Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Basterebbe usare i traghetti…

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Tra Salvini che blatera, e solletica i peggiori istinti razzisti, e Alfano che – incapace di affrontare la situazione – propone ai prefetti di utilizzare per l’accoglienza ai migranti alberghi e abitazioni private, non si sa chi è peggio. Ma per quanto sia diffusa la convinzione che l’intelligenza di Alfano sia piuttosto scarsa, è difficile pensare che non si renda conto che la sua proposta, anche se non realizzata, è sufficiente a gettare nel panico ogni proprietario di una casetta per le vacanze, o di un albergo stagionale. “Chi ce li toglie più di dosso?” penserebbero, ricordandosi dell’assistenza ai terremotati dell’Aquila scaricata sugli alberghi della costa… “E poi ce la deprezzano, i rifugiati sono sporchi…”, e via di questo passo.

Anziché un rimedio d’emergenza Alfano ha suscitato quindi un allarme generale, capace di far crescere un fronte di opposizione bipartisan all’accoglienza dei rifugiati (anzi dei “clandestini”, come sempre più spesso si sente dire anche da persone che finora non avevano avuto a che fare con la Lega). Tanto più che nella percezione di settori larghi della popolazione, anche votanti per il centro sinistra, il problema è associato a quello della sicurezza. Naturalmente neppure Salvini riesce a specificare dove metterebbe i rifugiati respinti, e a esplicitare come aveva fatto in passato la proposta di gettarli ai pesci. Ma è urgente cercare una soluzione razionale, per evitare che su questo problema cresca una tremenda Alba Dorata italiana.

E la soluzione non sarebbe difficile, se la sinistra osasse fare una proposta semplicissima, che parte da un dato incontrovertibile: la corrente migratoria generata da guerre e dall’aggravarsi delle contraddizioni sociali in paesi ridotti alla fame dall’eredità diretta del colonialismo europeo e dalle guerre civili tra etnie, clan o bande istigate ed armate per perpetuare la dominazione, è inarrestabile. Quindi, a meno che qualcuno abbia il coraggio di proporre una guerra di sterminio, non rimane che studiare come sottrarla alle mani dei “mercanti di carne umana”. E la prima soluzione è offrire uno stock annuo di 170.000 passaggi in nave gratuiti, su normali navi traghetto; più o meno quanti ne sono arrivati nel 2014. Costerebbe enormemente meno che mantenere grandi flotte in giro per il mediterraneo a ripescare cadaveri.

A proposito di cadaveri in mare, anche tra gli italiani che si commuovono oggi per il corpo di un migrante gettato agli squali, pochi sanno che appena i contingenti italiani sbarcati in Libia nel 1911 si trovarono di fronte alla reazione spontanea della popolazione, la prima misura adottata fu la deportazione in Italia (alle Tremiti, e Ustica, ecc.) di molti notabili con le loro famiglie. Ma il panico spinse a caricare le navi oltre misura, col risultato che molti libici morirono nel viaggio per un’epidemia di colera, e i corpi furono gettati in mare. Sulla stampa siciliana la notizia apparve in un trafiletto che segnalava la protesta dei pescivendoli dell’isola per il calo delle vendite provocato dalla notizia che i pesci si nutrivano di carne umana…

Ma torniamo al presente. Prima di tutto, bisognerebbe istallare (non nella Libia in sfacelo e ormai incontrollabile, ma nella ancor più vicina e decisamente più stabile Tunisia) commissioni di selezione europee per dare la precedenza nelle partenze ai casi più urgenti in base alla provenienza da zone di conflitto o di carestie, e per suddividere i contingenti accolti in base alle richieste di destinazione in vari paesi europei, tenendo conto di criteri di ricongiungimento o di legami storici. La temuta infiltrazione islamica a scopo di terrorismo, sempre evocata non solo dalla destra estrema, sarebbe ben più difficile, perché in quel contesto apparirebbe accettabile e non umiliante l’istituzione di un documento contenente tutti i dati identificativi, comprese impronte e DNA. Più semplice e non scandaloso poi ovviamente il riaccompagnamento forzato di chi tentasse ugualmente la via clandestina, rifiutando di passare per la porta principale sottoposta a controlli. 

