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Lettera aperta a Yanis Varoufakis. Il piano B è la democrazia

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di Thomas Coutrot

da CADTM  

Caro Yanis Varoufakis,

Per cinque mesi, lei ha incarnato la speranza di tanti cittadini europei. ha consentito che spirasse una ventata di rigore intellettuale e di franchezza nella cerchia dei grigi personaggi dell’Eurogruppo. Ha cercato tenacemente di rispettare il mandato degli elettori greci: porre fine alle politiche d’austerità, pur restando nella zona euro.

A fine giugno, tuttavia, rafforzati dall’isolamento della Grecia e dalla debolezza dei movimenti di solidarietà in Europa, i morti-viventi dell’Eurogruppo, poi il Consiglio, vi hanno rivolto un ultimatum: sottomettervi o uscire dall’euro. La vittoria del “No” al referendum del 5 luglio rafforzava la vostra legittimità di rifiutare il vero e proprio diktat dei creditori. Il 13 luglio[1] lei ha reso noto di aver proposto a Tsipras, la sera del referendum, “una tattica di intervento” per evitare la sottomissione: “emettere IOU (attestati di debiti in euro, vale a dire una moneta fiscale complementare), “applicare uno sconto sulle obbligazioni greche” detenute dalla BCE a partire dal 2012, per ridurre di altrettanto il debito, e “prendere il controllo della Banca di Grecia togliendola dalle mani della BCE”. Alexis Tsipras ha però rifiutato questo piano, accogliendo le sue dimissioni. . Il 20 luglio, al parlamento greco, lei ha votato contro l’“accordo” del 13 luglio, mettendo il dito sul punto decisivo: “quando la società comincerà a provare sulle proprie viscere la morsa dei risultati della nuova disastrosa austerità, quando i giovani e i meno giovani staranno per strada o se ne rimarranno a casa, disperati, scontrandosi con queste conseguenze – la gente di cui fin qui noi abbiamo rappresentato la voce – chi la rappresenterà d’ora in poi  sulla scena politica”? L’unità di Syriza, lo strumento pazientemente forgiato dalla sinistra greca, è preziosa. Sembra sia questa la ragione per cui lei non ha portato avanti pubblicamente il dibattito sulle sue proposte alternative: “c’era un’alternativa?”, ci ha chiesto il Primo ministro mercoledì scorso?. Io credo di , c’era. Ma non vado oltre su questo. Non è il momento di tornarvi su. L’importante è che la sera del referendum il Primo ministro abbia ritenuto che non esistesse alternativa.

Comunque, la scelta di Tsipras di capitolare e, più ancora, di mettere in atto lui stesso le richieste dei creditori, è una scelta tragica. Come lei, non si può che essere spaventati dalle conseguenze politiche del 13 luglio: la sinistra radicale, portata al potere dalle elezioni per rompere con l’austerità, e confermata dal referendum nella sua legittimazione a farlo, è apparsa non solo incapace di rifiutare un piano d’austerità e di distruzione della democrazia, ma disposta a realizzarlo lei stessaAnche a supporre che non sia disponibile a breve termine alcuna alternativa, il ritorno all’opposizione, che lei ha auspicato, avrebbe permesso di preservare il futuro.

Ma se c’era la possibilità di un piano B, come lei riteneva, allora l’errore è ancor più tragico. Questo dibattito decisivo sta oggi montando nella sinistra europea. La Piattaforma di sinistra di Syriza ha proposto il 24 maggio un progetto che prevedeva la sospensione del pagamento del debito e la nazionalizzazione delle banche. Eric Toussaint ha suggerito il 13 luglio un insieme più organico di misure,[2] prendendo atto del fatto ormai accertato da tutti che rompere con l’austerità implica una politica unilaterale di necessità e urgenza che naturalmente gli attuali dirigenti europei considererebbero come disubbidienza, pur non necessariamente infrangendo  i trattati esistenti.[3]

Al contrario di quel che sostengono rispettabili figure come Étienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf,[4] proposte alternative del genere non si potrebbero considerare “concezioni autoritarie e inapplicabili del ‘controllo’ della politica monetaria e della circolazione dei capitali”. Del pari, quando il grande sociologo altermondialista Boaventura de Sousa Santos sostiene che “se un paese si mostrasse disobbediente verrebbe espulso e inevitabilmente verrebbe inghiottito dal caos”,[5] gli si può obiettare che, stando al contenuto dell’accordo del 13 luglio, il caos è garantito se il paese vi si adegua. Pablo Iglesias, lider di Podemos, non vede neanche lui alternative: l’accodo del 13 luglio “è l’unica cosa che si possa fare”, “è la verità del potere”.[6]

Ma se non c’è alternativa, se un paese europeo non può rompere con l’austerità senza precipitare nel caos – è non v’è dubbio che la Spagna, l’Italia o la Francia si troverebbero di fronte ad ostacoli altrettanto considerevoli di quelli della Grecia[7] - la trappola neoliberista non avrebbe incrinature. Se nessun paese europeo preso da solo può scartare di un solo passo e prendere un’altra via per indicare la strada, la sola possibilità che rimane è alimentare verbalmente la speranza di “un’altra Europa” in attesa di una crisi politica pan-europea e/o dello sprofondamento sistemico dell’eurozona che porrebbe tutti i paesi sotto la medesima insegna.

