Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Grecia: quanti sono i rospi da ingoiare

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È durato poco l’entusiasmo per il risultato del referendum. Oggi molti ipocriti dicono che era “scontato” ma non lo era affatto. Anzi secondo James Galbraith, l’economista statunitense che ha sostenuto Syriza ed è amico personale di Varoufakis e di Tsipras, lo stesso leader era convinto di perderlo.[i]

Quello che nessuno aveva previsto e ha lasciato disorientamento e amarezza è stata la brusca svolta avvenuta già la sera stessa della vittoria, con un discorso del premier che ne attribuiva il merito non ai sostenitori del no, ma a “tutto il popolo greco”. Non era solo retorica: era una svolta inquietante, che si concretizzava la mattina dopo in un incontro di tutto “l’arco democratico” (come si sarebbe detto in Italia) convocato nel palazzo del presidente della repubblica, convinto sostenitore del si e vecchio complice dei governanti che hanno assecondato per anni il massacro sociale imposto dalla trojka.

Una svolta preparata nei giorni del referendum con continue riunioni di Juncker, Dijsselbloem ecc. con diversi esponenti dell’opposizione al governo e al fronte del no, convocati a Bruxelles. Riunioni quanto meno scorrette, ma di cui però si è capito presto il senso. Da quel momento, ogni ritorno di Tsipras sulla strada della resistenza verrebbe sconfessato da un organismo che lui stesso ha voluto.

Ho aspettato a scrivere un commento organico per evidenti ragioni: aspettavo di leggere le prese di posizione delle minoranze interne a Syriza. In realtà già il giorno dopo la vittoria avevo segnalato nell’articolo I problemi aperti dopo la vittoria del NO **   il pericolo dei “falsi amici che offriranno mediazioni che comportino un allargamento della maggioranza a esponenti moderati dello schieramento del si”, e la mia preoccupazione per le ripetute dichiarazioni di Tsipras sulla necessaria “unità di tutti i greci”. Mi auguravo che appartenessero solo alla retorica ereditata dal suo passato moderato nel Synaspismos di ispirazione eurocomunista (con il mito di Berlinguer) e non fossero invece il “preannuncio di una svolta conciliante verso i padroni delle istituzioni europee, che potrebbe vanificare in parte il successo ottenuto”.

Questo all’alba del 6, e poche ore dopo già avevo aggiunto una postilla ancora più allarmata sulle dimissioni imposte a Yanis Varoufakis, su cui sono ritornato anche il giorno successivo. Quindi nessuna reticenza, solo cautela nel valutare la tattica di un movimento importante e con una democrazia interna inimmaginabile in Italia come Syriza, aspettando soprattutto le dichiarazioni delle componenti di sinistra interne, come  Il commento di DEA, sinistra interna a Syriza o l’importante articolo di Stathis Kouvelakis: Grecia. Dall'assurdo al tragicoed altri testi.

Un compagno mi ha chiesto perché non avevo ancora scritto un bilancio complessivo di questa esperienza, in tutta la settimana. Mi pare chiaro: era ed è presto per farlo, perché la partita non è chiusa. Invece di rimproverare opportunismo e cedimenti a Syriza e alla sua stessa sinistra interna, che non a caso in questi mesi era cresciuta rispetto ai dati congressuali, bisogna capire la complessità della situazione. Tra i quadri di Syriza il giudizio negativo sulla scelta di Tsipras è netto ma a livello di masse fortemente spoliticizzate la pressione propagandistica e anche materiale esercitata con la chiusura delle banche ha pesato. “Siamo per il no, ma non vogliamo uscire dall’Europa”, ripetono molte persone intervistate dai media europei. Significa certo che è stata insufficiente la campagna per spiegare fino in fondo il senso del referendum, e per rendere comprensibile e quindi possibile una tattica che prevedesse anche la possibile creazione di una moneta parallela per resistere ai ricatti delle “Istituzioni” con un controricatto. Non l’uscita dall’euro come ipotetica (e illusoria) soluzione, ma come scelta che mette in difficoltà l’avversario.

Inoltre ha pesato a livello di masse il culto del capo carismatico (che è male antico, che ha fatto danni immensi, e non è un male isolato, e riguarda tra l’altro anche l’unico partner europeo di Syriza, Podemos), denunciato da sempre dalla sinistra interna, che ha visto in vari periodi gli organi statutari (comitato centrale e direzione) aggirati da consigli di presidenza costruiti intorno al ruolo di Tsipras.

Ricordo che fin dai primi giorni di formazione del governo, hanno circolato interpretazioni che davano per già chiusa l’esperienza, e per ingannati gli elettori. Per cinque mesi e mezzo ci sono state a volte mosse sbagliate, debolezze, e soprattutto sempre un eccessivo fair play nel presentare le mosse della controparte, come se fossero oneste, e non manovre di cinici e incompetenti ciarlatani, che ripropongono per giunta come rimedi le misure già sperimentate come inutili e dannose negli ultimi anni in Grecia (ma anche in Italia e in altri paesi) come l’attacco alle pensioni, ecc. I membri del governo durante le trattative non potevano dirlo apertamente, ma il partito si, come nelle migliori anche se lontane tradizioni del movimento operaio. Ma era sbagliato considerare il governo Tsipras con i paraocchi del KKE, che invece di aiutare a consolidare un fronte di resistenza all’enorme pressione dei principali paesi imperialisti europei, ha scommesso esclusivamente sul fallimento.