Anche ammesso (ma la voce è stata messa in circolazione dalla destra e usata solo a scopo “terroristico”) che ci siano in attesa ben più che i 170.000 del primo scaglione, la certezza di poter partire prima o poi in modo organizzato e sicuro e senza sottoporsi alle violenze e alle estorsioni dei trafficanti renderebbe poco remunerativa e più rischiosa tutta l’industria criminale dei barconi.

In ogni caso intervenire sul posto con misure assistenziali nel tempo necessario per la selezione e la formazione di graduatorie, sarebbe assai meno costoso del mantenimento di chi è già arrivato in Italia esistente attualmente, che è costosissimo per le esigenze dei molti intermediari che ci mangiano sopra.

Naturalmente ho usato il condizionale, quando ho scritto “la soluzione non sarebbe difficile se…”. Occorrerebbe una battaglia in Europa, per battere la posizione predominante che ritiene giusto lasciar sola l’Italia a sbrogliarsela, in attesa magari che ci siano le condizioni per una “riconquista” a mano armata della Libia. D’altra parte – pur cominciando a conoscere fenomeni razzisti analoghi ai nostri – diversi paesi europei a partire dalla Germania hanno già accolto molti più extracomunitari di noi.

Occorrerebbe comunque una battaglia culturale per arginare l’ondata razzista che tenterebbe di frenare un’operazione che sarebbe certo meno costosa, ma pur sempre non gratuita, spiegando che l’unico pericolo che ci minaccia (il terrorismo che cresce sulla disperazione e la rabbia per l’ingiustizia) non si evita armandosi ancora di più e intervenendo in tutti i  conflitti, ma arginando lo sfacelo di un bel pezzo del nostro pianeta.

La soluzione attuale è instabile, e tende a far incancrenire la situazione, per poterla presto dichiarare insostenibile, bloccando ogni accoglienza e giustificando “interventi chirurgici” in Libia o altrove col pretesto di colpire il presunto “legame tra scafisti e terroristi”, non a caso evocato sempre più spesso dalla grande stampa mainstream.  

È qualcosa di simile al fenomeno del narcotraffico, che  ha creato il pretesto per interventi militari degli Stati Uniti in Colombia e in altri paesi latinoamericani, interventi che non servono a nulla se non si affronta il problema alla radice, sia colpendo i centri nevralgici del traffico negli USA, sia togliendo il terreno sotto i piedi alle catene criminali con una politica di legalizzazione controllata della produzione e della distribuzione.

La drammatizzazione mediatica della cosiddetta “invasione dei migranti”, e l’ingigantimento del pericolo dello Stato Islamico e in genere di un “terrorismo” che in realtà in Europa finora non ha mobilitato molto più che qualche sbandato proveniente dalla crisi delle periferie urbane, pur avendo di fronte apparati di sicurezza clamorosamente inefficienti di fronte ad attacchi armati (anche se implacabili con i cortei operai e studenteschi),  serve a preparare il terreno all’accettazione della “inevitabilità della guerra per difendere la nostra civiltà”.

Ma perché si possa imporre all’Europa questa soluzione razionale bisogna ricostruire un movimento di denuncia dell’attuale grottesca situazione del mondo, che riconosce la più assoluta libertà di spostamento ai capitali, mentre nega questo diritto agli esseri umani. E bisogna cominciare a dire no alla folle corsa agli armamenti, e soprattutto alla vendita di armi da usare contro i vicini e contro il loro stesso popolo a governi di paesi poverissimi in primo luogo in Africa.(a.m.15/4/15)

 

 



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