Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Kouvelakis polemizza con Balibar e Mezzadra

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Grecia - «Una contraddizione nell’approccio predominante

in Syriza»

di Stathis Kouvélakis

 

(In appendice, il testo di Sandro Mezzadra ed Etienne Balibar apparso su Libération e il Manifesto, con cui Kouvelakis polemizza).

 

Ultimamente, sul versante di quanti/e si rifiutano di guardare in faccia la realtà e prendere atto dell’arretramento cui è stata costretta Syriza, nonché delle possibili conseguenze, circolano due sofismi, o per meglio dire due sofismi e mezzo. E dico appunto «costretta», perché stretta entro una strategia erronea; non parlo di «tradimento» o «rinnegamento», che sono termini moralistici e ben poco utili per capire i processi politici.

Primo sofisma -Syriza non aveva «alcun mandato di uscire dall’euro». Se avesse avuto una posizione del genere non avrebbe vinto le elezioni. Formulato così, si tratta di un ragionamento assurdo. Vero, non aveva «il mandato di uscire dall’euro», ma non aveva di certo il mandato di abbandonare la sostanza del suo programma pur di rimanere nell’euro! Né vi è alcun dubbio che, se si fosse presentata agli elettori dicendo: «ecco il mio programma, ma se vediamo che è impossibile mantenerlo all’interno dell’euro, scordiamocelo», non avrebbe avuto il minimo successo elettorale. E per ovvie ragioni: rimanere nell’euro aogni costo è esattamente l’argomento base dei partiti pro-Memorandum, che hanno governato la Grecia in tutti questi anni. E Syriza, pur non avendo mai chiarito la sua posizione sull’euro, aveva sempre respinto la logica dell’«euro a ogni costo». Contrariamente a quel che pensa la maggior parte dei commentatori, ricordiamo che i testi programmatici di Syriza non escludono né l’uscita dall’euro come conseguenza imposta dal rifiuto degli Europei, né l’interruzione del pagamento del debito, anche se è vero che negli ultimi tempi questi testi erano rimasti un po’ da parte.

 

Variante del primo sofisma - Syriza aveva un duplice mandato: rompere con l’austerità e restare nell’euro. Sembra più razionale del precedente, ma ha pur sempre a che vedere col sofisma. Si ragiona infatti come se i due termini del mandato avessero lo stesso peso e che sia dunque politicamente legittimo, se si deve scegliere (e si deve scegliere, il problema è tutto qui),

sacrificare immancabilmente il primo termine (l’euro) a detrimento del secondo (la rottura con l’austerità). Il tutto, senza che sia tradito il mandato in questione! E perché mai non si potrebbe rovesciare il ragionamento dicendo: «poiché mi rendo conto che le due cose sono incompatibili, scelgo il primo risvolto, perché in fondo è per questo motivo che i greci hanno votato per un partito della sinistra radicale. Dare quindi la preferenza alla rottura e non alla «stabilità» all’interno del quadro esistente, il che – perlomeno si potrebbe pensare – parrebbe più conforme alla missione di un partito di sinistra radicale, che si richiama al «socialismo» come a suo «fine strategico» (anche se non è sicuramente sull’obbiettivo del socialismo che ha vinto le elezioni).

 

Terzo sofisma– È quello di Etienne Balibar e di Sandro Mezzadra (tribuna in Libération, 23 febbraio 2015) i quali, da quanto è avvenuto, e dopo avere ironizzato sulla «sinistra di Syriza» che parlerebbe di «rinnegamento» (naturalmente nessuno è mai ricorso a questi termini nella sinistra di Syriza, ma lasciamo perdere…), ricavano la conclusione che questo dimostra «che una politica di libertà e di uguaglianza non si costruirà in Europa sulla base della sola affermazione della sovranità nazionale». Secondo loro, l’essenziale sarebbe aver guadagnato tempo, certo al prezzo di concessioni (con il richiamo obbligato a Lenin per garantire la radicalità dell’intento), e per consentire altre vittorie politiche (menzionano la Spagna) e il dispiegarsi di mobilitazioni sul terreno dei movimenti sociali, preferibilmente “transnazionali” (tipo Blockupy).

