Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Autocritica su Vendola

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Autocritica su Vendola?

 

Dopo le primarie, molti compagni mi hanno chiesto un’autocritica su Vendola. “Hai visto che consensi ha avuto? Sei stato troppo settario”, mi hanno detto.

Ma che Vendola fosse abilissimo nell’affascinare le folle non solo lo sapevo, ma lo avevo scritto proprio nei testi incriminati come “settari”: Dove va Nichi Vendola? e Vendola vittima di un complotto? .

Era anzi proprio questa sua capacità all’origine della mia crescente diffidenza nei suoi confronti: dire le cose che la maggior parte della gente pensa, e non quelle scomode e controcorrente, non mi sembra che possa portare lontano.

D’altra parte mi sono guardato bene dal minimizzare il successo di Vendola, che è stato il frutto di una mobilitazione reale: 200.000 votanti (nel 2005 erano stati 79.000), rappresentano un bel successo, anche perché il ceto politico diessino stavolta si era mobilitato prima per evitare le primarie, poi per sabotarle, mentre nel 2005 una parte di esso per ragioni varie aveva convogliato i suoi voti proprio su di lui.

Inoltre c’erano appena 200 seggi in una regione come la Puglia, lunga 400 km, e che nella sola provincia di Lecce ha 93 comuni: erano pochissimi. Inoltre mi è stato confermato che alcuni presidenti di seggio formalisti hanno respinto elettori non formalmente residenti nel comune capoluogo, anche se potevano dimostrare che ci lavoravano. Insomma un bel successo, che poteva essere perfino maggiore.

 

Ma adesso? Trovo molto calzante il commento di Salvatore Cannavò che scrive su http://www.ilmegafonoquotidiano.it/: “le primarie pugliesi indicano che la sinistra radical-sociale prende la guida dello schieramento che in quella regione affronterà il centrodestra. Un po' come avvenuto nel Lazio dove l'operazione - senza scontri sanguinosi sul campo ma direttamente nelle stanze di compensazione delle segreterie - è riuscita ai radicali di Emma Bonino. Segno di un Pd sbrindellato, dilaniato dalle proprie incertezze di fondo - non tanto sui contenuti e la linea politica, sia chiaro, quanto sugli assetti e la tattica delle alleanze - dentro il quale si possono incuneare soggetti esterni. Verso il quale, forse, si possono anche lanciare Opa per provare a scuoterne la testa e le radici. E allora, la vittoria pugliese dice paradossalmente proprio questo: nel momento della sua innegabile vittoria Vendola - e la sinistra che egli rappresenta - diventa di fatto una figura «interna» al Pd e al suo schema di gioco. Se Nichi dovesse vincere le elezioni, quelle vere, la sua prospettiva costituirebbe un'opzione per l'intero Pd, una scelta possibile per il partito di Bersani che a quel punto potrebbe conoscere nuovi scossoni. La vittoria, paradossalmente quindi, non apre una prospettiva nuova per la sinistra: perché nel futuro immediato, così come negli ultimi cinque anni, non traccia una nuova sinistra alternativa - che per vivere, come dimostra la storia di Rifondazione, avrebbe, necessariamente, bisogno di scindersi dalla strada del Pd e non governarci insieme - ma una variante del corso principale”.

 

Così non mi sento in dovere di “fare un’autocritica”. La vittoria di Vendola mi ha rallegrato, perché è stata resa possibile dalla rabbia della base del centrosinistra contro il ceto politico dalemiano, arrogante e incapace di riflessione sulle sue sconfitte, ma non mi tranquillizza: Vendola ripropone quello che ha fatto e cercato di fare, ha difeso la sua persona, il suo ruolo personale, ma non si sogna di concepire una strada diversa per la coalizione che deve guidare. Lo ha riconfermato nella intervista di oggi con la penosissima Lucia Annunziata, evitando di differenziarsi dal centrosinistra su un programma concreto, su contenuti di classe.

Bravissimo nell’eludere le poche domande scomode con risposte fumosissime, che l’Annunziata ha dovuto ammettere di non capire affatto (ad esempio su un possibile interesse di Caltagirone, suocero di Casini, per l’acquedotto pugliese), ha detto della sua regione - ma vale per lui assai più che per altri - che è “terra di gattopardi”. Cioè di trasformisti…

In ogni caso, oltre a quanto avevo già inserito sul sito, sono andato a rivedere varie altre cose che avevo scritto in passato su Vendola, scegliendo di non ripubblicarne alcune “troppo pugliesi”, come una mia polemica con lui per i suoi rapporti cordiali col vescovo di Lecce, mons. Ruppi, il grande protettore di mons. Cesare Lodeserto, il boss del CPT Regina Pacis, plurinquisito e condannato per vari reati.

