Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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“il manifesto” e Tsipras

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Avevo perso ogni speranza di poter avere informazioni corrette sul dibattito nella sinistra greca attraverso i media italiani, e in particolare su “il manifesto”, che aveva invece lasciato ampio spazio a lunghi interventi sbilanciatissimi nel giustificare ad ogni costo e a volte esaltare l’operato di Alexis Tsipras dopo l’imprevista svolta della notte dopo il referendum, e la sua scelta di sottrarsi agli organi statutari di Syriza puntando sull’appello “al popolo”, cioè a elezioni affrettate per impedire o rendere difficile la presentazione di una lista comune della larghissima opposizione interna tagliata fuori da ogni rappresentanza.

Ne avevo parlato in polemica con Revelli in La Grecia vista da Marco Revelli  ma in quel caso avevo concentrato l’attenzione su di lui più che sul “quotidiano comunista”, che lo aveva ospitato (e che ha pubblicato poi anche una sua imbarazzata risposta ad alcune lettere di critica). Ma vale la pena di parlarne ancora. Ogni tanto tra le lettere e anche nel dibattito su C’è vita a sinistratraspariva qualche punto di vista critico. Ad esempio Luciano Canfora all’interno del suo intervento su “La battaglia possibile” pubblicato il 26 agosto affermava che

“il mec­ca­ni­smo elet­to­rale plu­ri­par­ti­tico (carat­te­ri­sticavanto dell’Occidente) è defunto. Ciò gra­ziedina­mi­che liber­ti­cide irre­ver­si­bili: delega dei poteri deci­sio­nalistrut­ture tec­ni­che non elet­tive, e per di più mas­sic­cia intro­du­zione di sistemi elet­to­rali di tipo mag­gio­ri­ta­rio. Il de pro­fun­dis è stato il for­male misco­no­sci­mento della volontà espressa dal refe­ren­dum greco di luglio da parte dello stesso governo che lo aveva indetto. Ciò, per ordinericatto di una entità priva di qua­lun­que legit­ti­ma­zione elet­to­rale quale l’Eurogruppo”.

 

Ma era difficile che il lettore de “il manifesto” venisse informato attraverso la pubblicazione di interventi degli esponenti della sinistra di Syriza. Per giunta le notizie sulla crisi politica in Syriza sono state filtrate da sostenitori incondizionati di Alexis Tsipras come Dimitri Deliolanes, o da giornalisti borghesi come Teodoro Andreadis Synghellakis,che scrive abitualmente anche su “il Messaggero”di Roma, a volte con maggiore spirito critico.

Tuttavia oggi su “il manifesto” è uscita (sia pure con vari tagli) una lettera di Ireo Bono che critica duramente Tsipras soprattutto per non aver voluto ascoltare la voce di quella che era e  forse sarebbe ancora la maggioranza del partito, e per essersi assunto così la responsabilità di spaccare il partito. Ma soprattutto “il manifesto” ha pubblicato un intervento molto critico di Annamaria Rivera, una storica collaboratrice del quotidiano, che riporto integralmente qui di seguito, e che condivido pienamente, anche nella valutazione positiva del miglioramento relativo dell’informazione dovuto alle corrispondenze di Angelo Mastrandrea, divenute sempre più “puntuali” e di fatto in contraddizione con la linea editoriale complessiva del giornale. Ma aggiungerei una considerazione più generale.

I due punti su cui Annamaria Rivera si concentra, l’accordo con Israele e la penosa accoglienza dei profughi siriani sull’isola di Kos, pur essendo recentissimi, sono conseguenza diretta di due scelte precedenti di Tsipras: quella di delegare le delicatissime questioni militari (e quindi di fatto di politica internazionale) a un dubbio alleato di destra, e quella, più generale e forse ancor più grave, di “non parlare al popolo greco” (come scrive nella sua lettera Ireo Bono). Syriza, cioè, ha rinunciato a mobilitare la propria base sociale per contrastare le imposizioni delle cosiddette “istituzioni”. È questo che sfugge ai sostenitori acritici di Tsipras, convinti che non ci sia mai stata e non possa esserci altra strada che quella seguita da lui.

Non serviva a niente andare alle umilianti sedute dell’Eurogruppo o di qualche altra istituzione, e spiegare pazientemente le proprie ragioni a quei consessi di sordi, se al ritorno le dichiarazioni di Tsipras (ma anche di Yanis Varoufakis, che i giornali borghesi e la sinistra superficiale e orecchiante hanno ostinatamente presentato come l’alternativa e il rappresentante delle opposizioni, mentre fino a poco tempo fa non faceva neanche parte del partito) tranquillizzavano tutti assicurando che si era “vicinissimi a un accordo positivo”.