Anche qui, si naviga in pieno sofisma, di una pseudo-ingenuità sconcertante, ma dopotutto logica, da parte di ferventi sostenitori del «progetto europeo» (naturalmente in una «buona versione») quali sono i due autori. Ovviamente, infatti, i ritmi delle forze politiche e dei movimenti sociali cui essi si riferiscono non sono sincronici. Di qui all’estate, il governo Syriza si troverà di fronte a scadenze più che pressanti e non si capisce come il successo di una manifestazione a Francoforte o il possibile successo di Podemos alle elezioni politiche di novembre potrebbero mutare la situazione a suo favore di qui ad allora. Lo scarto tra ritmi temporali è una delle modalità in cui si presenta ai protagonisti della lotta politica il carattere strategico del livello nazionale: costituisce il terreno in cui si condensa in modo decisivo il rapporto di forza tra le classi.

Ciò che Balibar e Mezzadra sottovalutano, tra l’altro in modo grave, è l’effetto di smobilitazione che non mancherà di avere, a livello interno greco e a quello europeo, la percezione (che alla fine s’imporrà, malgrado la pubblicità che cercano di organizzare i sostenitori del governo greco con vista corta) di una Grecia e di un governo Syriza costretti a piegare la schiena di fronte ai diktat austeritari dell’UE. Già in Grecia il clima di mobilitazione e di ritrovata fiducia delle prime settimane dopo le elezioni è ormai lontano. Attualmente, dominano smarrimento e una certa confusione. Naturalmente le mobilitazioni possono riprendere ma, da un lato, saranno questa volta rivolte contro le scelte governative e, dall’altro lato, non possono nascere «a comando».

Condizionare una scelta politica all’emergere di movimenti è più che azzardato. È un modo per dire che non la si terrà ferma, per l’assenza o l’insufficienza di questi. In realtà, si tratta di muoversi all’inverso. Si assume una scelta di rottura, ed è questo che stimola la mobilitazione, che ha - o acquisisce - la sua autonomia. Del resto, è esattamente quel che è avvenuto in Grecia nella fase di «scontro» tra il governo e l’UE, tra il 5 e il 20 febbraio, quando decine di migliaia di persone sono scese in piazza in modo largamente spontaneo e al di fuori degli inquadramenti di partito.

L’argomento del «tempo guadagnato», peraltro, è in questo caso piuttosto illusorio. Nei quattro mesi di presunto «respiro», Syriza sarà in realtà costretta a muoversi nel quadro attuale, quindi a consolidarlo mettendo in atto buona parte di quel che la Trojka (nel suo nuovo look di «Istituzioni») esige e «rinviando» l’applicazione delle misure del suo programma, cosa che appunto le avrebbero consentito di «fare la differenza» e cementare l’alleanza sociale che l’ha portata al potere. Questo «guadagno di tempo» rischia infatti parecchio di rivelarsi «tempo perso», che destabilizzerà la base di Syriza, consentendo al tempo stesso agli avversari (soprattutto all’estrema destra) di raccogliere le proprie forze e presentarsi come gli unici sostenitori di una «vera rottura con il sistema».

Facciamo ugualmente notare, nonostante il disgusto che ispira ogni riferimento nazionale a innamorati cotti dell’europeismo come Balibar e Mezzadra, che i successi politici cui loro stessi si riferiscono, quelli di Syriza o di Podemos, sono non solo vittorie nel quadro nazionale, che non mutano i rapporti di forza se non perché consentono a forze politiche di sinistra radicale di accedere alle leve di uno Stato nazionale, ma si sono anche costruiti (questi successi) per una parte determinante sulla rivendicazione della sovranità nazionale, in un senso democratico, popolare, non-nazionalista, e aperto ad altri. Il discorso «nazional-popolare» e i richiami al patriottismo abbondano, in maniera assunta perfettamente nei discorsi di Tsipras e di Iglesias, come abbondano le bandiere nazionali (greca o repubblicana nel caso della Spagna, per non dire di quelle delle nazionalità dello Stato spagnolo nel suo complesso) tra le folle e i movimenti «autonomi» (per riprendere il termine di Mezzadra e Balibar) che riempiono strade e piazze di questi paesi.