Più significativa invece una polemica del 2003 sull´arresto del sindaco di Brindisi Giovanni Antonino e di diversi esponenti politici brindisini (prevalentemente del centro sinistra ma non solo). Vendola in un articolo su “Liberazione” aveva rivendicato per sé il merito di aver denunciato in Antonino "un sindaco al di sotto di ogni sospetto", e aveva detto che il PRC "per tempo aveva deciso di passare sui banchi dell´opposizione rispetto ad una giunta che si caratterizzava per l´estrema disinvoltura del proprio operato". Io avevo commentato (sul bollettino leccese “Controcorrente” del 1O ottobre 2003):

Questa frase è vera per metà: è esatto che l´uscita del PRC dalla maggioranza è stata fatta "per tempo", ma il problema è che, se si teneva conto del passato (e del presente) di Giovanni Antonino, eletto sindaco per il Polo e poi passato disinvoltamente al centrosinistra, il PRC non avrebbe dovuto proprio entrare in maggioranza. La rottura è avvenuta molto rapidamente, dato che questo personaggio non ha aspettato molto per stracciare l´accordo sulla riconversione della Centrale a carbone di Cerano in base al quale il PRC era entrato in maggioranza, ma non c´era da aspettarselo? Non si tratta di "demonizzare" Antonino, che non è d´altra parte un caso isolato, ma di tener conto che da questi campioni del trasformismo non ci si può attendere che mantengano le promesse scritte su un pezzo di carta. Era impossibile prevederlo? No, come non era impossibile prevedere che Illy, appena eletto con i nostri voti, ricominciasse a trescare, come aveva fatto già in passato, con il fascista Haider.

Sappiamo d´altra parte che l´entrata nella maggioranza era avvenuta in un contesto di pressioni fatte sul nuovo gruppo dirigente del PRC di Brindisi per scongiurare che "si isolasse" con un atteggiamento "estremista" e "settario"...  Sappiamo quante pressioni vengono fatte su circoli che rifiutano di partecipare ad alleanze ibride che definire di centrosinistra è troppo generoso: pensiamo al caso di Monteroni, in provincia di Lecce, dove il tentativo di alcuni compagni di presentare una lista del PRC è stato bloccato dalla federazione, che ha spinto il circolo a partecipare a un listone in cui si mescolavano centrosinistra e pezzi del centrodestra, col risultato di far precipitare il PRC al di sotto del suo minimo storico (il candidato del PRC nel listone ha raccolto meno della metà dei voti che il partito aveva avuto presentandosi da solo due anni prima!).

Ma la lezione da ricavare è più generale: da quando una parte del gruppo dirigente nazionale del PRC ha ricavato dal relativo (ma prevedibile e previsto) insuccesso del referendum sull´art. 18 una spinta a cercare uno spazio mediatico offrendosi di partecipare a una coalizione antiberlusconiana (senza la minima garanzia che possa vincere, date le impostazioni suicide dei DS), una parte del partito che aveva mal digerito le decisioni degli ultimi due congressi (quelli che dicevano "sto con Bertinotti, ma lui si occupi dei movimenti, io delle istituzioni"...) si è lanciata entusiasticamente verso la prospettiva di una partecipazione diretta al centrosinistra anche nazionalmente, e dovunque, a qualunque prezzo, attenuando le differenze, elogiando punti di convergenza inesistenti, sostenendo che "non c´è altro da fare", che non ci si può isolare dalla spinta popolare che vuole cacciare Berlusconi...

A chi esprime preoccupazione e critiche (anche di metodo: non si può cambiare di 180 gradi a colpi di interviste la linea decisa dal congresso e dal CPN), si risponde come se chi le esprime non volesse cacciare Berlusconi. Ma il problema è che con la linea del centrosinistra, che evita tutti i nodi di fondo sul terreno sociale, perché ha fatto le stesse cose di Berlusconi e spera che prima di andarsene tolga le castagne dal fuoco tagliando lui le pensioni, è IMPOSSIBILE batterlo! Non a caso la grande manifestazione di fine ottobre che doveva dare la "spallata" è stata subito delimitata dai DS al solo tema della Gasparri: la loro lotta al centrodestra è tutta sui temi dell´informazione, delle leggi salva-Berlusconi, ecc. Ma così, in un´Italia senza lavoro e con salari di fame, si perde.

