Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L’uso indecente dei marò

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Poche le polemiche sulla parata militare, ormai accettata dai più, per rassegnazione o spirito di gregge. L’altr’anno Napolitano aveva annunciato, con la classica ipocrisia della migliore tradizione italiana e cattolica, che si faceva una parata al risparmio, facendo sfilare a piedi i corazzieri, e tenendo negli hangar le frecce tricolori. Come se il mantenimento dei cavalli dei corazzieri per la loro anacronistica funzione non fosse uguale nei giorni in cui invece di sfilare fanno solo una passeggiata a villa Borghese, e gli aerei che sfrecciano ogni giorno nei nostri cieli (e ogni tanto in quelli balcanici, iracheni o libici…) costassero solo quando gli si fa fare anche la fumata colorata. Quest’anno, visto che nessuno protestava, sono comunque tornati i cavalli e le frecce…

Ma a questo siamo abituati, specialmente da quando l’Italia ha un presidente che sostiene che le imprese umanitarie nei Balcani o in Afghanistan, in Iraq o altre parti del mondo sono esattamente la concretizzazione dello spirito dell’art. 11 della costituzione.

Meno scontato che il partito militarista scegliesse proprio la data della festa della Repubblica per rilanciare alla grande la questione dei due eroici marò sparatori. Gli altoparlanti hanno scandito i nomi dei due, mentre sfilavano i loro camerati della famigerata San Marco; una video conferenza in collegamento da Nuova Delhi con le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato in seduta congiunta ha dato loro la massima visibilità. Qualcuno ha definito “pizzini” le affermazioni gridate al microfono da Salvatore Girone: “Abbiamo obbedito a degli ordini, mantenuto una parola che ci era stata chiesta, e con dignità, onore per la nazione e tutti i soldati italiani, la continuiamo a mantenere”. A quali ordini allude? Poi su molti giornali è stato dato spazio alla moglie di Girone, che ha denunciato la “grande violenza” subita dai due e dalle loro famiglie.

Di rinforzo è riapparso anche l’ex ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, un fascistello che si fregiava dei titoli nobiliari di marchese di Palazzolo, conte di Restenau, cavaliere del Sacro Romano Impero, ecc., e che sembrava sparito dalla circolazione dopo aver provocato il massimo dei danni all’Italia spingendo i due marò a restare a casa dopo una licenza premio, e mettendo nei guai l’ambasciatore italiano in India che aveva garantito il loro ritorno. Una volta riesumato, Terzi insieme a un “gruppo di cittadini” si è detto “pronto a presentare un esposto alla Procura di Roma”, per far incriminare chi (il suo successore, evidentemente) per riparare una parte dei guasti provocati da quell’incredibile gestione della vicenda, rimandò in India i due imputati evasi durante il permesso. Terzi la chiama “estradizione”, ma in realtà fu semplicemente la decisione di obbligare i due a mantenere l’impegno preso con le autorità indiane, che li avevano trattati più che generosamente: avevano avuto in pochi mesi due permessi per andare a casa, uno per le feste natalizie, l’altro per le elezioni, ed erano ospitati non in una prigione ma in una villa dell’ambasciata italiana, dove possono ricevere le famiglie, che vanno in vacanza in India a nostre spese. La minaccia della pena di morte non è mai esistita, è stata usata solo in Italia per squallidi usi propagandistici.

I due e le loro famiglie comunque si sentono le vere e sole vittime innocenti: dimenticano i due poveri morti e i loro familiari, tacitati con poche migliaia di euro. Ma è vero che in fondo sono anche loro un po’ vittime, sia di quell’imbecille di Ignazio La Russa, che quando era ministro giocava a fare il condottiero e il protettore di ogni missione militare e aveva escogitato l’affitto dei nostri marò agli armatori privati, sia degli incompetenti che dalla Farnesina e dalle redazioni dei grandi quotidiani e TV hanno gestito la vicenda alzando i toni, esprimendo disprezzo per l’India, negando l’evidenza rappresentata dai due morti, dalle tracce della sparatoria sul peschereccio disarmato, dal fatto che la nave si trovava in acque considerate territoriali dall’India (altrimenti sarebbe stato assurdo e inspiegabile che il capitano accettasse di attraccare in porto).

Sono un po’ le vittime di tutti coloro che li hanno pompati ed esaltati come fulgidi esempi dell’onore d’Italia. Poco mancava che nella retorica sui due si associasse anche la difesa di un altro celebre sparatore, il sedicente erede al trono Vittorio Emanuele IV, che nel 1978 uccise un giovane turista tedesco su un’imbarcazione ormeggiata davanti all’isola di Cavallo in Corsica, ottenne l’assoluzione, ma poi per anni si vantò in giro della sua sciagurata impresa. In ogni caso sarà contento il presidente Napolitano che aveva ricordato i due marò anche in occasione del 25 aprile, un altro anniversario che pure non doveva avere molto a che fare con la loro squallida impresa.