Più di ogni altro elemento, questo dimostra come il riferimento nazionale costituisca, soprattutto nei paesi dominati della periferia europea, un terreno di lotte che, in paesi come la Spagna o la Grecia, forze progressiste sono riuscite a egemonizzare, per farne uno dei più potenti motori del loro successo. È su questa base che può costruirsi un vero internazionalismo, non sulle vuote enunciazioni, completamente sganciate dalle realtà concrete della lotta politica, di un livello che si crede sia, di colpo e senza mediazioni, «europeo» o «transnazionale».

Un’ultima cosa, per concludere: vi è certo un elemento di verità nei primi due sofismi, quanto al «mandato» per l’uscita dall’euro, ed è che c’era effettivamente una contraddizione nell’approccio dominante di Syriza, che ora emerge alla luce del sole: l’idea di una rottura con l’austerità e con il fardello del debito nell’attuale quadro europeo ha subito uno scacco che non poteva essere più chiaro.

In un caso del genere, è vitale fare il discorso della sincerità e dell’onestà, cominciando ad ammettere che lo scacco c’è stato e che va quindi ridiscussa la strategia più adeguata per tener fermi i propri impegni e rimettere il paese in carreggiata, inviando al contempo un messaggio di lotta a tutti/e coloro  - e sono tantissimi – che avevano puntato sulla «speranza greca» e che giustamente oggi non vogliono dichiararsi sconfitti.

[Londra, 25 febbraio 2015 - da A l'encontre. Traduzione di Titti Pierini]

 

Appendice

Grecia, la conquista del tempo e dello spazio per battere l’austerity

 Etienne Balibar, Sandro Mezzadra, 23.2.2015 il manifesto

Europa. Guardare al conflitto tra il governo Tsipras e la Ue oltre la contrapposizione «ritirata e vittoria»

 

È dun­que vero che alla fine, come tito­lano molti gior­nali in Ita­lia e in Europa, Atene ha ceduto all’Eurogruppo (la Repub­blica), com­piendo il primo passo verso il ritorno all’austerity (The Guar­dian)? È comin­ciata la «riti­rata» di Syriza, come sosten­gono molti lea­der della stessa sini­stra interna del par­tito greco?

È pre­sto per for­mu­lare un giu­di­zio com­ples­sivo e fon­dato sugli accordi defi­niti all’interno della riu­nione dell’Eurogruppo di venerdì: molti aspetti tec­nici, ma di grande impor­tanza poli­tica, saranno resi noti sol­tanto nei pros­simi giorni. Vor­remmo tut­ta­via pro­vare a sug­ge­rire un diverso metodo di ana­lisi dello scon­tro che non ha sol­tanto con­trap­po­sto il governo greco alle isti­tu­zioni euro­pee, ma ha anche mostrato più di una crepa all’interno di que­ste ultime. Sulla base di quali cri­teri dob­biamo giu­di­care l’azione di Tsi­pras e Varou­fa­kis, misu­ran­done l’efficacia? È que­sta la domanda che ci inte­ressa porre.

Vale la pena di ripe­tere che lo scon­tro aperto dalla vit­to­ria di Syriza alle ele­zioni gre­che si svolge in un momento di crisi acuta e dram­ma­tica in Europa. Le guerre che mar­cano a fuoco i con­fini dell’Unione Euro­pea (a est, a sud, a sudest), le stragi di migranti nel Medi­ter­ra­neo non sono che l’altra fac­cia dei pro­cessi in atto di scom­po­si­zione dello spa­zio euro­peo, che la crisi eco­no­mica ha acce­le­rato in que­sti anni e che destre più o meno nuove, più o meno raz­zi­ste e fasci­ste caval­cano in molte parti del con­ti­nente. In que­ste con­di­zioni, le ele­zioni gre­che e la cre­scita di Pode­mos in Spa­gna hanno aperto una straor­di­na­ria occa­sione, quella di rein­ven­tare e riqua­li­fi­care a livello euro­peo una poli­tica radi­cale della libertà e dell’uguaglianza.

