Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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I progetti della Chiesa a Cuba

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Ho segnalato fin dalle due precedenti visite papali qual’era il progetto della gerarchia cattolica cubana, e l’ho ribadito fin dall’elezione del nuovo papa latinoamericano, che ha affascinato gran parte della sinistra nel mondo. Chi vuole può andare a controllare quello che ho scritto selezionando sul sito il link interno CUBA.

Naturalmente ho segnalato con rispetto anche le posizioni di cattolici riformatori e rispettosi dell’esperienza rivoluzionaria, anche nel recentissimo articolo Cuba: Attualizzazione del modello o riforma dello Stato. Ma ora vorrei segnalare invece un paio di ammissioni dirette di esponenti cattolici sui loro reali programmi in questa fase.

Il primo è quello apparso sul sito della Radio Vaticana, che riprende il taglio anticomunista che aveva caratterizzato il penultimo nunzio apostolico Bruno Musarò, di cui avevo segnalato le gravi affermazioni nell’articolo Cuba: Riflettendo sullo “storico accordo”. Da questa intervista emerge soprattutto la rivendicazione di nuove chiese, che sorvola sulla grande scarsità di vocazioni, e di fatto anche di cattolici praticanti: http://it.radiovaticana.va/news/2015/06/03/assemblea_generale_pom_la_testimonianza_di_cuba_/1148752 .

Il testo che riporto integralmente subito sotto, tratto dal sito http://vaticaninsider.lastampa.it/, si basa invece sulle dichiarazioni di un autorevole esponente della Chiesa cubana, Juan de Dios Hernández, (gesuita, vescovo ausiliario dell’Avana nonché segretario generale della Conferenza episcopale), che guarda con grande speranza ai nuovi rapporti tra Cuba e Stati Uniti, e li considera “qualcosa di analogo alla caduta del muro di Berlino”. In realtà i vantaggi per Cuba sono ancora modestissimi, a parte il riconoscimento che “negli ultimi sei mesi Cuba non ha appoggiato movimenti terroristici”, riconoscimento tardivo e quasi offensivo dato che proviene da uno Stato realmente terrorista e che non riconosce confini per le sue intrusioni negli affari interni di un gran numero di Stati in tutto il mondo.

La Chiesa cubana comunque dovrebbe ricordare che rappresenta in realtà solo una percentuale minima della popolazione: la frequenza alla messa domenicale non raggiunge il 2% della popolazione, mentre il 60% di nominalmente battezzati non è molto significativo, perché gran parte dei seguaci delle chiese “spiritiste” o della santería (diffuse in quasi tutta l’isola) si fanno battezzare in genere da un sacerdote cattolico, possibilmente in una chiesa dedicata a uno dei Santi più popolari perché identificati con divinità africane come San Lazaro (sotto il cui nome si venera Babalú Ayé), o Santa Barbara (che copre il popolarissimo Changó, a cui quasi tutti i cubani offrono il primo sorso quando aprono una bottiglia di ron)…

Tuttavia, come si può leggere, il suo programma è ambizioso: “Educazione religiosa nelle scuole, accesso ai mezzi di comunicazione monopolizzati dallo Stato”. In realtà la conferenza episcopale dispone già di due strumenti di stampa centrali e di molti locali, ma evidentemente vuole di più. Per ora non c’è una trattativa formale in atto su questi temi dice monsignor Juan de Dios Hernández. “Non sono punti che fanno parte di una agenda formale tra governo e Chiesa. Quando ho avuto occasione di parlare con le autorità ho spiegato che la presenza della Chiesa in campo educativo, come la stessa presenza nei mezzi di comunicazione aiuta a formare a valori, e di questo - le stesse autorità se ne rendono conto - c’è grande bisogno. Al resto si arriverà a suo tempo”. 

Non dubito che una parte delle autorità cubane (al di delle battute di Raúl Castro in Vaticano sulla sua disponibilità a tornare a frequentare la messa…) sappiano bene che i valori a cui hanno detto per decenni di richiamarsi sono stati logorati dalla “doppia verità” e che il conformismo imposto ai propri organi di stampa ne ha ridotto sempre più la credibilità. Ma da sempre mi sono preoccupato dell’alleanza stretta tra burocrazia e gerarchia cattolica, già sperimentata nella Polonia del 1989. E quindi non mi tranquillizza sapere che “le autorità politiche hanno chiesto esplicitamente aiuto” alla Chiesa, nella convinzione che ci sia “una forte crisi di valori nella società cubana”, nella speranza che non le interessi buttare giù un sistema politico” visto che “sta accompagnando le trasformazioni in maniera pacifica”, (per ora almeno: “al resto si arriverà a suo tempo”). (a.m.4/6/15)

 

 

Cuba, aspettando Francesco ecco il nuovo piano pastorale

Si chiama “Lungo il cammino di Emmaus” ed è il titolo del nuovo piano che lancia le linee di azione della Chiesa nell’Isola fino al 2020. Parla Juan de Dios Hernández, vescovo ausiliare di l’Avana: «Le autorità ci hanno chiesto aiuto perché hanno capito che alla Chiesa non interessa buttare giù un sistema, ma accompagnare la vita di un popolo»

 

alver metalli (vatican insider)


I vescovi di Cuba rendono noto il piano pastorale che guiderà l’azione della Chiesa per i prossimi sei anni, fino al 2020. Il testo,  pubblicato oggi nel sito ufficiale della Conferenza episcopale cubana, si intitola “Lungo il cammino di Emmaus” e consta di una presentazione del segretario generale il gesuita Juan de Dios Hernández che spiega le motivazioni e gli scopi del programma. Il testo è frutto di un lungo lavoro collettivo che ha coinvolto a più riprese tutte le istanze rappresentative della Chiesa dell’Isola. “Per prendere coscienza, orientarci, sapere in che punto ci troviamo e dove vogliamo arrivare” spiega il vescovo Hernández. Le 143 preposizioni del documento non descrivono le aperture avvenute negli ultimi mesi ma risentono del nuovo clima politico e la singolarità del momento. “Lungo la strada di Emmaus è successo qualcosa” si legge nelle prime righe in maniera allusiva, subito rafforzate dalla citazione di papa Francesco sulla “forza inarrestabile del Vangelo da cui comincia a germogliare qualcosa di nuovo che presto o tardi produce frutti”. 

