Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Salario minimo in Germania: la legge e le “eccezioni”

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di Manuel Kellner*

 

 

La nuova legge sul salario minimo è stata adottata dal Bundestag (Parlamento federale) il 3 luglio 2014 e ratificata l’11 luglio 2014 dal Bundesrat (la seconda Camera dove sono rappresentati i Länder). La legge è entrata in vigore il 1° gennaio 2015.

Nell’Unione europea, 21 dei 28 Stati riconoscono il salario minimo legale: il più basso in Bulgaria (1,01 euro), il più alto in Lussemburgo (11,10 euro).

In Germania, il salario minimo orario è di 8, 50 euro, e sembrerebbe collocarsi nella parte alta della scala. Si tratta però di un salario insufficiente, che contempla eccezioni e che non si applica sistematicamente; in alcuni settori esistono norme transitorie e l’esperienza delle prime settimane dimostra fino a che punto i padroni non rispettino le nuove normative, come hanno fatto sistematicamente con i salari minimi che già vigevano in determinati settori da parecchi anni.

 

Un salario insufficiente

 

Chi lavorerà a tempo pieno per 8,5 euro l’ora, arriverà a percepire a fine mese 1.500 euro lordi (da cui vanno dedotte le imposte), il che… è molto per morire ma poco per vivere. Il salario netto si situa appena sopra le prestazioni sociali minime (riforma Hartz IV).Ma, soprattutto, questo salario minimo non basta a poter avere diritto a una pensione dignitosa, che consenta di proteggere dalla povertà chi ha concluso la sua vita lavorativa.

La richiesta del presidente del sindacato dei servizi Ver.di, Frank Bsirske, che rivendicava una salario minimo di 10 euro, richiederebbe un lavoro a tempo pieno di 45 anni (!) per ottenere una pensione lievemente al disopra delle prestazioni sociali minime. Attualmente, però, c’è sempre meno gente che possa completare una vita lavorativa di 45 anni. Ulrich Schneider, il direttore generale del Paritätischer Wohlfahrtsverband (associazione mista per il benessere sociale) ha dichiarato che ci sarebbe stato bisogno di un salario superiore a 13 euro per non finire in povertà quando si va in pensione e che, anche in questo caso, 13 euro non basterebbero se la gente non riesce ad avere un lavoro a tempo pieno completo per decenni. Ci sono sempre meno lavoratori e, soprattutto, lavoratrici, che riescano ad ottenerlo.[1]

 

Il 25% di chi lavora è “povero”

 

Stando alle statistiche ufficiali, in Germania, anche dopo l’introduzione del salario minimo di 8,50 euro, il 25% dei/delle lavoratori/lavoratrici salariati/e vive al di sotto della soglia di povertà. La spiegazione di questo dato sta nel fatto che quella percentuale di gente guadagna due terzi del salario medio. Per quanto riguarda la percentuale di chi percepisce retribuzioni più basse rispetto al totale dei/delle salariati/e, la Germania, un paese ricco additato spesso a modello per le sue conquiste economiche, si colloca al secondo posto (dietro la Lituania) in seno all’UE. La percentuale di questo settore salariato rispetto al totale dei lavoratori dipendenti è inferiore in Belgio, Francia, Italia e nei paesi scandinavi.

A questo va aggiunto che nella bella legge tedesca sul salario minimo non si stabilisce alcun vincolo con cui adeguarlo all’andamento dell’Indice dei prezzi al consumo, né vi è alcuna indicizzazione compensativa dell’inflazione o dell’aumento della produttività. Al contrario, su richiesta del padronato, allineato con la CDU, il governo di coalizione CDU, CSU/SPD ha deciso (e quindi il socio minoritario del governo di coalizione, il SPD, ha accettato) la “valutazione” dell’applicazione pratica della legge che si effettuerà il 30 giugno 2015, con l’obiettivo di analizzare se all’atto pratico la sua applicazione non danneggi troppo la competitività internazionale delle aziende tedesche e l’economia tedesca in generale. Così, quindi, se un salario minimo di 8,50 euro è sicuramente insufficiente dal punto di vista dei lavoratori, per le associazioni padronali e i loro esponenti politici questo salario minimo costituisce uno strumento di tortura da eliminare il più presto possibile.