For­zare i limiti del capitalismo

Die­tro l’apertura di que­sta occa­sione ci sono, tanto in Gre­cia quanto in Spa­gna, le for­mi­da­bili lotte di massa con­tro l’austerity. Ma lo svi­luppo di que­ste lotte, nella loro dif­fu­sione «oriz­zon­tale», si è tro­vato di fronte limiti altret­tanto for­mi­da­bili: la posi­zione di domi­nio del capi­tale finan­zia­rio all’interno del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo e l’assetto dei poteri euro­pei, modi­fi­cato da quella che abbiamo defi­nito una vera e pro­pria «rivo­lu­zione dall’alto» nella gestione della crisi.
Il punto è che, non appena Syriza è riu­scita a inne­stare sull’orizzontalità delle lotte un asse «ver­ti­cale», por­tan­done le riven­di­ca­zioni e il lin­guag­gio fin den­tro i palazzi euro­pei, si è imme­dia­ta­mente tro­vata di fronte que­gli stessi limiti. Si è scon­trata con l’assetto attuale dei poteri euro­pei e con la vio­lenza del capi­tale finan­zia­rio. Sarebbe dav­vero inge­nuo pen­sare che il governo greco, che un sin­golo Paese euro­peo (anche di mag­gior peso demo­gra­fico ed eco­no­mico della Gre­cia) possa spez­zare que­sti limiti. Se ce ne fosse stato ancora biso­gno, quanto è acca­duto in que­sti giorni dimo­stra chia­ra­mente che non è sulla base di una sem­plice riven­di­ca­zione di sovra­nità nazio­nale che una nuova poli­tica della libertà e dell’uguaglianza può essere costruita.

I «limiti» di cui si è detto, tut­ta­via, ci appa­iono oggi in una luce diversa rispetto a qual­che mese fa. Se le lotte ne ave­vano mostrato l’insostenibilità, la vit­to­ria di Syriza, la cre­scita di Pode­mos e la stessa azione del governo greco comin­ciano ad allu­dere alla rea­li­stica pos­si­bi­lità di supe­rarli. Era evi­dente, e lo aveva chia­rito tra gli altri lo stesso Ale­xis Tsi­pras, che non sarebbe stata suf­fi­ciente una sem­plice affer­ma­zione elet­to­rale per fare que­sto. Si tratta di aprire un pro­cesso poli­tico nuovo, per costruire e affer­mare mate­rial­mente una nuova com­bi­na­zione, una nuova cor­re­la­zione di forze in Europa.

Diceva Lenin che ci sono situa­zioni in cui biso­gna cedere spa­zio per gua­da­gnare tempo. Se appli­chiamo que­sto prin­ci­pio, oppor­tu­na­mente modi­fi­cato, alla valu­ta­zione degli «accordi» di venerdì scorso pos­siamo forse scom­met­tere (con l’azzardo che è costi­tu­tivo di ogni poli­tica radi­cale) sul fatto che il governo greco abbia ceduto «qual­cosa» per gua­da­gnare tempo e per gua­da­gnare spa­zio. Ovvero, per disten­dere nel tempo l’occasione che si è aperta in Europa nella pro­spet­tiva, resa pos­si­bile anche dalle pros­sime sca­denze elet­to­rali in Europa (a par­tire dalla Spa­gna, ma non solo), che altri «spazi» ven­gano inve­stiti e «con­qui­stati» dal pro­cesso poli­tico nuovo di cui si diceva.

