trovò quasi per caso in mezzo a quell’assurdo conflitto, ne ha fatto una descrizione vivacissima: Ryszard Kapuściński, La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Feltrinelli, Milano 2002, pp. 166-197

 

Inutile dire che il silenzio della grande stampa italiana su questi scontri ha anche una spiegazione semplicissima: l’imbarazzo per una vicenda che contraddice le campagne sistematiche di demonizzazione e criminalizzazione degli islamici. Di questa indulgenza non beneficiano solo i cristiani nigeriani, ma anche i fondamentalisti indù che assaltano e distruggono moschee, come quella di Ayodhya, e praticano abitualmente varie forme di terrorismo contro gli islamici...  (a.m. 22/1/10)

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