Certo, non potevano essere il premier o il ministro delle Finanze a spiegare che dall’altra parte del tavolo non c’erano giocatori onesti o rappresentanti degni dell’Europa, ma esponenti di quel capitalismo rapace che ha portato non solo la Grecia alla crisi attuale, doveva farlo il partito nel suo complesso, per preparare le masse a uno scontro che poteva essere inevitabile. Varoufakis, che non aveva esperienze di militanza in un’organizzazione rivoluzionaria (era stato consulente del governo Papandreu) aveva inteso il “Piano B” solo come tecnica di salvataggio, e per procurarsi i dati necessari aveva dovuto far ricorso ad un hacker per spezzare le barriere create dai veri padroni della Grecia e dell’Europa per impedire ai nuovi governanti di avere il polso della situazione. Ma il vero “Piano B” doveva essere la mobilitazione della popolazione contro un pericolo incombente, per rivolgersi grazie al suo appoggio ai popoli d’Europa oppressi dagli stessi nemici. È questa mobilitazione che è mancata, per responsabilità principale di Tsipras, ma anche delle incertezze e della moderazione dell’opposizione, che per questo è arrivata impreparata al colpo di mano di Tsipras, e sta ora faticosamente cercando di recuperare, in poche settimane e anzi pochi giorni, dati i tempi tecnici per preparare ex novo liste, programmi, tattiche elettorali.

Per questo, vale la pena di sostenere la battaglia di chi vuol salvare il patrimonio storico di Syriza: per questo raccomando anche a chi ha letto l’appello (Solidarietà al popolo greco e a chi si oppone al nuovo memorandum), e magari ha scritto su Face book “mi piace”, ma non ha ancora firmato, di inviare un’adesione formale all’indirizzo:   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.  ,  indicando nome e cognome, città, eventuali incarichi sindacali e/o politici.(a.m.29/8/15)

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Si sostiene Atene contro la Troika anche criticando Tsipras

Crisi greca e memorandum UeSotto gli occhi le ambiguità del trattato militare con Tel Aviv e la gestione della questione migranti

di Annamaria Rivera

su il manifesto

In pochi mesi di governo — scri­veva il 22 ago­sto Angelo Mastran­drea in uno dei suoi pun­tuali e lucidi repor­tage– il cosid­detto modello Syriza, «esem­pio vin­cente di rico­stru­zione di una sini­stra dal basso si è sciolto come neve al sole». Pren­derne atto, con la sua stessa luci­dità, è forse abban­do­nare Atene al suo destino? Per­ché mai il nostro soste­gno alla Gre­cia dovrebbe coin­ci­dere con l’acritico con­senso verso la poli­tica e le scelte di Ale­xis Tsi­pras, che stanno con­tri­buendo a sgre­to­lare Syriza? Sarebbe forse da nemici del popolo greco mostrare qual­che atten­zione verso Unità Popo­lare e altri fer­menti a sini­stra, che con­ti­nuano a ren­dere inte­res­sante il caso greco?

Qui non entriamo nel merito della que­stione fon­da­men­tale: quale sia il prezzo, in ter­mini eco­no­micisociali, che la Gre­cia dovrà pagare per essere stata obbli­gata, con ricatti assai pesanti, a sot­to­scri­vere un Memo­ran­dum forse peg­giore dei pre­ce­denti. Vogliamo invece sof­fer­marci su due temi che, pur di gran peso, nell’attuale dibat­titosini­stra si tendeomet­tere o a smi­nuire: l’accoglienza dei pro­fu­ghil’accordo mili­tare siglato il 19 luglio tra il governo grecoquello israeliano.

Di que­sto secondo tema ci aveva infor­mato tem­pe­sti­va­mente Man­lio Dinucci, in un pezzo del 28 luglio per la sua rubrica set­ti­ma­nale “L’arte della guerra”. Nove giorni prima — ripor­tava Dinucci — a Tel Aviv, Panos Kam­me­nos, il mini­stro greco della Difesa (non­ché fon­da­torediri­gente di Anel, par­tito di destra), aveva incon­trato Moshe Ya’alon, il suo omo­logo israe­liano, per siglare, per conto del governo Tsi­pras, que­sto patto assai impe­gna­tivo, prin­ci­pal­mente in fun­zione anti-Iran.

Come rife­riva lo stesso giorno il set­ti­ma­nale  Israël-Actualités, nel corso dell’incontro i due mini­stri ave­vano discusso anche di sicu­rezza marit­tima ed ener­ge­tica, e di coo­pe­ra­zione nell’ambito dell’industria militare.