Que­sto pro­cesso poli­tico, per avere suc­cesso nei pros­simi mesi, non potrà che arti­co­larsi su una mol­te­pli­cità di livelli, com­bi­nando lotte sociali e forze poli­ti­che, com­por­ta­menti e pra­ti­che dif­fuse, azione di governo e costru­zione di nuovi con­tro­po­teri in cui si esprima l’azione dei cit­ta­dini euro­pei. In par­ti­co­lare, nel momento in cui rico­no­sciamo l’importanza deci­siva di un’iniziativa sul ter­reno isti­tu­zio­nale quale quella che Syriza ha comin­ciato a pra­ti­care e Pode­mos con­cre­ta­mente pre­fi­gura, dob­biamo anche essere con­sa­pe­voli dei suoi limiti.

In un lungo arti­colo (a suo modo straor­di­na­rio), pub­bli­cato nei giorni scorsi dal Guar­dian («How I became an erra­tic Mar­xist»), Yanis Varou­fa­kis ha mostrato di avere una con­sa­pe­vo­lezza molto pre­cisa di que­sti limiti. Fon­da­men­tal­mente, ha affer­mato, quel che un governo può fare oggi è cer­care di «sal­vare il capi­ta­li­smo euro­peo da se stesso», dalle ten­denze auto-distruttive che lo attra­ver­sano e minac­ciano di aprire le porte al fasci­smo. Ciò che in que­sto modo è pos­si­bile è con­qui­stare spazi per una ripro­du­zione del lavoro, della coo­pe­ra­zione sociale meno segnata dalla vio­lenza dell’austerity e della crisi – per una vita meno «misera, sgra­de­vole, bru­tale e breve». Non è un governo, insomma, a potersi far carico della mate­riale aper­tura di alter­na­tive oltre il capitalismo.

Leg­gendo a modo nostro l’articolo di Varou­fa­kis, pos­siamo con­clu­dere che quell’oltre (oltre il sal­va­tag­gio del capi­ta­li­smo euro­peo da se stesso, in primo luogo) indica il «con­ti­nente» poten­zial­mente scon­fi­nato di una lotta sociale e poli­tica che non può che ecce­dere la stessa azione di governi come quello greco e ogni peri­me­tra­zione isti­tu­zio­nale. È all’interno di quel con­ti­nente che va costruita la forza col­let­tiva da cui dipende quello che sarà rea­li­sti­ca­mente pos­si­bile con­qui­stare nei pros­simi mesi e nei pros­simi anni. E il ter­reno su cui que­sta forza deve essere orga­niz­zata ed eser­ci­tata non può che essere l’Europa stessa, nella pro­spet­tiva di con­tri­buire a deter­mi­nare una rot­tura costi­tuente all’interno della sua storia.

Il blocco di Francoforte

La mobi­li­ta­zione con­vo­cata dalla coa­li­zione Bloc­kupy a Fran­co­forte per il 18 marzo, il giorno dell’inaugurazione della nuova sede della Bce, acqui­sta da que­sto punto di vista una par­ti­co­lare impor­tanza. È un’occasione per inter­ve­nire diret­ta­mente nello scon­tro in atto a livello euro­peo (e dun­que per soste­nere l’azione del governo greco), andando oltre una gene­rica con­te­sta­zione dei sim­boli del capi­tale finan­zia­rio, della Bce e delle tec­no­strut­ture «post-democratiche» di cui ha par­lato Jür­gen Haber­mas. Ma è anche un momento di veri­fica delle forze che si muo­vono in quell’«oltre» senza con­so­li­dare il quale (è uno dei para­dossi del nostro tempo) la stessa azione di governi e par­titi che si bat­tono con­tro l’austerity è desti­nata all’impotenza.

(L’intervento sarà pub­bli­cato anche sul quo­ti­diano fran­cese «Libé­ra­tion». In Ita­lia, uscirà anche sul sito inter­net: www.euronomade.info)

Interessanti i post: https://www.facebook.com/ilmanifesto/posts/10153308472522985



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