Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Anche in Belgio...

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Veglia d'armi o veglia funebre?

 Daniel Tanuro

 

È la domanda che si pongono migliaia di militanti in Belgio, in questo periodo di feste di fine d'anno.

 

Come previsto, lo sciopero di 24 ore del 15 dicembre è stato un enorme successo. Tutto il paese è stato paralizzato. La mobilitazione di decine di migliaia di sindacalisti è stata molto impressionante...

 

Ma i vecchi dicono: «Non siamo nel dicembre 1960». La grande massa  non è pronta oggi (questo può cambiare) a intraprendere una lotta fino all'ultimo. La massa segue i/le su/oi/e delegati/e, e quest/i/e seguono le parole d'ordine delle loro organizzazioni ... pur esercitando su queste una pressione che, se è abbastanza forte, pesa sui vertici.

 

Questa dialettica interna al movimento sindacale è tipica del Belgio, con le sue organizzazioni poco politicizzate ma molto di massa e ben strutturate, e che si basano su una rete di decine di migliaia di militanti attiv/i/e che partecipano a una quantità di istanze intermedie.

 

Lo sciopero del 15/12 era l'ultima tappa di un piano di azione adottato dal fronte comune sindacale. All'indomani, il Primo ministro confermava il mantenimento delle misure di austerità. Ma nessuna impresa, nessun settore, ha oltrepassato le direttive sindacali. Nemmeno nel settore pubblico, dove era stato depositato un preavviso di sciopero a oltranza.

 

Molti ministri hanno detto: le alternative che i «partner sociali» eventualmente potranno formulare, dovranno iscriversi nel quadro dell'accordo di governo, e in ultima istanza sarà il governo a decidere. Ciò nonostante, i responsabili sindacali si sono precipitati a una «concertazione» con i padroni, due giorni dopo lo sciopero. Si rivedranno solo il 13 gennaio per decidere  – o no – un secondo piano di azione.

 

La concertazione aveva per oggetto questioni pendenti da parecchi mesi e che non hanno un rapporto diretto con il programma della coalizione di destra. È stato concluso un miniaccordo che sarà sottoposto al governo per l'approvazione. Il governo si felicita evidentemente per la ripresa del dialogo, e i rappresentanti sindacali fanno lo stesso. Sembra quindi che la tensione diminuisca. Ma questa pacificazione è ingannevole.

 

È ingannevole perché il  punto decisivo è sapere se i sindacati si piegheranno di fronte ai diktat del governo dei padroni: la pensione a 67 anni e le altre misure sulla fine rapporto, il salto dell'indice [1] e il blocco dei salari, i tagli nel settore pubblico, la destabilizzazione d ella Previdenza Sociale, per non parlare delle misure contro le donne, i giovani e gli immigrati clandestini.

 

Il movimento cominciato il 6 novembre ha fatto pressione sul partito democristiano fiammingo (CD&V).  Il CD&V è l'anello debole della coalizione, poiché include al suo interno rappresentanti del Movimento Cristiano Operaio (del quale fa parte il sindacato cristiano). Campione della collaborazione di classe, ora propone un limitato prelievo fiscale sui redditi da capitale, nella speranza di spezzare il fronte comune sindacale ... e di salvare il suo elettorato popolare.

 

È dubbio che questa linea possa vincere all'interno della maggioranza, dove i partigiani di una linea alla Thatcher sono in posizione dominante. Per di più, il margine di manovra è estremamente ristretto se non inesistente. La Commissione europea e il FMI incoraggiano il governo a procedere oltre nei suoi attacchi. Le tensioni nella maggioranza sono una fonte di speranza per il PS all'opposizione, ma non per la massa dei lavoratori.

 

Di fronte a una violenta campagna mediatica, e incapaci di affrontare la portata politica della loro azione, i sindacati hanno deciso frettolosamente di fare marcia indietro «per dare un'opportunità alla concertazione». Questa marcia indietro è pericolosa. Infatti gli apparati non tarderanno a ritrovarsi di fronte alla scelta: o mobilitare più ampiamente i loro 3,5 milioni di aderenti, o lasciare vincere alla classe dominante una battaglia strategica. Molti settori hanno annunciato che per loro la lotta continua.

 

 

27 dicembre 2014

Da LCR – La gauche

 

[1] In Belgio esiste ancora un meccanismo di indicizzazione dei salari, a differenza dell’Italia. Il governo propone un “salto d’indice”, cioè sospenderlo, nel 2015. Anche se la sospensione sarà di un solo anno, ma questo non è per niente sicuro, i suoi effetti saranno su tutto il resto della vita lavorativa, con perdita significativa di salario e pensione.[NdT]

 

 

Vedi anche l'articolo precedente: Belgio: dopo lo sciopero del 15

 

 

 



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