Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Chi c’è (e chi non c’è) all’ONU

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Molte delle illusioni sull’ONU che vengono riproposte all’interno della stessa sinistra antagonista si reggono su una scarsa attenzione alla sua organizzazione e composizione. Eppure quando si esamina il comportamento di questo organismo in alcuni momenti cruciali non c’è dubbio che nell’Assemblea generale sono stati determinanti i voti di paesi i cui governanti erano semplici marionette nelle mani degli Stati Uniti (la maggior parte delle dittature latinoamericane) o della Gran Bretagna (gli Stati del vicino e medio oriente).

Prendiamo proprio in esame i paesi di quell’area. Il più importante di essi, l’Egitto nel 1947 (quando l’ONU vota l’iniqua spartizione della Palestina),era governato da Faruk, un re imbelle e corrotto completamente manovrato dai consiglieri britannici, mentre in Transgiordania il re Abdallah era ancor più una creatura dei britannici: come suo fratello Feisal, “re dell’Iraq”, era uno dei figli di quello sceriffo della Mecca arruolato da Lawrence d’Arabia per la guerra contro i turchi con la promessa di un grande regno arabo. Paracadutato in una terra in cui non aveva la minima radice, dovette governare appoggiandosi su una “legione araba” inquadrata dagli inglesi e reclutata tra le tribù beduine provenienti dal cuore dell’Arabia, a 1000 o 1500 km di distanza da quello Stato inventato per dividere la Palestina storica. Ma almeno la Giordania, dopo le annessioni del 1949, aveva una superficie pari a un terzo dell’Italia, e una popolazione di poco più di un milione di abitanti (1.300.000 nel 1956). Invece il Kuweit aveva appena 200.000 abitanti, quasi tutti immigrati senza diritto di voto, la Costa dei Pirati, diventata poi Emirati Arabi Uniti, 80.000 abitanti, il Bahrein 112.000, il Qatar 30.000. Dopo dieci anni (e la scoperta del petrolio anche nel suo territorio) il Qatar aveva raddoppiato la popolazione. Oggi ha 747.000 abitanti, in gran parte immigrati non arabi, quindi senza diritti, e ha un prodotto interno lordo pro capite di 23.000 dollari, più o meno come l’Italia o il Kuweit (in Iran è di 5.000 $, in Iraq di 2.400, in Afghanistan di 800 $).

Ci siamo soffermati sul Qatar, uno Stato del tutto artificiale e per giunta minuscolo (la cui superficie, una volta definiti un po’ meglio i confini, è risultata della metà di quella accreditata cinquanta anni fa: 11.000 kmq, anziché 22.000) perché è stato prescelto per ospitare a Doha la sessione del WTO di quest’anno, che doveva tenersi a Washington. Non c’è dubbio che in un simile paese è difficile organizzare qualsiasi contestazione!

Tutti questi staterelli, inventati in varie fasi per staccarli da altri Stati meno controllabili (ad esempio il Kuweit dall’Iraq) vennero a mano a mano inseriti nell’ONU, mentre ne restarono esclusi i palestinesi e i curdi, che pure erano entrambi da soli più numerosi degli abitanti di tutti i paesi in cui fu suddivisa la penisola arabica.

Ma anche gli Stati corrispondenti a formazioni storiche, come l’Iran, paese di antica civiltà e con grandi città (ad esempio già nel 1949 Teheran aveva superato di parecchio il milione di abitanti), erano rappresentati da fantocci dell’imperialismo. Fino alla rivoluzione del 1979 il regime dello scià non si limitava ad assecondare gli Stati Uniti, ma esercitava in una vasta area una funzione di “gendarme” (dagli emirati e dall’Oman, alla Somalia e al Sudan).