 

Eccezioni e norme transitorie

 

Il salario minimo di 8,50 euro non si applicherà ai minori di 18 anni senza formazione professionale e, ancor meno, agli/alle apprendisti/e, né nei primi 6 mesi di contratto ai disoccupati di lunga durata (il che si tradurrà nel fatto che avranno il contratto per 6 mesi e poi verranno licenziati, per poter riassumere un/a nuovo/a apprendista), e, per tre mesi, neanche ai borsisti che effettuino praticantati universitari.

Il salario minimo non vale per apprendisti, per disabili che lavorino in reparti speciali, né per i detenuti comuni. Per le persone che lavorano “stagionalmente” (come succede soprattutto per chi lavora in agricoltura o nel settore alberghiero), anche se si applica il salario minimo, c’è l’esenzione del versamento dei contributi per le prestazioni sociali per 70 giornate (prima erano 50): vale a dire, per la quasi totalità del periodo del raccolto e della stagione turistica estiva. Inoltre, i datori di lavoro possono detrarre dal salario le spese per l’affitto (che loro stessi organizzano) e il costo dei pasti (che servono loro) durante la giornata lavorativa,  con maggiori facilitazioni di prima.

In tutta una serie di settori, esistono norme transitorie che consentono ai padroni di pagare salari inferiori agli 8,50 euro l’ora, fino alla fine del 2016. Questo vale, soprattutto, per l’industria della carne, dove il salario minimo continua ad essere di 8 euro fino al 1° ottobre 2015, per passare a 8,60 euro fino a dicembre 2016 e a 8,75 euro a partire dal 2017. Nel settore della distribuzione della stampa, nel 2015 avranno solo il 75% del salario minimo, vale a dire 6,38 euro, 7,22 nel 2016 e solo a partire dal 2017 avranno gli 8,50 euro. Per le catene di fast food, ci si aspetta che pagheranno 8,50 euro sopprimendo al contempo una serie di premi che finora facevano parte del salario.

Esistono altre categorie sottoposte a normative analoghe: orticultura, industria e commercio del tessile, lavanderie, parrucchieri.

 

Mille e un trucco

 

Il problema è che spesso, oltretutto, le norme non si applicano: il sindacato DGB ha attivato fino a fine marzo 2015 una speciale linea telefonica (hotline salario minimo) e ogni giorno arrivano centinaia di chiamate di gente che si lamenta perché viene pagata al di sotto del previsto. Molti padroni pretendono, ad esempio, che il salario minimo di 8,50 euro non sia applicabile ai “mini-impieghi” inferiori a 450 euro mensili. Ma non è certo.

Alcune imprese hanno smesso di pagare il salario/ora e pagano per lavoro effettuato: avviene soprattutto nella ristorazione o nel settore delle pulizie degli alberghi, che a volte si pagano per camera pulita. Questo non sarebbe legale, se non nel caso in cui il salario ottenuto così corrisponda al salario minimo/ora. Ma chi controlla? Altri padroni evitano il salario minimo riducendo ufficialmente il tempo di lavoro a 20 o 30 ore. A Berlino, ad esempio, non si sono mai visti tanti lavoratori edili a part-time come ora. Chi impedirà al padronato di farli lavorare 40 ore o più a settimana?

