Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Le carte vincenti di al Sissi

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La maggioranza degli uomini politici e dei commentatori che continuano a ripetere che “non ci si fermerà se non quando si avrà la verità su Giulio Regeni”, sanno benissimo che le esitazioni iniziali hanno reso impossibile che il governo italiano ottenga una tardiva ammissione ufficiale delle responsabilità di un settore dell’apparato repressivo egiziano nell’assassinio del giovane ricercatore. Ma non è necessaria una “confessione” esplicita, dal momento che è evidente che le molte versioni assurde e contraddittorie fornite servivano proprio per depistare e quindi proteggere chi ha materialmente commesso il crimine. Che non ci interessa molto conoscere: è il regime che è responsabile!

Il governo di al Sissi in ogni caso sta tranquillo. Se il governo italiano voleva prendere misure più incisive, queste andavano prese immediatamente dopo le prime grottesche bugie. È del tutto inutile richiamare in patria per consultazione l’ambasciatore solo ora, due mesi dopo che era apparso chiaro che da parte egiziana non c’era nessuna collaborazione, e che non venivano neppure consegnate (o almeno fatte esaminare in loco dall’inutile squadra di presunti “superpoliziotti” italiani mandata al Cairo a non far niente) le riprese delle tante videocamere che vigilano ogni angolo del centro della città.

Una misura così blanda poteva avere un senso nelle prime due settimane, per preannunciarne altre più severe. Ma quali? La sospensione dell’esplorazione e poi dello sfruttamento del grande giacimento di gas Zohr 1X, da parte dell’ENI? Assai difficile, dato che i più onesti tra i commentatori hanno ammesso che l’impresa italiana avrebbe – come sempre accade – più benefici dell’Egitto dal suo sfruttamento; non c’è neanche dubbio che comunque le concorrenti Total o Shell o BP non avrebbero avuto la minima esitazione a subentrare all’ENI se in nome della “lesa dignità” dell’Egitto al Sissi revocasse la concessione.

La minaccia di scoraggiare il turismo? Poco efficace. Il turismo, quando ci sono offerte di tariffe scontatissime, si riduce solo se c’è un evidente immediato e diretto pericolo di attacchi terroristi, non per solidarietà con una vittima. E il classico turista frequentatore di località come Sharm el Sheikh non reagisce neppure quando viene abbattuto in zona un aereo, ammesso che lo venga a sapere, come risultò da diverse corrispondenze da quella località dopo l’attacco all’aereo russo sul Sinai nell’ottobre del 2015: i vacanzieri restavano tranquilli. Figuriamoci se risponderebbero a un appello del ministero degli Esteri per un boicottaggio in solidarietà con Giulio Regeni… Comunque il turismo si è ridotto sempre più, per il clima generale di insicurezza, e non rappresenta certo la principale entrata dello Stato egiziano.

Ma questo non vuol dire che non ci sia niente da fare. Al contrario. Solo che l’unica misura sicuramente anche se parzialmente efficace, cioè la sospensione delle forniture di armi, di elicotteri e aerei, di navi, di tecnologia militare e non solo, non è mai presa in considerazione. Non per distrazione, o perché anche su queste vendite i paesi imperialisti ci guadagnano non poco, ma perché regimi come quello militare di al Sissi in Egitto o dell’islamista sedicente “moderato” Erdogan in Turchia servono e come. E servono proprio per il loro cinismo nello svolgere i bassi servizi che gli sono richiesti. La Turchia è dall’immediato dopoguerra un pezzo indispensabile della Nato, l’Egitto di Sadat e poi di Mubaraq, prima che di Morsi e di al Sissi, un alleato prezioso di Israele (e quindi di tutti i paesi imperialisti) per rinchiudere Gaza e per controllare militarmente l’intera area.

Non sono solo questi d’altra parte i regimi infami arruolati dagli imperialisti statunitensi ed europei, basta pensare ai tanti paesi africani affamati e poverissimi ma che sono stati dotati di armamenti sufficienti per fornire “ascari” alla Francia per il controllo dell’Africa subsahariana, sotto le ipocrite bandiere dell’ONU.

Ma accanto alla Turchia, che serve a coprire il rimpatrio forzato di un gran numero di sventurati migranti intrappolati sulla soglia dell’Europa, l’Egitto è il più importante, in una fase in cui irresponsabilmente si discutono i preparativi di un intervento militare in Libia. Perché in Libia al Sissi ci sta già, come puntello per il generale Khalifa Haftar e per il cosiddetto governo di Tobruk (di cui senza vergogna si ripete che è “l’unico internazionalmente riconosciuto”). Per questo il governo italiano non può aspettarsi nessuna solidarietà da parte dell’UE, e il generale al Sissi può fare impunemente la voce grossa, sapendo che nessuno gli chiederà conto di quello che egli considera solo un piccolo errore dei suoi scherani: aver trattato un giovane europeo come vengono trattati migliaia di egiziani, fatti sparire senza processo o condannati in processi farsa, senza che nessuno abbia imbarazzo nello stringere la mano del dittatore, e nell’elogiarlo con toni che ricordano il baciamano di Berlusconi a Gheddafi.

Al Sissi non dimentica gli elogi sperticati fattigli da Renzi in occasione della sua visita a Roma (non a caso la prima a un paese europeo) e reiterati poi in un’intervista del 2015 ad al Jazeera in cui Renzi diceva testualmente: "In questo momento l'Egitto sarà salvato solo con la leadership di Al Sisi". Matteo Renzi si diceva "fiero della mia amicizia con lui" e assicurava "sostegno per lui e la direzione della pace". "Penso - proseguiva il premier - che la posizione dell'Egitto sia assolutamente cruciale nel Mediterraneo. Il Mediterraneo senza l'Egitto sarebbe sicuramente un posto senza pace".

Cautelativamente al Sissi si è in questi giorni assicurato il sostegno di un altro mostro, il re dell’Arabia Saudita, che durante una visita di cinque giorni al Cairo ha promesso consistenti aiuti (per ulteriori acquisti di armamenti). A re Salman il dittatore egiziano ha regalato due isolette, Sanafir e Tiran, in vista della costruzione di un ponte di 32 km sul Mar Rosso che metta in collegamento diretto i due paesi, veri gendarmi dell’area.

Per avere finalmente giustizia per Giulio Regeni (la verità già si conosce nell’essenziale, conta poco il nome degli esecutori), sarà necessario sconfiggere il governo Renzi, e tutti i suoi amici europei, complici dei crimini di al Sissi, di Erdogan, di Salman. È un compito difficile, ma senza di questo ci saranno solo chiacchiere e insabbiamenti. Lo preannunciano i molti articoli che sugli organi mainstream hanno cominciato di nuovo a insinuare che Giulio Regeni se l’era cercata, andando a cercare notizie imprudentemente dove era pericoloso farlo. Infami!

(a.m.)

 



Tags: Egitto  Turchia  Libia  Renzi  

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