Anche l’Iraq era stato a lungo un baluardo dell’imperialismo britannico, con un re straniero, e un esercito inquadrato da ufficiali inglesi, fino alla rivoluzione del 14 luglio 1958, che fece letteralmente a pezzi il re e il suo onnipotente consigliere Nuri Said. L’Iraq peraltro era stato costruito assemblando due province ottomane (i vilayet di Bagdad e Basra, da cui era stato staccato il Kuweit), con l’aggiunta successiva di una parte del territorio curdo più ricco di petrolio.

Il Libano, che era stato creato per dividere la Siria, era ancora più artificiale, e aveva richiesto ai suoi protettori francesi uno sforzo di ingegneria costituzionale per suddividere le cariche dello Stato tra le varie comunità religiose. Ma quando nel 1958 gli echi della rivoluzione irachena avevano fatto temere un successo delle forze laiche e antimperialiste, era giunta la VI flotta USA con 5.000 marines  a puntellare il regime, mentre paracadutisti britannici facevano lo stesso in Giordania.

Tuttavia gli stessi paesi che avevano portato a termine rivoluzioni nazionaliste e potenzialmente antimperialiste (per primo l’Egitto nel 1952, che pure aveva resistito al tentativo di piegarlo con l’aggressione militare franco-britannica-israeliana del 1956, poi l’Iraq), avevano trovato prima o poi un modus vivendi con l’imperialismo, tanto più in quanto le loro rivoluzioni erano state sfalsate nel tempo, e non era stato facile coordinarle (si pensi al fallimento dei tentativi di Nasser in tal senso).

Comunque il funzionamento delle Nazioni Unite ha avuto una trasformazione nel tempo, e ha modificato il comportamento degli Stati Uniti nei suoi confronti. Prima dell’ondata di decolonizzazione dei primi anni ’60 la maggioranza dell’assemblea generale (composta fino al 1955, quando entra l’Italia con altri Stati, dai soli 50 Stati fondatori) era assolutamente allineata con gli Stati Uniti, ed era l’URSS a boicottarla, rifiutando di pagare le spese per alcune “operazioni di pace” chiaramente ostili nei suoi confronti. Ma l’ammissione di molti Stati ex coloniali, e il ruolo crescente del movimento dei “paesi non allineati” sorto a Bandung nel 1955 per iniziativa di leader carismatici come Tito, Nehru e l’indonesiano Sukarno (ma a cui si aggiunse dal 1959 la Cuba di Castro e Guevara), ha reso poi l’assemblea assai meno docile ai voleri degli Stati Uniti, che hanno cominciato a boicottarne il funzionamento rallentando il pagamento delle quote annuali necessarie al mantenimento dell’enorme apparato. Le quote sono previste in proporzione alla potenza economica, per cui gli Stati Uniti dovrebbero contribuire per il 25% al bilancio (insieme agli altri paesi del G8 coprono quasi i tre quarti dei contributi, le altre nazioni il resto).

Ma alcuni elementi hanno reso poco significativa questa trasformazione. Prima di tutto il permanere del diritto di veto per i cinque paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina nazionalista e URSS) ha permesso di rendere vani molti voti dell’assemblea generale. Anche quando nel 1971 la Cina popolare viene ammessa finalmente all’ONU, scacciandone la Cina nazionalista di Taiwan, le cose non cambiano molto, perché Pechino ha stabilito ormai relazioni privilegiate con gli USA in nome della lotta contro il “socialimperialismo sovietico”, e ha quindi relegato la fraseologia rivoluzionaria a una funzione puramente ideologica e di immagine.

Nell’Assemblea generale, d’altra parte, spesso le risoluzioni sono volutamente ambigue, un po’ per la speranza di non vedersele annullare dal Consiglio di Sicurezza, un po’ per altre ragioni: anche tra i paesi di nuova indipendenza che fanno parte del Movimento dei non allineati molti hanno legami profondi con la vecchia potenza coloniale, o ne hanno stabiliti di nuovi con altri paesi imperialisti. Alcuni sono paesi piccolissimi. Tra i paesi africani ammessi all’ONU negli anni ’60 ce ne sono 6 con meno di un milione di abitanti e ben 24 sotto i dieci milioni, e per giunta quasi tutti poverissimi. In America ci sono Stati come Bahama, Barbados, Grenada, Guyana, Suriname, con una popolazione tra i 100.000 e un milione di abitanti, in Oceania diversi “Stati” con poche migliaia di abitanti, tra cui Nauru (famoso paradiso fiscale, dove sono finiti miliardi di dollari rubati in Russia) e Tuvalu che ne hanno meno di dieci mila (ma quest’ultima non è ancora stata ammessa all’ONU, di cui fanno parte invece perfino Andorra e San Marino). Svizzera e Vaticano non ci sono per scelta propria.