Ufficialmente, spetta al fisco il controllo dell’applicazione del salario minimo. In determinate branche, come quella alberghiera e l’edilizia, risulta particolarmente difficile farlo. L’amministrazione non dispone di ispettori sufficienti per effettuare il controllo effettivo. Si è decisa l’assunzione di altri 1.600 ispettori. Il sindacato IG BAU (il sindacato che riunisce edilizia, agricoltura e ambiente) dice che ne servirebbero almeno 3.000 in più. Ma tra le associazioni padronali e i politici conservatori cristiano-democratici si sentono voci influenti che esigono proprio il contrario: una marcia indietro. Horst Ceehofer, capo della CSU (filiale bavarese dei socialdemocratici), le ha riprese proclamando: «Non sono contro il salario minimo, ma contro tutta questa mostruosa burocrazia statale!». Non lo dice certo per rimpiazzare il “controllo burocratico” con il “controllo operaio”, ma per sopprimere qualsiasi tipo di controllo.[2]

 

I diseredati del capitalismo contemporaneo

 

È appena uscito un nuovo libro di Günter Wallraf,[3]il sempre appassionato e molto professionale amante delle rivelazioni indiscrete sulle realtà nascoste del mondo del lavoro. Quanto più queste aumentano, tanto più efficace è il suo lavoro al servizio dei diseredati. Ora dispone di un’intera squadra di giornalisti che si infiltrano in incognito nelle imprese, e quel che scoprono (ad esempio, nella catena Burger King) viene largamente diffuso nei media e trasmesso in TV (la RTL ha prodotto un’intera serie), e i dirigenti d’impresa si sono visti costretti a reagire e, quanto meno, far finta che cambieranno le cose.

In questo libro, i 14 autori mostrano la realtà quotidiana della gente “che sta in basso”, di chi lavora in modo duro e in condizioni deplorevoli guadagnando ben pochi soldi. In inglese vengono chiamati “lavoratori-poveri” (working poor), gente che è povera pur avendo un lavoro, anche a pieno tempo, e che vive sotto la soglia di povertà. È intitolato Die Lastenträger, un gioco di parole difficile da rendere in altre lingue: si tratta comunque di quella gente che fa lavori pesanti e di corsa (come i coolies dell’antica Cina), trasportando carichi pesanti e guadagnando assai poco. La parola fa pensare a un altro gioco di parole presente nell’ideologia neoliberista per giustificare le tremende disparità sociali in Germania: Leistungsträger. Die Leistung è il lavoro fatto, ma anche l’abilità professionale. I Leistungsträger (procuratori di servizi), che nella società neoliberista sono considerati i veri produttori di ricchezza, sono quelli che hanno la responsabilità, quelli che assolvono le funzioni di direzione, specialisti, esperti, indipendenti abili nelle professioni liberali, ecc., che in contrapposizione aiLeistungsträger; uomini e donne che fanno pena ai presunti capaci che non sono, in realtà, i produttori della ricchezza.

I reportages del libro parlano dei lavoratori e delle lavoratrici nei settori delle pulizie, della vendita per corrispondenza (ad esempio Amazon), dell’assistenza agli anziani, di chi confeziona pacchi, riempie gli scaffali dei supermercati, ma anche chi trasporta denaro. Vengono descritte realtà che riportano alle origini del sistema  capitalistico di produzione (giornata di lavoro fino a 15 ore per non più di 1.000 euro mensili, o 5 euro/ora, licenziamento per un giorno d’assenza per malattia, licenziamento in tronco se si è tentato di resistere o di protestare, ecc. Il libro parla anche degli operai che lavorano in subappalto per la Mercedes di Stoccarda guadagnando la metà dei colleghi con normale contratto di lavoro, e di rappresentanti sindacali che prendono in giro i lavoratori e accettano sempre nuove misure di “esternalizzazione”, che generano condizioni di lavoro e remunerazioni scandalose nelle loro aziende.

In realtà, la nuova legge sul salario minimo non cambierà la situazione. Nel libro di Wallraff si descrivono tutta una serie di lacune che consentono di mantenere un vasto settore di bassi salari, incluso salari abbastanza più bassi del salario minimo ufficiale di 8,50 euro/ora. (11/03/20159

 

*Manuel Kellner è stato un redattore del Sozialistische Zeitung

 



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