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Ebola, continua la “coalizione mondiale dell’inazione”

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di Franck Cantaloup*

Alla tribuna dell’ONU, la presidente di Medici senza frontiere ha denunciato la “coalizione mondiale dell’inazione” di fronte a Ebola. Al di là delle dichiarazioni dei governanti, questo atteggiamento perdura: in tutto il mondo i profitti delle multinazionali e l’austerità degli Stati hanno la meglio sulla salute pubblica.

Il virus Ebola è stato isolato per la prima volta nel 1976, nella Repubblica democratica del Congo. Dal 1994 si sviluppa in comunità di villaggi isolati, sotto forma di piccole epidemie circoscritte, che hanno già fatto più di 2.500 morti recensiti. Oggi, il volto dell’epidemia è cambiato: l’epidemia ha una sua durata, si sviluppa, diventa urbana e rurale, attraversa le frontiere, segue le strade dell’esodo rurale, delle migrazioni urbane e dei mercati.

L’epidemia attuale di febbre emorragica Ebola che si è sviluppata nell’Africa occidentale ha fatto ad oggi più di 4.500 morti ufficialmente recensiti a metà ottobre; in realtà forse il triplo. In Sierra Leone, in Guinea e in Liberia soprattutto, è ormai fuori controllo. Le strutture di isolamento sottodotate sono stracolme e rifiutano nuovi malati. Il personale curante manca di materiale, di guanti. Le donne, che prodigano tradizionalmente le cure, e il personale medico pagano un pesante tributo alla malattia, spesso senza essere nemmeno retribuiti. Ma Ebola mette anche a rischio tutto un sistema sanitario già fragilizzato dalle politiche di aggiustamento strutturale e dalla corruzione. I malati esitano ad entrare negli ospedali stracolmi, dove possono contrarre il virus. Per questa ragione esplode la mortalità per malaria, disidratazione dei neonati o parti difficili. Non dimentichiamo che la malaria uccide ogni anno più di mezzo milione di persone in Africa.

La diffidenza verso le autorità, ma anche verso il personale medico, soprattutto straniero, si sviluppa. Quando la quarantena significa semplicemente l’isolamento garantito dall’esercito, l’aumento dei prezzi alimentari, il divieto di lavorare, la fine dei mercati locali per le popolazioni e l’imprigionamento in lazzaretti senza mezzi per le persone colpite, allora le famiglie nascondono i loro malati, ripiegano sulla superstizione e le pratiche comunitarie, che bisognerebbe invece saper modificare, con il loro accordo, come nel caso dei funerali, grandi focolai di contaminazione.

Non sarà un medicamento miracoloso ad arrestare da solo l’epidemia, anche se sarebbe fondamentale per ridurre la mortalità e favorire l’accesso dei malati ai centri di cura. L’urgenza è un trasferimento massiccio e rapido di risorse per sviluppare  centri di cura e di isolamento di prossimità, rafforzare il monitoraggio delle persone che sono state in contatto con i malati, sviluppare test rapidi, ricostruire la fiducia tra le popolazioni e le strutture di cura e di isolamento. La lotta contro Ebola ha urgente bisogno di educazione, di democrazia e di solidarietà internazionale. E non di chiusura delle frontiere, illusoria linea Maginot!

Il mercato o la salute?

Il virus Ebola non incontra né la solidarietà, minata dalle guerre e dalla povertà, e nemmeno le forze del mercato e dello Stato. Il mercato? I quarant’anni trascorsi dal 1976 non sono stati messi a profitto per sviluppare test rapidi, trattamenti o vaccini. Marie-Paule Kieny, vice-direttrice generale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute), ne ammette le ragioni: la febbre Ebola è “una tipica malattia di poveri in paesi poveri, nei quali non c’è alcun mercato” per l’industria farmaceutica.

Solo i militari si sono interessati a Ebola. Dei crediti sono stati sbloccati nel quadro della lotta contro il bio-terrorismo negli Stati Uniti. Ma nessun test clinico è stato effettuato sull’uomo con le molecole messe a punto. Troppo caro e non redditizio per i laboratori farmaceutici. Cosa che ha fatto dire a Marie-Paule Kieny che “da un punto di vista tecnico, non stiamo parlando di cose molto complicate. È un fallimento della società basata sul mercato, sulla finanza e sui profitti.” Da allora, abbiamo appreso in un’intervista della BBC al Dr. Ballou, capo del programma di ricerca sul vaccino contro l’Ebola presso GlaxoSmithKline, che nel marzo 2014, allorché l’epidemia di Ebola era già cominciata, l’OMS e la ditta farmaceutica erano d’accordo sull’inutilità di sviluppare un vaccino e la necessità di continuare “una semplice sorveglianza dell’epidemia”.

Il virus trae la sua forza anche dagli sconvolgimenti indotti dalla nuova fase di accumulazione del capitale. Lo sfruttamento delle foreste da parte delle grandi compagnie internazionali spinge al disboscamento e al contatto con la fauna selvaggia (pipistrelli, scimmie…) portatrice del virus. L’impoverimento della popolazione rurale, privata delle terre tradizionali, e l’arricchimento di una parte della popolazione cittadina, spinge ognuno a consumare sempre più “carne della savana”, portatrice del virus. Il riscaldamento climatico sembra aver favorito le migrazioni di pipistrelli, serbatoi del virus, dalla Repubblica democratica del Congo, verso l’Africa occidentale.

