Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Corsi e ricorsi…

E-mail Stampa PDF

 

Di solito non sono tentato dalle ricorrenze, dagli anniversari. Oggi avevo fatto eccezione inserendo quel pezzetto sul 25 aprile. Poi l’ascolto di trasmissioni radio retoricamente celebrative e la lettura di diversi giornali mi hanno spinto a cercare qualcuno dei molti articoli che in vari periodi avevo dedicato alle operazioni truffaldine per equiparare fascismo e resistenza, che riappaiono periodicamente. Ad esempio “la Stampa” ha offerto oggi una pagina intera al “vero qualunquista” (come egli stesso si autodefinisce) Giampaolo Pansa che, senza la minima fantasia, fa la solita antologia degli orrori compiuti dai partigiani, e ribadisce che non i partigiani ma gli Alleati avrebbero sconfitto nazismo e fascismo, e soprattutto che sotto il fascismo erano tutti fascisti, ed erano gli stessi che poi sono diventati tutti antifascisti.

Pansa ricostruisce il suo curriculum di “lanciatore di sassi nei vetri”, chiamando a conferma della giustezza delle sue posizioni l’enorme successo del suo libro Il sangue dei vinti, dovuto in realtà al massiccio appoggio propagandistico della destra e al suo ostinato proclamarsi di sinistra per rispolverare le tesi fasciste; è proprio questo che gli ha assicurato un successo ben superiore a quello ottenuto dai libercoli fascisti come quelli di Giorgio Pisanò, che pure sostenevano le stesse cose. Per anni Pansa è rimasto indisturbato come collaboratore stabile di giornali che si dicevano antifascisti (il Corriere della sera, la Stampa, la Repubblica, l’Espresso…), usando questa collocazione per avvalorare le banalità pescate nel repertorio fascista.

Cercando negli archivi, mi sono accorto che era rimasta inedita anche sul sito una recensione a un altro libro di un ambiguo antifascista, Roberto Vivarelli, fatta per la mailing list BaRoNews nel 2000. Mi è parsa ancora attuale, e quindi la ripropongo. (a.m.25/4/15)

 

Ancora all’opera i nostalgici di Salò

 

di Antonio Moscato

Un libro di memorie di Roberto Vivarelli (un docente universitario che per cinquantacinque anni ha ritenuto di dover nascondere a tutti il suo passato di giovanissimo volontario nella “repubblichina” di Salò), ha scatenato vergognose e ipocrite campagne “revisioniste”. Il libro (“La fine di una stagione. Memoria 1943-1945”, il Mulino, Bologna, 2000) peraltro non è inutile né indecente, e poteva rappresentare una testimonianza interessante se non fosse stato utilizzato (probabilmente da molti senza neppure leggerlo) per alimentare la solita campagna del “revisionismo storico” da quattro soldi, che punta a svilire la storia dell’antifascismo e della sinistra, concedendo al massimo che erano della stessa pasta dei fascisti, o almeno a lamentare la loro “faziosità” che rimuoverebbe tanta parte della storia patria.

Subito i fascisti veri e propri - e tutt’altro che pentiti - come Storace hanno colto l’occasione per pretendere la censura sui libri di testo “marxisti”, suscitando perplessità perfino in Buttiglione e Casini (ma non in Berlusconi e …Lucio Colletti!). In parallelo si sono mobilitati parecchi pennivendoli, alcuni con tanto di titolo universitario, e alcuni opinionisti famosi come Paolo Mieli e Dario Fertilio, ripetendo che finalmente oggi si può parlare della realtà della repubblica sociale, ignorata o “demonizzata” per mezzo secolo dalla sinistra.

Su “Repubblica” del 7 novembre Mario Pirani, pur non avendo ancora potuto leggere il libro, uscito solo quel giorno, ha colto bene il senso reazionario dell’operazione ricollegandola ad altri episodi, tra cui la stessa beatificazione di Pio IX, parte di un ricorrente rilancio di una specie di “anti-Risorgimento”. E Nicola Tranfaglia sullo stesso numero del quotidiano romano smentiva la tesi di una presunta “indifferenza della sinistra” per la sorte degli sconfitti, e più in generale per le vicende della Repubblica di Salò, ricordando i molti libri che le hanno ricostruite, come il magistrale “Una guerra civile” di Claudio Pavone, “La repubblica delle camicie nere” di Luigi Ganapini e la stessa rievocazione della “Repubblica di Mussolini” di Giorgio Bocca.