Se poi facciamo accordi con un centrosinistra che in molte situazioni non è migliore del centrodestra neppure moralmente (si veda la difesa a oltranza di Antonino da parte del capogruppo DS a Brindisi e vicepresidente del Consiglio regionale, Dipietrangelo, che rivendica il suo ruolo nell´operazione politica che portò al ribaltone) il PRC invece di avere i posti di assessore o di ministro sognati, rischia semplicemente di sparire. (10/10/2003)

Ed è sparito, non solo in terra di Puglia. La polemica di allora non era sul solo Vendola, ma l’ho riportata per ricordare la sua particolare attenzione a personaggi ex democristiani variamente collocati. Un’attenzione che dai poco informati viene scambiata per qualcosa di ben diverso. Il 30/1 su “il manifesto” Adriana Zarri ha dedicato una delle sue “Parabole” a Vendola, che riporto integralmente:

“La strepitosa vittoria di Nichi Vendola è ben meritata. Tra i tanti meriti che tutti noi sappiamo, ne aggiungo uno che non conoscevo. Vendola fu un fedele discepolo di don Tonino Bello, il grande vescovo di Molfetta di cui è tuttora vivissimo il ricordo. E con un tale maestro non stupisce che Vendola sia, a sua volta, maestro di politici che da lui potrebbero apprendere molte virtù”.

Mi dispiace che la candida Adriana Zarri sia convinta che Nichi sia stato “un fedele discepolo di don Tonino Bello”. Senza discutere quanto lo abbia davvero frequentato a suo tempo (su questo ho avuto versioni discordanti), c’è un elemento per valutare se Vendola sia stato davvero “fedele” a quel maestro: don Tonino Bello, insieme a mons Bettazzi, vescovo di Ivrea, è stato promotore di tante iniziative contro la guerra. Penso alla spettacolare impresa di 500 “folli” che nonostante fossero dissuasi dall’ONU, dai croati, dai serbi, da tutti, riuscirono ad arrivare nella Sarajevo assediata per portare la loro testimonianza. Penso però soprattutto alla campagna tenace contro le spese militari, anche con la pratica dell’obiezione fiscale, per rifiutare di partecipare a quei crimini (mons. Bettazzi, che ho incontrato meno di un anno fa proprio a un’iniziativa per ricordare don Tonino, mi ha detto che continua ancora a ricevere ingiunzioni di pagamento…).

Ecco perché non posso considerare Vendola un fedele discepolo di Tonino Bello: in tanti anni di comizi fatti insieme, non l’ho mai sentito accennare minimamente alle spese militari per risolvere radicalmente la questione della sanità in Puglia, invece di tagliare come ha fatto un ospedale per riaprirne un altro… E l’ho anzi sentito elogiare in alcuni dibattiti la partecipazione italiana alla “missione umanitaria” in Albania. Se no, come avrebbe potuto avere gli applausi dei dirigenti del PDS, che venivano sempre ad ascoltarlo?

E c’è un’altra prova: Vendola ostenta il suo legame con la Chiesa, ma non solo con quella della pace e degli umili, o della teologia della liberazione. Non ha esitato ad andare il 24 aprile 2008 a inginocchiarsi (“emozionato”, dicevano i giornali) nella cripta di San Giovanni Rotondo in cui c’era la kermesse pagana dell’esposizione della mummia di padre Pio, ormai divenuto “San Pio”, ripulita e resa ancor più “miracolosa” grazie a una maschera in silicone.

Nichi Vendola, commentava la stampa locale, “insieme alle altre autorità ha seguito la processione ed è entrato nella cripta, dove si è chiuso in un momento di profondo raccoglimento”. E ai giornalisti che gli chiedevano come mai aveva deciso di partecipare a una cerimonia religiosa, aveva risposto: “Laico non è parola contraddittoria con cattolico. Comunista e cattolico non sono una contraddizione in termini”. D’altra parte, aveva proseguito Vendola, “io sono il presidente della Regione Puglia e in un giorno come questo non posso che essere con il mio popolo, non posso che essere a San Giovanni Rotondo per un evento che ha uno straordinario fascino e un richiamo mondiale”. Soprattutto, aveva aggiunto, “è molto importante anche dal punto di vista civile essere in grado di organizzare la migliore accoglienza per tutti i pellegrini che verranno qua, sperando che siano non soltanto un contributo importante in termini di turismo religioso ma che ogni passo di pellegrino possa essere un seme buono per il nostro territorio”.