Il piano pastorale non nomina, tra gli antecedenti immediati, la storica apertura politica tra Obama e Raúl Castro ma la singolarità del momento storico traspare tra le righe del documento. “Una singolarità che è evidente con l’intervento diretto del Santo Padre per ottenere che dopo 55 anni tornino ad esserci relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba”, commenta a Vatican Insider Juan de Dios Hernández firmatario del piano pastorale e vescovo ausiliare di L’Avana. “Dal mio punto di vista, e salvando la distanza e il contesto storico che fa da cornice all’intervento del Papa, lo ritengo qualcosa di analogo alla caduta del muro di Berlino. Nessuna coordinata umana poteva far pensare che avremmo assistito a quello che è successo il 17 di dicembre dello scorso anno. E adesso il Papa verrà di persona a confermare nella fede questa Chiesa che pellegrina a Cuba e che non senza ostacoli è arrivata a questo punto del cammino”

Il “punto” è registrato nel piano pastorale dosando con attento equilibrio l’evoluzione delle istituzioni cubane in campo politico e le restrizioni persistenti. “La società ha ricevuto con favore alcuni cambiamenti, come il ritorno delle scuole medie e degli istituti preuniversitari nelle città, la flessibilizzazione delle disposizioni migratorie, l’autorizzazione a vendere e comprare proprietà e veicoli, la possibilità di creare una piccola impresa privata o familiare, il libero accesso [dei cubani] agli hotel”. Ma i limiti dell’apertura politica non sono taciuti. “Molti cubani aspirano a un modello di Stato meno burocratico e più partecipativo, meno paternalista e più patrocinatore, meno autoritario e più democratico”. Con un termine tipicamente bergogliano si parla anche “di società inclusiva, aperta al pluralismo, con istituzioni che permettano superare le divergenze e dove i cittadini e i loro rappresentanti coltivino la cultura del dialogo, del rispetto per chi dissente o pensa diversamente”

“Lungo il cammino di Emmaus” disegna il percorso di una Chiesa “in uscita”. Il Papa che arriverà a Cuba il 19 settembre è citato in passaggi chiave, tutti connotati da accenti missionari, come quando si parla di “abbandonare il criterio comodo del ‘sempre si è fatto così’” per “ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle comunità” con audacia e creatività o dove si sprona ad uscire da se stessi preferendo “una Chiesa accidentata, ferita o imbrattata per andare nelle strade piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura o afferrata alle proprie sicurezze”. Del resto le statistiche religiosesempre incerte e avare a Cuba - non invitano alla conservazione. “La partecipazione alla messa domenicale non arriva al due per cento della popolazione”, segnala il documento, contro un sessanta per cento di battezzati nelle 350 parrocchie dell’Isola. Il piano pastorale appena presentato da conto di 357 sacerdoti residenti a Cuba, 177 dei quali appartenenti a ordini e congregazioni religiose e 180 al clero diocesano. I religiosi sono 776, in prevalenza donne (585) e 191 uomini appartenenti a 96 comunità, 70 femminili e 26 maschili

Juan de Dios Hernández richiama tra le iniziative più audaci della Chiesa cubana la grande missione triennale che ha battuto l’Isola da un punto all’altro in occasione dei 400 anni del ritrovamento dell’immagine della Madonna della carità, patrona dell’Isola. “Noi vescovi siamo rimasti sorpresi da quello che è successo in questa occasione perché il popolo si è letteralmente lanciato nelle strade al suo passaggio” commenta a Vatican Insider. “Uscivo di casa tutti i giorni sapendo che avrei avuto davanti due, tremila persone a cui avrei parlato di Gesù e della Vergine; per un mese e mezzo è stato così”. Nessuna minaccia politica in tutto questo, osserva il segretario della Conferenza episcopale. “Anzi, quello che è avvenuto ha mostrato che la fede non è oppio, non danneggia, non aliena; se è vissuta come deve esserlo umanizza la vita. Credo che le autorità politiche ci abbiano chiesto esplicitamente aiuto perché hanno capito che alla Chiesa non interessa buttare giù un sistema politico, ma accompagnare la vita di un popolo. Indiscutibilmente c’è una forte crisi di valori nella società cubana e la Chiesa sta accompagnando le trasformazioni in maniera pacifica”

Educazione religiosa nelle scuole, accesso ai mezzi di comunicazione monopolizzati dallo Stato. Il segretario della conferenza episcopale conferma che non c’è una trattativa formale in atto su questi temi. “Non sono punti che fanno parte di una agenda formale tra governo e Chiesa. Quando ho avuto occasione di parlare con le autorità ho spiegato che la presenza della Chiesa in campo educativo, come la stessa presenza nei mezzi di comunicazione aiuta a formare a valori, e di questo le stesse autorità se ne rendono conto - c’è grande bisogno. Al resto si arriverà a suo tempo”. 

 



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