 

Ma come al solito i più accaniti polemisti non leggono prima di scrivere: esemplare Giovanni Belardelli, che è tornato all’attacco sul “Corriere” del giorno successivo ignorando semplicemente i dati segnalati pacatamente da Tranfaglia, e sostenendo quindi che “chi parla di Salò e dei ragazzi del ’44 rischia la scomunica”. Il Belardelli si era già distinto pochi giorni prima per aver scritto sulla prima pagina del “Corriere” che la sinistra sarebbe antisemita perché non si è indignata per la “profanazione della “tomba di Giuseppe” da parte di esaltati palestinesi. Eppure il giorno prima Uri Avnery, un israeliano moderatamente pacifista, aveva spiegato sulle pagine del “Manifesto” che la presunta “tomba di Giuseppe” non esiste. Si tratta di una tomba relativamente recente di uno sheick islamico, che un gruppo di coloni oltranzisti ha “identificato”, grazie a compiacenti archeologi, come la “tomba” del mitico personaggio della Bibbia. In realtà l’unico interesse di questo modesto reperto per loro era la sua collocazione all’interno del territorio palestinese, sicché per proteggere il presunto “luogo santo” è stato necessario costruirgli intorno una fortificazione. Avnery spiegava che lo stesso esercito era infastidito perché obbligato a “difendere” qualche pietra di nessuna importanza. La gioia dei palestinesi scambiata ridicolmente per “fanatico antisemitismo” e attribuita a una volontà di profanare la reliquia di un’altra religione, era semplicemente l’esultanza per il ritiro di esercito e coloni da un avamposto. Ma Belardelli a quanto pare può scrivere sciocchezze sulla prima pagina del “Corriere” senza preoccuparsi di informarsi prima.

Anche l’uscita di un libro e di un film sul massacro nazista di Cefalonia ha spinto i soliti personaggi a gridare che la sinistra ha “volutamente dimenticato” quell’episodio perché i protagonisti non erano i partigiani rossi. In realtà gran parte dei partigiani italiani “rossi” della Jugoslavia, della Grecia e dell’Albania erano ufficiali e soldati inizialmente monarchici, blandamente antifascisti e fortemente antitedeschi, che dopo l’8 settembre, verificata l’inconsistenza della locale “resistenza” monarchica (che sparava più sui comunisti che sui nazisti), si unirono alle formazioni comuniste perché erano le uniche che combattevano, erano bene organizzate e potevano assicurare loro anche una protezione.

E’ impossibile dire come si sarebbero schierati i soldati e gli ufficiali lasciati a Cefalonia senza ordini da quel re fellone che si vorrebbe oggi rivalutare, se non fossero stati assassinati dagli “alleati tedeschi”, in violazione di ogni norma di guerra, ma non c’è dubbio che il loro atteggiamento era analogo a quello dei militari (anche di alto grado) che in Jugoslavia formarono la divisione Garibaldi. E lungi dal disprezzarli la sinistra (quando c’era ancora…) li ha sempre elogiati per aver riscattato l’onore dell’esercito, macchiato in precedenza da tanti crimini nelle colonie e negli stessi Balcani.

Su “Liberazione” del 5 novembre Mino Argentieri ha ricostruito efficacemente la storia del tentativo di fare un film su Cefalonia, al cui progetto lavorò egli stesso negli anni Cinquanta insieme a Blasetti, Lizzani e De Santis. A bloccarlo furono congiuntamente il sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio (leggi Andreotti) e il ministero della Difesa.