Hanno una sola attenuante: anche se almeno uno dei due marò, Massimiliano Latorre,  era già organicamente legato a un gruppo di estremismo fascista nella sua Taranto, i due sono finiti in un gioco più grande, in cui si sono dati da fare in tanti e in cui non hanno saputo muoversi bene. In primo luogo la Mogherini, che si riallaccia alle tesi di Terzi pretendendo per i due marò la cosiddetta “immunità funzionale”, che sarebbe meglio chiamare impunità per chi porta una divisa e ha un’arma in mano… Non sono poi solo i cialtroni della destra come Pierferdinando Casini (che ringrazia i marò per “la lezione che ci hanno dato”), o Giorgia Meloni che ne ha fatto un motivo identitario quotidiano, ma si è mosso tutto lo staff renziano, compresa la ministro della Difesa Roberta Pinotti, che si è impossessata subito del linguaggio retorico del partito militare: “La manifestazione ha dimostrato che è possibile coniugare il senso della misura all’enfasi dei valori più alti della nostra Repubblica”. Quali, il tiro a segno sui pescatori?

La teleconferenza in concomitanza della festa della Repubblica, per giunta, fa parte di una campagna per forzare la mano all’opinione pubblica (come se non fosse già abbastanza avvelenata dall’isterismo nazionalista e militaresco). Poi qualche giornale più governativo (ad esempio “la Stampa”) ha mostrato qualche imbarazzo per il tono troppo gridato dell’intervento di Girone, ma è ipocrita prendersela con la sua esasperazione. Chi ha deciso di usare questa teleconferenza pubblicamente, e non solo per le commissioni parlamentari? E che utilità poteva avere il loro parere? Oltre a tutto usandoli così, pretendendo che se ne dichiari la totale innocenza, si rischia di esasperare l’opinione pubblica indiana e di peggiorare la loro situazione, tra l’altro rendendo impraticabile una di quelle soluzioni sottobanco di cui l’Italia è maestra.

Purtroppo di voci discordanti non se ne sono sentite proprio. Oppure sono state voci critiche ma da destra: ad esempio c’è chi non ha voluto presenziare alla parata perché “non si è fatto abbastanza per i marò”, come hanno spiegato i “Fratelli d’Italia”. E, con motivazioni analoghe, anche i parlamentari del M5S, spero per ignoranza. D’altra parte non avevano detto una parola di dissociazione al momento della gita di tutti i gruppi parlamentari a Nuova Delhi. Ora sono stati capaci di fare un comunicato in cui si dice testualmente:

“Vedere oggi i nostri due marò in videoconferenzada New Delhi, dopo oltre due anni di tormentati capovolgimenti giudiziari, ci ha spezzato il cuore. Li avremmo voluti con noi, Massimiliano e Salvatore, nelle braccia delle loro famiglie e al fianco delle istituzioni in questa giornata rappresentativa per il nostro Paese, che segnò il passaggio da una monarchia post-fascista ad una Repubblica democratica. Invece, dopo i futili proclami del governo sull'apertura di un processo di internazionalizzazione che, finora, si manifesta del tutto lacunoso, i destini dei nostri due fucilieri di Marina sono ancora piegati dal fardello di un disastro diplomatico senza precedenti nella storia.Anche alla luce del mancato voto alle europee dei soldati italiani in missione extra Ue, un fatto gravissimo su cui - ancora - pende la responsabilità del governo, vorremmo ricordare alle ministre Mogherini e Pinotti che un Paese che non ha rispetto dei suoi militari è un Paese senza dignità. Così come lo è il governo che lo amministra. Riportiamoli a casa!”

Purtroppo non è una novità (ho trovato altre dichiarazioni analoghe sul blog che informa della attività dei due gruppi parlamentari) l’impreparazione che ha portato un movimento che voleva essere totalmente “alternativo” ad adattarsi al clima dominante in parlamento, chiedendo al massimo più energia al governo. Bisognerebbe invece partire da un rifiuto totale, per mille ragioni, di quelle velleità militariste che si manifestano a tutti i livelli, non solo con l’acquisto degli F35, e che dei due marò hanno fatto una bandiera.

Un particolare sintomatico: nella parata c’è stata un’esibizione di divise della prima guerra mondiale, e di richiami inquietanti come l’aereo che alludeva a una delle imprese dannunziane. Vedremo cosa ci riserverà l’anno che viene, su questo terreno! Lavorando al libro sulla Grande Guerra, che ormai è in stampa e tra poco sarà disponibile, ho scoperto che stranamente nel 1913 in Germania c’erano state grandi celebrazioni del centenario della vittoria su Napoleone. Nessuno capiva perché tanto impegno per una vicenda così lontana, ma non era una coincidenza casuale…

(a.m.3/6/14)



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