Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Podemos e il diritto di decisione per la Catalogna

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di MartíCaussa

Viento sur

 

La visita a Barcellona di Pablo Iglesias ha risvegliato attese per varie ragioni, una delle quali era conoscerne la posizione sul diritto di decisione della Catalogna, una rivendicazione condivisa, stando ai sondaggi, dalla larga maggioranza della società catalana, che ha dato vita a grandi mobilitazioni di massa negli ultimi anni, suscitando di recente una storica resistenza civile in massa: il 9 novembre oltre 2,3 milioni di persone sono andate a votare nella consultazione vietata dal governo centrale e dal Tribunale costituzionale. Come conseguenza di questo, sono sotto processo il presidente della Catalogna, Artur Mas, la vicepresidentessa Joana Ortega e il Cancelliere Espadaler.

Dopo il grande successo alle passate elezioni europee, Podemos ha provocato, una ventata di aria fresca nella politica spagnola, salutata entusiasticamente da chi sta in basso e temuta e denigrato da chi sta in alto. Sull’argomento che ci preme questo partito si era pronunciato chiaramente per il diritto della Catalogna di decidere, aveva affermato che il 9 novembre si doveva andare a votare indipendentemente dal divieto del Tribunale Costituzionale e non aveva espresso alcuna preferenza per nessuna delle alternative di voto; come ha ora ricordato Pablo Iglesias, in Podemos c’è gente favorevole al Sì-Sì (sì a un proprio Stato e sì per l’indipendenza), al Sì-No e al No.

Tuttavia, il 9 novembre non è servito a risolvere il problema. Conquistare il diritto di decidere della Catalogna continua ad essere un obiettivo politico attuale per milioni di persone in Catalogna. Naturalmente non è l’unico, ma è uno dei più importanti. E ci si aspettava una risposta al riguardo da parte di Podemos, visto che si propone chiaramente per governare la Spagna e che il problema esiste appunto per il rifiuto del governo centrale di accogliere qualsiasi referendum o consultazione della popolazione catalana sul rapporto che vuole mantenere con lo Stato spagnolo.

In concreto, ci si aspettava che Pablo Iglesias rispondesse a due domande: 1) In caso di vittoria alle prossime elezioni generali, si impegna a organizzare un referendum per sentire l’opinione del popolo catalano sull’indipendenza, analogo a quello svoltosi in Scozia”; 2) sapendo che non è a favore di questa indipendenza, quale rapporto propone fra la Catalogna e lo Stato spagnolo? Ma nessuna delle due domande ha avuto risposta, né nell’affollato raduno, né nella lunga intervista rilasciata a TV3.

Le risposte concrete che gli si chiedevano sono rimaste diluite in due affermazioni generali: il diritto di decidere su tutto e la difesa della sovranità popolare. Partendo da una posizione democratica e di difesa di chi sta in basso, non si può che concordare. Ma per chiarire la sua posizione sul diritto della Catalogna di decidere sul suo rapporto con lo Stato spagnolo sono evidentemente insufficienti.

Quando la giornalista di TV3 gli ha chiesto se pensava che la Catalogna fosse un soggetto politico sovrano, Iglesias ha risposto che doveva deciderlo l’insieme dei/delle catalani/e. Naturalmente è una risposta ben diversa da quella che avrebbero dato Rajoi o Sánchez, che avrebbero risposto con un No netto. Resta però assai deludente per le centinaia di migliaia di persone della Catalogna che da anni continuano a sostenere “Som una Nació” (siamo una nazione) e rivendicano il diritto di decidere, vale a dire che esigono che la Catalogna sia considerata un soggetto politico sovrano e la si tratti da pari a pari da parte dello Stato spagnolo. Deludente anche perché Iglesias sostiene chiaramente che la Spagna sia un paese con più nazioni e si pensava si differenziasse dalle ambigue “nazionalità” di cui parla la Costituzione spagnola e che hanno solo diritto a un’autonomia, mentre così risulta non chiaro se questa nazioni siano soggetti sovrani.

Pablo Iglesias ha anche sostenuto il diritto di decidere su tutto, incluso il problema territoriale. Ma non solo ha evitato di impegnarsi sulla promessa del referendum per l’autodecisione, ma anche prospettato una strada diversa: un processo costituente in tutto lo Stato. Svariate sono state le formule utilizzate: “La Catalogna deve essere quel che i/le catalani/e eventualmente decidano, ma perché questo sia possibile va aperto un processo costituente in tutto lo Stato”, va aperto un processo costituente per discutere con tutti di tutto”, ecc. Ma ha comunque parlato di un solo processo costituente al livello dell’intero Stato, mai ha accennato alla possibilità di processi costituenti nelle diverse nazioni presenti in questo Stato.[1] Questo è coerente con la sua intenzione di lasciare aperta la questione se la Catalogna sia un soggetto politico sovrano. È però ben lontano dalle richieste del movimento nazionale in Catalogna, in cui si rivendica maggioritariamente un processo costituente specificamente catalano, sia da parte dei settori che sono chiaramente favorevoli all’indipendenza, sia da parte di quelli che sono favorevoli a un rapporto federale, confederale o di altro tipo.