Ma il colpo di grazia a questi implacabili imbecilli specializzati nell’attribuire alla sinistra le poche colpe che non ha, è venuto da un personaggio insospettabile: il senatore a vita Paolo Emilio Taviani, ottantottenne ex ministro democristiano (forse uno dei pochissimi di quel partito non toccato dalla corruzione). Egli ha chiaramente detto in un’intervista all’Espresso che fu il suo collega liberale Gaetano Martino (ministro degli Esteri) a chiedergli di bloccare il processo ai 31 militari tedeschi già identificati come responsabili del massacro di 6.500 soldati e ufficiali della divisione “Acqui” (9.000 tenendo conto di quelli che non ritornarono dalla deportazione). Nel dopoguerra i familiari delle vittime si erano infatti battuti per un processo, che lo stesso Taviani accettò di bloccare perché “avrebbe colpito l’opinione pubblica impedendo, forse per molti anni, la possibilità dell’esercito tedesco di risorgere dalle ceneri del nazismo”. Più chiaro di così non si può (a parte il fatto che le “ceneri” di cui si parla erano piuttosto quelle delle vittime…), ma i soliti “specialisti” come Galli della Loggia continueranno a dire periodicamente che “la sinistra non ha voluto parlare di Cefalonia”…

Come periodicamente rispuntano fuori le foibe. Lo ha fatto, sempre sul “Corriere”, Giuliano Zincone, denunciando che la solita sinistra italiana “è stata colpevolmente cieca” di fronte alle efferatezze dei comunisti jugoslavi. L’articolo (come al solito schiaffato in prima pagina il 13 novembre) è chiaramente un lavoro su commissione, costruito su dati vecchi e falsi. Dopo un preambolo squisitamente qualunquista, in cui si tirano in ballo i morti sulle strade italiane e perfino quelli per inquinamento al Petrolchimico di Marghera (non vengono messi direttamente in conto alla sinistra, ma…), si arriva alla conclusione che “sarebbe stata una sciagura se quei comunisti avessero vinto. Se avessero preso il potere i vecchi militanti che chiamavano ‘fascista’ chiunque non si sottomettesse al Partito, i lividi dirigenti leninisti che volevano mandare in galera chiunque li disturbasse, compresi i sognatori estremisti, libertari e disarmati”.

Peccato che invece siano stati proprio gli esecrati “storici di sinistra”, raccolti intorno all’Istituto per la storia della resistenza nel Friuli-Venezia Giulia, a dedicare numerosi libri tanto alle foibe che all’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Ne abbiamo parlato spesso in molti articoli.

Un particolare che chiarisce meglio l’obiettivo di questa squallida campagna: in ognuno degli articoli più faziosi, accanto alle ingiurie, ci sono sperticati elogi per “l’equilibrio” di Veltroni (Belardelli) o il “coraggio di Stelio Spadaro” (Zincone). Spadaro è il segretario diessino di Trieste che ha fondato le sue banalità “autocritiche” sulla pseudodocumentazione fornita dai fascisti e smontata pazientemente da Claudia Cernigoi.

 

Ma torniamo al libro di Vivarelli, che ho letto con particolare attenzione sia per necessità professionale (anche se tanti “storici” in voga a quanto pare scrivono recensioni senza aver letto il libro di cui parlano…), sia perché la sua vicenda presenta alcune analogie con quella di mio fratello, nato anche lui nel 1929, e arruolatosi a 14 anni per reazione alla partenza per il fronte di nostro padre, ufficiale di carriera, che lui giudicava un antifascista per i pochi accenni critici all’impreparazione militare del regime, che egli conosceva bene dal suo osservatorio nel ministero della Guerra, in cui vedeva spadroneggiare gli Agnelli, i Valletta, gli Innocenti, ecc. Appena divenni adulto e comunista cercai di comprendere la vicenda di mio fratello, anche raccogliendo testimonianze di altri ragazzi come lui che si arruolarono nella X Mas a 14 anni, e che poi ho trovato nel PCI (non “voltagabbana”, ma uomini capaci di riflettere, e maturare, senza rimuovere il loro passato). La comprensione del dramma umano di tanti giovanissimi ingannati dalla propaganda fascista e finiti nel 1945 facili bersagli del “tiro al piccione” in cui si esercitavano i fascisti diventati partigiani dell’ultima ora (è il caso, documentato, di chi fucilò mio fratello sedicenne in un paesino “bianchissimo” del veronese, e che poi fece carriera nella celere scelbiana), non mi ha impedito di scegliere da che parte stare.

