Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Dall’orrore nazista dell’Isis alla barbarie «moderata»

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Dal “Manifesto” riprendiamo un articolo largamente condivisibile di Marco Bascetta  sul “Terrorismo diffuso” e sulle risposte barbariche alla barbarie. Aggiungo solo una considerazione suggerita da alcuni interventi ascoltati in dibattiti radiofonici: Bascetta parla di stile più nazista che «medioevale». Mi preoccupa un po’ l’uso del termine nazista, che considera come eccezionale e unico quel regime, giustamente esecrato per i suoi crimini, ma di cui era inammissibile che avesse rivolto la violenza su una popolazione europea, mentre tuttele potenze coloniali si erano macchiate di analoghi crimini ma su popolazioni extraeuropee, “di colore”, quindi ignorati.

Anche il riferimento al Medioevo non mi convince: nel senso comune viene inteso soprattutto come medioevo islamico. In realtà la storia europea è costellata di crimini motivati sul piano religioso anche ben oltre il medioevo in senso stretto. Ci sono moltissimi casi di roghi che bruciavano vivi i dissidenti. Ad esempio a Ancona nel 1557 per ordine del papa Paolo IV furono uccisi in questo modo 25 “marrani”, cioè ebrei convertiti a forza al cattolicesimo, che erano stati scoperti a osservare nascostamente i precetti alimentari e sul riposo del sabato. Ed era un papa “riformatore”… Ben più noto il caso di Giordano Bruno.

Ma anche i protestanti non scherzavano: nel 1553  nella calvinista Ginevra era stato bruciato su un rogo, che durò oltre mezzora,  un pensatore indipendente, Michele Serveto. E  dopo molti processi per stregoneria arsero roghi anche nelle colonie puritane del Nord America.

Quindi – senza diminuire l’orrore per le azioni dell’IS, o per i precetti dell’Università coranica di Al Azhar, ricordiamoci di quanto per molti secoli sia stata impregnata di violenza contro le idee anche la nostra civiltà europea. (a.m. 5/2/15)

 

 

Occorre dav­vero far ricorso a tutte le risorse eti­che e razio­nali di cui dispo­niamo per non rele­gare un intero pezzo di mondo nelle tene­bre della bar­ba­rie più effe­rata e auspi­carne l’annientamento a qual­siasi costo, «danni col­la­te­rali» compresi.

La ten­ta­zione è forte. All’orribile morte tra le fiamme di Moath al-Kasasbeh, decisa magari «dal basso» dagli umori infami del popolo jiha­di­sta con­sul­tato sulla rete, fa seguito la rea­zione squi­si­ta­mente kap­ple­riana della monar­chia di Amman, che fa imme­dia­ta­mente impic­care Sajida al-Rishawi, la ter­ro­ri­sta dete­nuta nelle car­ceri gior­dane dal 2005 e che la Gior­da­nia era dispo­sta fino a ieri a scam­biare con il suo pilota, e un altro dete­nuto qae­di­sta ira­cheno, Ziad al-Karbouli.

In realtà cir­co­lava voce che altri cin­que dete­nuti sareb­bero stati giu­sti­ziati, ma non è chiaro quale sia la pro­por­zione della rap­pre­sa­glia rite­nuta ade­guata dalla monar­chia hashe­mita. Ci augu­riamo infe­riore a quella delle Fosse Ardea­tine. Intanto da quel san­tua­rio di sag­gezza isla­mica «mode­rata» che è l’università cora­nica di Al Azhar si leva l’invito a «ucci­dere, cro­ci­fig­gere e muti­lare» i ter­ro­ri­sti. Que­sto Islam potrebbe pia­cere per­fino, per l’occasione, alla destra islamofoba.

Lasciando per un momento da parte ogni con­si­de­ra­zione geo­po­li­tica, ci tro­viamo di fronte tutti gli ele­menti di una «guerra inter­fa­sci­sta» (per usare l’espressione sug­ge­sti­va­mente appli­cata da Franco Berardi Bifo alla guerra in Ucraina).