Un argomento solido. Peccato che Vendola non abbia sospettato neppure le polemiche di tanti cattolici su quel santo che papa Roncalli, Giovanno XXII, aveva definito “il santo di stoppia”, e che aveva avuto per giunta non poche complicità col regime fascista. Una svista? Ignorava il libro di Sergio Luzzatto, equilibrato ma severo sulla costruzione del mito di padre Pio? Non credo: avevo già verificato nei primi anni di esistenza del PRC a proposito delle banalità denigratorie sulla rivoluzione d’ottobre che Vendola ripeteva in tutte le occasioni, che non erano frutto di ignoranza, ma di una precisa scelta di un rapporto privilegiato con il PDS. Allora… Negli ultimi anni invece il problema per Nichi è diventato il rapporto con l’area pseudocattolica, insomma con l’UDC, ecc.

L’ennesima riprova è che, mentre la destra attaccava con toni forsennati la sentenza europea che condannava l’imposizione del crocifisso nelle aule, Vendola aveva commentato subito dicendo che la sentenza “merita una discussione, un approfondimento, spero senza spirito di crociata, senza anatemi reciproci”. Un bell’esempio di come Vendola quando vuole riesce abilmente a non dire niente. Vendola voleva evitare dichiarazioni che rendessero impossibile la già difficile ricerca di alleanza con l’UDC (che, come un’altra vanamente corteggiata, la Poli Bortone, continuava a rifiutare le avances del “governatore della Puglia”, e a rinviare un’eventuale intesa a dopo le elezioni…).

Eppure Vendola era stato un vero pioniere nell’apertura all’UDC. Nel 2007 l'arrivo di Follini nel centrosinistra gli era parsa un'ottima notizia, anzi, in un’intervista a Aldo Cazzullo, sul “Corriere della sera” del 27/2/07, aveva detto che “si è sbagliato a non tentare subito di coinvolgerlo”.

“Una personalità di raffinata cultura democratica come la sua [Follini, NdR] non poteva restare a lungo nel centrodestra”. Secondo lui, dato che “la leadership berlusconiana è in crisi; e l'Udc è stata la prima forza a denunciare questa crisi”, il PRC [che allora c’era ancora…NdR] dovrebbe “dialogare, interloquire, per costruire anticorpi civili e culturali e forme più avanzate di convivenza. C'è bisogno di offrire governabilità al Paese. E lo si può fare innalzando il livello della discussione pubblica. Siamo d'accordo o no che la politica estera di Prodi e D'Alema è in sintonia con quanto di nuovo accade nel mondo?”. […]

Beato lui, che non solo si accontentava, ma esaltava quella politica estera sciagurata. Anche i “12 punti” con cui Prodi aveva buttato nel cestino il lunghissimo programma elettorale, non gli sembravano una svolta centrista, o una sterzata autoritaria, anzi. “Sono una sintesi di priorità. Non sono né una smentita né un ribaltamento del programma dell'Unione. Consentono di uscire fuori da una navigazione a vista e di riprendere in mano la bussola e il timone”. Mancavano i Dico, ma Vendola non se ne scandalizzava, anzi era d’accordo che fossero stati eliminati: “Così si è iperpoliticizzata la questione dei Dico, e la si è ricondotta allo scontro tra maggioranza e opposizione, rendendo più difficile entrare nel merito”. Né la sinistra deve aver paura della Chiesa, diceva: “Se ci sono tentazioni neoclericali, bisogna evitare di replicare con tentazioni iperlaiciste, come se si fosse tutti chiamati a raccolta attorno al simulacro della breccia di Porta Pia”.

Insomma, ce l’aveva messa proprio tutta per consolidare un rapporto con i moderati cattolici. Per il momento non ha avuto successo, ma non demorde. Ci riproverà. Salutiamo pure con gioia lo schiaffone dato dagli elettori a D’Alema, ma attenti a non farsi illusioni. Vendola e D’Alema vogliono le stesse cose. Il conflitto (che Vendola non aveva cercato) è stato dettato dalla preoccupazione, non infondata, del mediocre gruppo dirigente del PD per il proprio futuro: teme che Nichi punti ben più in alto del posto di “governatore”.

Per questo, non mi sento di “fare autocritica”…

(a.m. 31/1/2010)

 



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