Vivarelli giustifica la sua decisione di arruolarsi con il trauma subito per la morte del padre (ufficiale delle camicie nere) per mano dei partigiani jugoslavi, di cui era caduto prigioniero l’8 aprile 1942. Egli ammette peraltro che lo stesso Tito aveva raccomandato di scambiare il prigioniero con uno dei detenuti comunisti nel carcere italiano di Spalato, ma che durante il trasferimento un capo locale, preoccupato che dopo liberato l’ufficiale fascista potesse guidare un attacco al suo villaggio, aveva deciso di ucciderlo.

Egli ricostruisce il suo itinerario verso l’arruolamento con qualche reticenza, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della madre, che secondo lui era prima “tiepidissima fascista”, ma che divenne poi nel nord strettissima e privilegiata collaboratrice di Pavolini e addirittura comandante delle Ausiliarie (che diresse comodamente installata all’Hotel des Bains a Venezia Lido, dove trascorse l’estate del 1944 anche il figlio). Egli attribuisce molta importanza all’educazione patriottica e “risorgimentale” impartitagli dal padre, che lo spinse a indignarsi per il “tradimento” dell’armistizio, al punto che dopo l’8 settembre accolse le truppe naziste agitando una bandierina con la svastica (strano “spirito risorgimentale”!), ma anche e soprattutto alla appassionata propaganda fascista di un professore di disegno, Leo Rossi, che gli insegnò “quanto grande fosse il duce, (…) quanto impareggiabile il fascismo e santa la sua causa che perseguiva il bene della patria”. Dopo la guerra, Vivarelli trovò il Rossi moderatamente “antifascista” e perfino indignato per l’arruolamento del suo ex allievo nelle truppe di Salò.

In realtà l’arruolamento di Roberto Vivarelli non fu in un esercito, ma in strutture male organizzate che si fondevano e scindevano in continuazione anche per la vanità dei capi, e che in genere non combattevano mai “l’invasore”, ma rastrellavano partigiani veri e presunti. Vivarelli stesso ammette di non aver sparato un colpo contro gli angloamericani, e di essere stato imbarazzato per le mansioni di polizia o di “Guardie e Facchini” (come i suoi stessi camerati interpretavano la sigla GGFF, “Giovani Fascisti”, nel lungo periodo in cui furono adibiti al servizio personale del gerarca Pavolini).

Solo per un giorno, ammette, il suo reparto arrivò al fronte vicino a Bologna, e dovette subito fuggire precipitosamente perché era cominciata l’offensiva anglo-americana. Della fuga, Vivarelli ricostruisce episodi in cui i giovani fascisti dovevano difendersi dai “camerati” tedeschi che negavano loro l’accesso ai pochi traghetti o ai ponti di barche sul Po, pretendendo la precedenza. Le esperienze precedenti (rastrellamenti, ecc.) sono descritte invece con molta reticenza: in genere lui non c’era mai di persona, era malato, o dormiva. Ha visto solo l’esecuzione di una presunta “spia” infiltratasi nel loro reparto, nel cortile della caserma, mentre sa di altri due accusati per lo stesso motivo, uccisi nella stessa notte e gettati nel Naviglio lontano dalla caserma. Vivarelli insinua a questo proposito che, in situazioni di emergenza, “c’era una certa analogia nel modo di gestirle tra noi e le forze della resistenza, perché di fatto neppure noi disponevamo di un retroterra istituzionale in grado di risolvere casi del genere secondo regole meno barbare”. In realtà non di mancanza di un “retroterra istituzionale” si trattava, ma di panico e di sospetto per la consapevolezza dell’ostilità generale (i giovani che distribuivano indisturbati volantini antifascisti nei teatri, gli attentati a fascisti in locali pubblici o in Galleria, a Milano, con una successiva fuga sempre protetta dalla popolazione).