Come si spiega il cedimento attuale di Tsipras e di una ridotta maggioranza del suo partito? Vorrei che prima di giudicare cercassimo di immaginare l’enorme pressione esercitata su di loro non solo dai nemici dichiarati ed esaltati come gli Schäuble o i “veri finnici”, ma anche da falsi amici come i socialisti francesi, che hanno fornito il supporto tecnico per scrivere il testo di una inutile capitolazione. Inutile perché i rospi da ingoiare non finiscono mai. Anzi, ogni concessione incoraggia il nemico, che sa che cedendo sei diventato più debole. Non c’è niente da fare, questo era prevedibile e inevitabile, ma è stato assurdo e suicida non spiegare alle masse che sono tutti nemici, Schäuble o Moscovici, perché sono tutti difensori di un ordine capitalistico che Syriza ha turbato, in quanto prima opposizione di sinistra consistente dopo decenni, e poi inedito governo “senza cravatta”… E spiegare che tutti i governanti, da Parigi a Berlino a Helsinki, non si fermeranno prima di aver distrutto il governo Tsipras, o di averlo costretto a una resa ignominiosa. Lo ha capito anche Galbraith, nell’intervista citata, quando dice che l’unico rischio per Tsipras “sarebbe firmare un accordo che il suo partito il popolo greco sarebbero disposti ad accettare.

Probabilmente ha pesato sulla pericolosa scelta di Tsipras l’esistenza di conflitti tra diversi paesi imperialisti europei, che non sono solo sceneggiata, e di cui è giusto tener conto, senza per questo arruolarsi in uno dei due campi. Contare sull’imperialismo francese (senza parlare neanche del poco convincente accodamento a Parigi di Renzi) sarebbe semplicemente suicida. Non c’è un “imperialismo migliore” con cui ci si possa alleare. Ma le impuntature di Schäuble fanno capire che cedere un braccio non basta…

D’altra parte sarebbe bene tener presente che se i problemi non sono stati creati “dai greci” (come sostiene la propaganda di tutti i paesi europei), non sono neppure attribuibili, viceversa “ai tedeschi”, ma sono legati al funzionamento del capitalismo in tutta l’Europa e anzi nel mondo (come emerge dai sempre più frequenti segnali di allarme della “locomotiva cinese”…). Il massacro della Grecia non è un caso isolato: il normale funzionamento del capitalistico negli ultimi decenni ha portato alla distruzione dell’economia di intere regioni un tempo trainanti (si pensi alla Scozia e al nord dell’Inghilterra, descritto efficacemente in diversi film di Ken Loach, o al mezzogiorno d’Italia), e ha poi cominciato a stritolare interi paesi più deboli. L’ascesa della Germania all’interno dell’Europa con una politica di esportazioni massicce ha come contropartita l’arretramento di altri paesi, o l’accettazione di una condizione semicoloniale: ad esempio dell’esenzione fiscale totale garantita agli armatori greci, il capitalismo tedesco, grandissimo esportatore, beneficia non meno degli armatori stessi.

Le medicine di assoluta inutilità e dannosità, come l’allungamento dell’età pensionabile, o i tagli alla sanità pubblica, sono state imposte alla Grecia con una durezza che ha facilitato la resistenza, ma sono state imposte più o meno analogamente anche ai lavoratori italiani, e anche francesi e tedeschi, che hanno visto intaccati per larghi settori i diritti acquisiti con un movimento sindacale un tempo efficiente. Il Jobs Act o la Loi Macron, non sono casi isolati, e sulla condizione reale dei lavoratori tedeschi rinvio all’articolo di Manuel Kellner apparso recentemente sul sito: La Germania delle disuguaglianze.

La battaglia non può essere vinta solo in Grecia, e lo si è visto. Il governo di Syriza è rimasto sempre isolato durante le trattative, avendo per giunta dubbi amici interessati a usarlo per propagandare in patria le loro discutibili ricette. Per vincere, anche solo per poter resistere e poi controattaccare, come ha fatto altre volte, ha bisogno di un forte sostegno, e anche di nervi calmi dei suoi sostenitori in Europa, senza giudizi affrettati. Il documento della Piattaforma di sinistra di Syriza sostiene che “il nostro governo è stato essenzialmente costretto a uscire dall’euro a causa del rifiuto finale dell’UE di accettare proposte ragionevoli di alleviamento del debito, di abolizione dell’austerità, e di salvezza dell’economia e della società greche”, e quindi punta sul riportarlo sulla strada della resistenza anziché inchiodarlo ai suoi errori. È un’indicazione anche per la nostra campagna che non deve indebolirsi, o trasformarsi in una sterile requisitoria.

Ma certo, dobbiamo fraternamente sostenere le sinistre interne a Syriza che si battono per rilanciare la battaglia a livello europeo, non con abbracci e dichiarazioni di stima per governanti che a torto si definiscono di sinistra, ma rivolgendosi a tutti i lavoratori colpiti dalle stesse misure antipopolari imposte a nome dell’Europa da un pugno di burocrati, valletti del capitale. I problemi sono comuni e la risposta non può essere tecnica e locale, ma basata su una proposta politica chiara e generale: opporsi dovunque alle leggi che allungano l’età necessaria per andare in pensione e che facilitano i licenziamenti, ridistribuire il lavoro tra tutti in base al principio “lavorare meno, lavorare tutti”, difendere i salari reali, premessa di qualsiasi rilancio dell’economia. E ricostruire una sinistra tenendo conto dei successi e dei limiti dell’esperienza di Syriza, che comunque finora ha già scritto una pagina importante per la ricostruzione del movimento operaio a livello europeo.

(a.m.12/7/15)



[i] “Troppa rigidità da parte dell’Europa, sconfitto chi voleva cambiare governo”, intervista di James Galbraight al Messaggero, 10 luglio 2015.



Tags: Grecia  Syriza  UE  

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