Da anni, insieme ad altri, ci siamo opposti come lei a chi sostiene l’uscita dall’euro come preliminare a qualsiasi politica alternativa.. Uscire dall’euro presenta costi economici e politici rilevanti per il paese interessato. In particolare, presentare “la Germania” come il principale paese colpevole e il rientro nel recinto nazionale come preliminare a qualsiasi soluzione, costituisce un grave errore che trascura la responsabilità schiacciante delle rispettive élites nella situazione dei nostri paesi, alimentando al tempo stesso l’ethos nazionalista.

Crediamo invece, esattamente come lei, che esistano politiche economiche e monetarie alternative credibili, suscettibili di essere portate avanti unilateralmente, politiche sicuramente audaci ma perfettamente ragionevoli e che, in circostanze come il 13 luglio, valgono più della certezza del disastro economico e politico. Siamo convinti come lo è lei che la Grecia, nella situazione di necessità e urgenza in cui si trova, avrebbe potuto – e possa ancora – decretare unilateralmente la moratoria del debito, creare una moneta complementare, requisire la Banca centrale e nazionalizzare le sue banche, realizzare finalmente un effettivo prelievo fiscale sulle categorie agiate (ricordiamo che i lavoratori e i pensionati greci, sottoposti all’IVA sui loro consumi e al prelievo alla fonte delle loro imposte sul reddito, non possono evadere).

Certo, misure del genere comportano rischi, specie se improvvisate in fretta e furia: panico bancario, fuga di fonte moneta complementare   accresciuto esodo di capitali…Rischi però che saranno tanto più deboli quanto più sarà forte l’adesione popolare. Il successo del referendum del 5 luglio e l’impopolarità dell’accordo del 13 luglio dimostrano che esiste potenzialmente in Grecia una vasta base sociale per sostenere una politica basata sulla dignità e la giustizia, valori che i creditori hanno calpestato. Una simile politica potrebbe ridare speranza ai popoli europei, rafforzandone le solidarietà finora insufficienti.

Simili misure unilaterali indurrebbero probabilmente i creditori a voler espellere la Grecia dall’Eurozona, anche se questo ridurrebbe di molto le loro speranze di essere alla fine rimborsati. Oltretutto, mancano della base giuridica per farlo e una sanzione del genere ne aggraverebbe le contraddizioni interne sul piano geopolitico. Soprattutto, mettere al palo un paese che cerca coraggiosamente di uscire dal baratro e di risolvere la sua crisi umanitaria potrebbe comportare un notevole costo politico per i personaggi grigi. Il dibattito così suscitato rafforzerebbe la costruzione di questo spazio pubblico europeo, senza la cui indispensabile rifondazione resterebbe un pio desiderio. Un conto è infatti girare le spalle all’Europa decretando che è lei responsabile di tutti i problemi, altro conto è dimostrare con l’azione che non si può rispettare la volontà degli elettori e preservare gli interessi delle classi popolari se non rompendo con i diktat dei grigi personaggi che si sono impadroniti dell’Unione Europea.

Con la sua pedagogia e la sua tenacia in questi mesi di trattative, lei e Alexis Tsipras eravate molto vicini a far riuscire questa dimostrazione. Caro Varoufakis, rendereste un eminente servizio alla Grecia e all’Europa riprendendo, apertamente e pubblicamente la battaglia per il piano B, la battaglia per la democrazia in Grecia e nell’Unione Europea.

 

Suo Thomas Coutrot

(28-7-2015)

[da https://blogs.mediapart.fr/blog/tho... - http://cadtm.org/Francais]

Traduzione di Titti Pierini



[3]Attac et Fondation Copernic, Que faire de l’Europe. Désobéir pour reconstruire, Les Liens qui Libèrent, 2014.

[4]Etienne Balibar, Sandro Mezzadra, Frieder Otto Wolf : «Le Diktat de Bruxelles et le dilemme de Syriza», http://blogs.mediapart.fr/blog/ebalibar/190715/etienne-balibar-sandro-mezzadra-frieder-otto-wolf-le-diktat-de-bruxelles-et-le-dilemme-de-syriza.

[5]Boaventura de Sousa Santos, «Fatal tests», 23/07/2015.

[7]Diversamente dalla Grecia, la Spagna finanzia il proprio debito e il suo notevole passivo pubblico sui mercati finanziari, ma si troverebbe di fronte all’esplosione dei tassi d’interesse in caso di politica alternativa.

Altri articoli di Thomas Coutrot:

·         Thomas Coutrot , Attac, 15 ans après : à quoi bon ?, 8 novembre 2013.

·         Thomas Coutrot , Patrick Saurin , Eric Toussaint, Annuler la dette ou taxer le capital : pourquoi choisir?, 28 ottobre 2013.

·         Eric Toussaint , Thomas Coutrot , Jacqueline Blanchot, Contre G20 Atelier audit citoyen de la dette publique, 9 novembre 2011.

·         Thomas Coutrot , Pierre Khalfa, Sortir les États de la servitude volontaire, 4 novembre 201. 



Tags: Syriza  debito  Toussaint  Grecia  

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