Roberto Vivarelli racconta anche che nelle campagne, “nella presunzione che i contadini ci avrebbero trattati meglio, talvolta nascondevamo le nostre mostrine e ci presentavamo nelle case coloniche pretendendo di essere partigiani”, per avere un po’ di cibo. Un’ammissione sintomatica, che i riabilitatori dei “ragazzi del ‘44” si sono guardati bene dal raccogliere.

Un altro episodio riferito dettagliatamente sulla base della “cronaca molto particolareggiata” contenuta nel suo diario personale, riguarda un attacco al Castello di Masino, dove 21 fascisti ebbero la peggio nello scontro con i partigiani che lo avevano occupato, sbandandosi subito dopo aver lasciato due morti e 13 prigionieri, che furono poi restituiti indenni due settimane dopo grazie alla mediazione di un parroco che organizzò uno scambio. Vivarelli di persona vide solo il saccheggio del Castello dopo la ritirata dei partigiani, e intuì uno stupro: “dovetti lasciare il letto e la stanza per lasciare il posto a una donna, credo la moglie di un partigiano, forse presa per ostaggio (ma non capii bene di cosa si trattasse), ma mi fu detto che dovevo montare subito di guardia. Sicché, con una temperatura polare e ancora pieno di sonno, mi trovai a dover stare nella notte all’aperto, tra le due e le cinque”. Povero ragazzo, che aveva dovuto lasciare quel “letto vero, al calduccio” che serviva a qualcuno e a qualcosa che “non capì bene”, forse perché, come egli stesso dice in un altro punto, quando era entrato nel collegio militare era ancora convinto che “i bambini li portano le cicogne”!

Ma il ritorno dei 13 prigionieri gli fece capire qualcosa in più: “Ricordo soprattutto quanto ci diceva (…) il sergente Malagugini. Intanto aveva fatto impressione l’organizzazione dei partigiani, il loro servizio informazioni, la possibilità di avere documenti falsi e altri aiuti amministrativi, l’aiuto costante che ricevevano dalla popolazione. Inoltre, salvo poche eccezioni, aveva colpito il modo estremamente corretto col quale, dopo il calore del combattimento, i prigionieri erano stati trattati”.

Infatti erano stati scaglionati in diversi presidii della brigata, e “avevano avuto tutti lo stesso vitto, buono, dei partigiani, la stessa razione di sigarette, ed avevano anche potuto dialogare e perciò riconoscere, oltre ciò che ci divideva, una comune umanità”. Non stupisce se nel mese e mezzo che rimaneva da quel giorno al 25 aprile, diversi fascisti della formazione di Vivarelli disertarono, e uno di loro, che lui stimava particolarmente, morì in combattimento da partigiano. E intanto si moltiplicavano le defezioni e i tradimenti a più alto livello, nella cerchia dello stesso Pavolini.

Come si vede l’utilizzazione faziosa del libro di Roberto Vivarelli prescinde largamente da quello che ha scritto. E a conferma delle contraddizioni dell’autore, che dice di aver cominciato a cambiare idea già nell’estate del 1945, dopo aver visto un documentario sui campi di sterminio di cui naturalmente “non sapeva niente” (credeva che gli ebrei e gli antifascisti rastrellati i nazisti li portassero in vacanza?), va letta la recensione al libro di Claudio Pavone riportata in appendice, scritta nel 1992, e che non accenna per niente alla sua esperienza, ma si limita a insinuare che forse la stessa moralità dei partigiani era presente tra i combattenti fascisti “malgrado il fatto che sostennero una causa iniqua”. Il giudizio sulla “causa” è basato sul fatto che “quanto ci è oggi noto sulla natura del nazismo autorizza a ritenere che (la sua vittoria) avrebbe di fatto corrisposto alla fine della civiltà europea, la quale è pur sempre una civiltà cristiana.” Naturalmente già allora il Vivarelli insisteva sulla profonda diversità tra fascismo italiano e nazismo. Ma a quanto pare si vergognava di ammettere di essere stato fascista e si limitava a insinuare che i veri antifascisti erano stati pochi… Quanta acqua è passata sotto i ponti da quel 1992! (a.m.14/11/2000)



You are here