È da notare che solo con gli Stati Uniti Israele aveva prima d’allora sti­pu­lato un accordo mili­tare di tal genere: un Sofa (Sta­tus of for­ces agree­ment), cioè un’intesa giu­ri­dica reci­proca che auto­rizza le forze armate dei due Paesista­zio­nare nel ter­ri­to­rio dell’altro per scopi mili­tari. Cosa che è stata subito messa in pra­tica: impor­tanti eser­ci­ta­zioni aeree con­giunte, a par­tire dalla base mili­tare di Larissa, vicino al monte Olimpo, si sono svolteluglio per due set­ti­mane, come infor­mava ilago­sto un comu­ni­cato uffi­ciale delle forze aeree israeliane.

Non si com­prende per­ché, trat­tan­dosi dell’ex governo Tsi­pras, dovremmo essere indul­genti verso un patto mili­tare con Israele che cri­ti­che­remmo se fosse stato sti­pu­lato da chiun­que altro.

Quanto al secondo tema, basta ricor­darefatti recenti acca­duti nell’isola di Kos, ampia­mente docu­men­tati dai media: i due­mila pro­fu­ghi rin­chiusi nello sta­dio di cal­cio, tra­sfor­mato in un (inef­fi­ciente) cen­tro d’identificazione, lasciati quasi privi d’acqua, senz’ombra, ser­vizi igie­nici, assi­stenza medicasenza un piano per la distri­bu­zione del cibo; le vio­lenze delle forze spe­ciali che, spal­leg­giate da alcuni ener­gu­meni, hanno fatto ricorsolacri­mo­geni, gas di estin­tori, bombe assor­danti con­tro que­sta folla inerme, com­po­sta in buona parte da donne e bambini.

Dopo la vit­to­ria elet­to­rale di Syriza, a sini­stra si è scritto, in modo una­nimeripe­ti­tivo, che il segreto del suo suc­cesso risie­de­rebbe nel fatto d’aver pro­mossofinan­ziato un sistema di mutua­li­smodi auto-organizzazione dal basso, capace di com­pen­sare le man­che­vo­lezze dello Stato. Sarà lecito chie­dersi allora come mai que­sto sistema non sia inter­ve­nuto in tale occa­sione, in modo così effi­cace da bilan­ciare l’inadeguatezzagli errori delle istituzioni.

Certo, la Gre­cia è  tra­volta, e in un momento così arduo, da un’ondata di pro­fu­ghi senza pre­ce­denti. Certo, nel campo dell’accoglienza il governo Tsi­pras ha ere­di­tato l’inettitudine dei governi pre­ce­dentil’assenza, anche in que­sto campo, dell’Unione Euro­pea. Certo, da alcuni giorni le isti­tu­zioni gre­che cer­cano di fron­teg­giare con meno vio­lenzainef­fi­cienzacopiosi flussi quo­ti­diani di pro­fu­ghi, dopo essere state dura­mente richia­mate dall’Unhcrcri­ti­cate da Ong auto­re­voli come Medici senza frontiere.

Ma per­ché mai non sarebbe lecito cri­ti­care metodi quali l’ammassamento coatto di pro­fu­ghi in uno sta­dio, se assai severi fummo verso un ana­logo caso nostrano? Allor­ché, ad ago­sto del 1991, nello Sta­dio della Vit­to­ria di Bari furono inter­nati migliaia di alba­nesi –dei ven­ti­mila sbar­cati dalla nave Vlora-, esa­ge­rando si evocò addi­rit­tura il Cile di Pino­chet: lo facemmo non solo noi, del movi­mento anti­raz­zi­sta, ma per­fino Bar­bara Palom­belli, dalle colonne dellaRepub­blica.

Ancor più inap­pro­priata sarebbe l’analogia col Cile nel caso della Gre­cia demo­cra­tica di oggi, che cerca di resi­stere, pur com­piendo errori, alla mici­diale tena­glia in cui è stretta dalla Tro­jkada un’Unione Euro­pea sem­pre più mercantile.

La Gre­cia, dun­que, merita la nostra soli­da­rietà. Ma non tale non è quella che si basa sulla rimo­zione o la cen­sura di ogni ana­lisi com­plessa, di ogni approc­cio pro­ble­ma­tico: i soli che pos­sano met­terci al riparo da delu­sioni amarerepen­tine abiure; che pos­sano con­sen­tirci, ammesso che ne siamo capaci, di svol­gere qual­che ruolo di soste­gno poli­tico alle forze di sini­stra gre­che che cer­cano di con­tra­stare il mor­ti­fero dogma dell’austerità.

(Annamaria Rivera)



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