L’orrore abita diversi luo­ghi nel mondo, in pro­por­zioni nume­ri­che più o meno spa­ven­tose dal Paki­stan alla Nige­ria, per­vade legi­sla­zioni, forme poli­ti­che e sociali di molti regimi fidati alleati dell’Occidente.

In un luogo spe­ci­fico, però, quello mili­tar­mente occu­pato dall’Isis, l’orrore si è «fatto stato» senza diplo­ma­tici velami. Uno stato che eser­cita il suo potere in forme tanto feroci da far impal­li­dire l’Afghanistan cru­del­mente tri­bale e «tra­di­zio­na­li­sta» del Mul­lah Omar. Vi si bru­ciano libri ed esseri umani in stile più nazi­sta che «medioevale».

Que­sto stato deve essere can­cel­lato dalla carta geo­gra­fica, pre­stando però molta atten­zione a che non se ne disper­dano le spore. Ma è que­sta una ragione per tol­le­rare la bar­ba­rie «mode­rata» che fre­quenta la city nel timore che possa diven­tare «estrema», pro­ba­bil­mente senza smet­tere di frequentarla?

Le ragioni eco­no­mi­che e geo­stra­te­gi­che non abbi­so­gnano, si sa, di giu­sti­fi­ca­zioni morali. Ma il discorso pub­blico e anche la reto­rica demo­cra­tica non pos­sono farne a meno. E tacere sui sistemi di bru­tale oppres­sione eser­ci­tati dagli alleati dell’Occidente in casa propria.

E’ di ieri la con­danna all’ergastolo di cen­ti­naia di mili­tanti del movi­mento che spo­de­stò Muba­rak in Egitto.

Non si vedono in giro per il mondo car­telli e magliette con la scritta «Je suis Moath».

Certo un pilota che bom­barda, tutt’altro che chi­rur­gi­ca­mente, i ter­ri­tori domi­nati dall’orrore è ben diverso da vignet­ti­sti assas­si­nati per le loro opi­nioni ed eletti a sim­bolo della libertà di espres­sione, seb­bene tutti vit­time della mede­sima bar­ba­rie. Le bombe, que­sto è certo, non sono parole.

Eppure dovreb­bero esserci, nono­stante tutto, que­ste magliette e que­sti car­telli, per­ché la Con­ven­zione di Gine­vra, per non par­lare dei più ele­men­tari prin­cipi di uma­nità, con­tiene diritti non meno impor­tanti da difen­dere. E anche chi par­te­cipa a una guerra, una volta pri­gio­niero non può subire la sorte ter­ri­fi­cante toc­cata al pilota giordano.

C’è un pro­blema però.

Anche le vit­time della rap­pre­sa­glia gior­dana, e cioè di una logica fasci­sta, meri­te­reb­bero la stessa atten­zione. Capi­sco quanto sarebbe imba­raz­zante indos­sare una maglietta con la scritta «Je suis Sajida», una fana­tica ter­ro­ri­sta che ha par­te­ci­pato a un atten­tato che ha pro­vo­cato 60 morti, ma nel momento in cui non è più in grado di nuo­cere e diventa la pedina inerme e tor­tu­rata di un mostruoso gioco di imma­gini, l’oggetto di una ven­detta al ser­vi­zio della pro­pa­ganda hashe­mita, forse biso­gne­rebbe avere il corag­gio e lo sto­maco di farlo.

Ma solo da quel momento in poi. Prima gli uomini dell’Isis, come già gli eser­citi nazio­nal­so­cia­li­sti, non pos­sono che essere com­bat­tuti con le armi e i loro com­plici «mode­rati» e silen­ziosi costretti a get­tare la maschera e a ren­dere conto delle pro­prie azioni.

Marco Bascetta  



Tags: Bascetta  ISIS  barbarie  medioevo  nazismo  

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