Il paradosso apparente è la diminuzione delle spese nella lotta contro le malattie infettive sia degli Stati che dei gruppi farmaceutici proprio nel momento in cui le epidemie fanno il loro grande ritorno: febbri emorragiche, AIDS, epatite C, SARS, influenza H1N1, chikungunya… Queste malattie toccano prioritariamente paesi poveri, o popolazioni marginalizzate dei paesi capitalisti, tossicomani, prigionieri, immigrati… E oltre alla riduzione di questi crediti ridotti, si assiste anche al fatto che una buona parte è stata riorientata verso la lotta contro l’AIDS… da quando ha toccato i paesi più ricchi, dove test e trattamenti hanno trovato un loro mercato. La crisi finanziaria internazionale e l’assenza di minaccia sanitaria su grande scala sui paesi occidentali hanno ridotto sensibilmente i contributi statali all’OMS, che ha visto la parte più importante dei propri finanziamenti passare dai contributi degli Stati alle donazioni delle fondazioni e che ha portato, tra l’altro, al licenziamento di più di 300 persone.

Una malattia dei poveri non solvibili

Le grandi istituzioni internazionali hanno più che tardato a reagire a questa malattia dei poveri non solvibili, che si sviluppava lontano dalle capitali, e che rischia poco di diffondersi nei paesi ricchi. Mesi persi nella lotta contro il virus, quando si poteva ancora circoscrivere l’epidemia. È quello che denuncia alle Nazioni Unite Joanne Liu, presidente di Medici senza frontiere, parlando di “coalizione mondiale dell’inazione” di fronte a un’epidemia dichiarata “urgenza di salute pubblica di interesse internazionale” dall’OMS con sei mesi di ritardo.

Ma la dichiarazione in settembre di “urgenza sanitaria mondiale” da parte dei Grandi di questo mondo non ha radicalmente cambiato la situazione. Il virus Ebola continua la sua progressione a causa della mancanza di mezzi investiti nei due pilastri della lotta contro il virus che sono l’isolamento dei pazienti e il monitoraggio dei casi registrati; mezzi che, applicati sin dall’inizio dell’epidemia, hanno dimostrato la loro efficacia in Senegal, Nigeria o in Repubblica democratica del Congo dove l’epidemia si è estinta.

Secondo Tarik Jasarevic, portavoce dell’OMS, solo il 21% dei bisogni in letti è soddisfatto in Liberia, il 29% in Sierra Leone e il 50% in Guinea. I malati restano dunque a casa propria, infettando nuove persone. Mancano drammaticamente squadre per le sepolture in sicurezza. In Sierra Leone, la metà degli infetti ha contratto la malattia a causa di un contatto con dei cadaveri. A partire da dicembre, l’OMS prevede dai 5.000 ai 10.000 nuovi casi la settimana. Il numero dei malati raddoppia ogni quattro settimane.

È sempre l’ONG Medici senza frontiere ad essere agli avamposti della lotta contro Ebola e non l’OMS. Tutto un programma. Un altro elemento emblematico è dato dal fatto che il piccolo Stato di Cuba è quello che ha inviato più medici nell’Africa occidentale: 165 persone in Sierra Leone, e presto altri 296 in Liberia e Guinea. Fatto che contrasta con il comportamento di numerosi altri Stati, che anche il direttore della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha stigmatizzato: “Alcuni paesi si preoccupano solo delle loro frontiere”. Le promesse di aiuto finanziario e umanitario non corrispondono sovente agli atti concreti. La coalizione dell’inazione denunciata da Medici senza frontiere ha un nome: il profitto delle multinazionali, l’austerità degli Stati, il tutto prima della salute del mondo!

Un’accusa che vale anche per le contaminazioni negli Stati Uniti e in Spagna a partire da persone ospedalizzate. Il Center for Disease Control di Atlanta si interroga su una falla nei protocolli. Il più importante sindacato degli infermieri americani, National Nurses United, gli risponde: “Non c’era nessun protocollo, nessuna formazione, nessun materiale adatto. Le tute non proteggevano una parte del viso e del collo, allora ci si consiglia di mettere del nastro adesivo per compensare gli equipaggiamenti di protezione inadeguati. Malgrado le proteste del personale, il malato è restato per  ore in una zona di attesa con altri malati, con il rischio di infettarli. I prelievi sono passati senza protezioni particolari attraverso il sistema di tubi dell’ospedale, con il rischio di contaminare tutto il sistema…”.

In Spagna, il servizio malattie infettive dell’ospedale madrileno Carlos III, dove è avvenuta la contaminazione, era in via di chiusura da quest’estate. Ha ridotto del 12% il personale, ad immagine del sistema sanitario spagnolo vittima dell’austerità, che ha soppresso 28.500 posti di lavoro in due anni. Bisogna prima di tutto soddisfare i capitalisti, la sicurezza del personale di fronte a Ebola può aspettare.

*articolo apparso sulla rivista francese l’Anticapitaliste, nro 59, novembre 2014. La traduzione è stata cura dalla redazione di “Solidarietà” del Canton Ticino.



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