Pablo Iglesias riconosce chiaramente che la Spagna è un paese di nazioni, ma non lo abbiamo sentito riconoscere che lo Stato spagnolo opprime alcune di esse e che non si tratta di un problema recente ma di un problema storico, precedente la Costituzione del 1978, basato su un’ideologia nazionalista spagnola che purtroppo va oltre i confini “della casta”. E neppure lo abbiamo sentito dire che il popolo della nazione oppressa ha interessi specifici e differenziati, non solo per decidere il grado di autogoverno (o l’indipendenza), ma ad esempio sul piano della difesa della propria lingua e cultura. Non riconoscendo queste specificità, si capisce meglio come non riconosca del pari la “casta” catalana e identifichi sistematicamente Mariano Rajoy e Artur Mas. Non solo per quanto riguarda la loro politica economica e sociale – e questo sarebbe giusto – ma anche per l’atteggiamento rispetto al diritto di decidere o sulla difesa della lingua e della cultura catalane, che non ha niente di giusto, per quanto la politica di Artur Mas ci appaia vacillante, timorata, incoerente e opportunista. Ma Artur Mas ha voluto convocare un referendum sull’indipendenza mentre Rajoy lo ha negato, ha convocato la prima consultazione del 9 novembre e Rajoy l’ha impugnata, Artur Mas ha invitato lo stesso ad andare a votare ed è sotto processo per questo. Artur Mas (e il corrotto Pujol) hanno sostenuto il catalano come lingua in uso nella scuola catalana e Rajoy lo ha attaccato in tutti i modi possibili. Artur Mas ha riconosciuto l’evidenza scientifica dell’unità della lingua di Catalogna, País Valenciá e Isole, mentre Rajoy cerca accanitamente di smembrarla.

Sui conflitti precedenti non si può essere neutrali, occorre organizzare la mobilitazione più ampia possibile in difesa del diritto di decidere, del catalano come lingua presente nella scuola o in difesa della lingua comune (rispetto alle sue varianti e denominazioni). E, per farlo, sono necessarie alleanze tattiche su specifici punti con il partito di Artur Mas o con qualsiasi altro che sostenga queste rivendicazioni.

Pablo Iglesias si è dimostrato contrario a questo orientamento. Aggressivamente contrario quando nell’incontro di Barcellona quando ha offerto come primo titolo alla stampa: “Non mi vedranno abbracciarmi con Rajoy o con Mas”, alludendo all’abbraccio che si scambiarono durante la giornata del 9 novembre David Fernández (CUP) e Artur Mas. E durante l’intervista a TV3 ci è ritornato: “la CUP ha scelto una strada che implica l’alleanza con CiU”, “una strategia di alleanza, anche se tattica, con il signor Mas è un errore politico”. Si pensi pure quel che si vuole sull’opportunità dell’abbraccio di David Fernández, ma è giusto riconoscere che la CUP in generale e David Fernández in particolare hanno avuto una posizione corretta in tutto lo sviluppo del 9 novembre, combinando l’unità tattica quando è stato necessario per far avanzare il movimento, con la critica e la denuncia dei cedimenti e dei tentativi di Artur Mas di tirarsi indietro. La posizione di Pablo Iglesias suona più radicale perché sembra volta a combattere l’influenza di Mas sul movimento: Ma se Podemos l’avesse applicata nei mesi precedenti il 9 novembre, ad esempio denunciando l’accordo dei partiti sovranisti sulla consultazione, la sola cosa che avremmo ottenuto sarebbe stato di rimanere fuori dal movimento reale e facilitare l’influenza di Mas su di esso.

In sintesi, ci sarebbe piaciuto che la visita di Pablo Iglesias in Catalogna avesse significato l’impegno di convocare un referendum di autodeterminazione nel caso di vittoria elettorale di Podemos, la difesa della combinazione tra un processo costituente statale e processi costituenti nelle nazioni oppresse e la volontà di tessere le necessarie alleanze perché il movimento per il diritto di decidere in Catalogna rappresentasse un ariete per spezzare i catenacci della Costituzione del 1978. Abbiamo sentito qualcosa di molto diverso. Tuttavia, Podemos ha forti radici popolari, una sensibilità democratica e non ha ancora chiuso il proprio processo costituente, soprattutto in Catalogna. Perciò non vanno escluse possibilità di cambiamento.

Traduzione di Titti Pierini

 

 

 



[1]Il giorno successivo all’uscita di questo articolo è apparsa in El Periódico un’intervista che smentisce questa frase. In essa Pablo Iglesias sosteneva che uno specifico processo costituente in Catalogna era ineludibile, ma poiché qui c’è una Costituzione in vigore (a differenza della Gran Bretagna) occorre prima un processo costituente statale per spezzare il catenaccio del 1978; e nel video (a partire dal minuto 33) introduce la sfumatura per cui nel processo statale possono confluire diversi processi costituenti. Sia le frasi alla lettera sia l’insieme dell’intervista mi portano a interpretare (e vorrei sbagliarmi) che il processo costituente catalano si considera subalterno rispetto a quello spagnolo e magari successivo (o al massimo simultaneo). E lo stesso vale sulla possibilità di un referendum sull'indipendenza contemplata nella stessa intervista. Invece in Catalogna, quando si rivendica la necessità di un processo costituente specifico si intende come l’esercizio della sovranità della nazione catalana, non subalterno, né necessariamente simultaneo o successivo a un processo costituente statale. Avrà continuità in Podemos il riferimento a processi costituenti nelle varie nazioni dello Stato e si intenderanno come sovrani e non subalterni a un processo costituente statale? Non azzardo pronostici, ma riconfermo la necessità di non escludere cambiamenti. (28/12/2014)



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