La partecipazione di rappresentanti di quei minuscoli paesi ai lavori delle Nazioni Unite (che pure offrono a un piccolo paese il grande vantaggio di entrare in rapporto con tanti Stati con cui non è possibile avere uno scambio diplomatico diretto) è costosa e spesso viene “sponsorizzata” indirettamente da una delle potenze imperialiste (certo non è hanno bisogno i paradisi fiscali come il Liechtenstein, che ha solo 25.000 abitanti, ma un PIL pro capite di 37.000 $ annui…). Per un certo tempo, prima del 1989, alcuni paesi africani che si sono schierati nell’area sovietica, pur non differendo molto dai loro vicini proimperialisti, per partecipare alle sessioni dell’Assemblea generale hanno avuto analogamente bisogno dell’appoggio economico dell’URSS. Che tuttavia (contrariamente alla mitologia dei nostalgici del “campismo”) ha sempre trovato un accordo di convivenza con l’imperialismo statunitense, basata sul fatto che ciascuna delle due maggiori potenze ha denunciato con grande foga le malefatte dell’altra, ma in realtà ciascuna si è occupata del proprio “orto riservato” senza mettere il naso in quello dell’altra (salvo quando riteneva che fosse stato pericolosamente violato l’equilibrio strategico, come avvenne nel caso dei missili sovietici a Cuba nel 1962).

Basti pensare al modo con cui Patrice Lumumba, che nel 1960 aveva chiesto aiuto all’URSS contro la secessione appoggiata dai paracadutisti belgi, fu convinto dai sovietici a chiedere l’intervento dell’ONU, che coprì invece gli aggressori e lasciò che Lumumba fosse rapito e consegnato ai suoi peggiori nemici che lo assassinarono.

Viceversa l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, contro un governo riconosciuto dall’URSS come legittimo fino al giorno prima e indubbiamente appoggiato da un largo consenso popolare, suscitò violente ma platoniche denunce pubbliche, mentre in via riservata (si è scoperto dopo decenni negli archivi del Dipartimento di Stato americano) si assicurava l’URSS che gli USA non avevano nessun interesse all’Ungheria. Come a dire: fate pure.

Alcuni degli apologeti dell’ONU mettono nel suo bilancio la decolonizzazione politica, attribuendone il merito a una risoluzione dell’Assemblea generale del 1960 e al Comitato speciale per la decolonizzazione creato nel 1961 e ampliato nel 1962. In realtà il merito dell’ondata di decolonizzazione va alla crisi morale, materiale e militare delle potenze coloniali nel corso della seconda guerra mondiale  (soprattutto la Francia, ma anche Belgio e Olanda, che furono invasi dalle truppe naziste, mentre la stessa Inghilterra si trovò a lungo in notevoli difficoltà), poi alla grande umiliazione inflitta nel 1954 dai Vietcong alla Francia a Dien Bien Phu, che accelerò la lotta in tutte le colonie francesi.

Che ha fatto l’ONU invece tra il 1960 e il 1975 per far cessare la vergognosa dominazione portoghese in Angola, Mozambico, Capoverde e Guinea? Nulla: è stata la “rivoluzione dei garofani” in Portogallo a consentire il successo di una lotta sanguinosissima che durava da anni. E quando il Sudafrica razzista si è sostituito ai portoghesi (come gli Stati Uniti in Vietnam dopo il ritiro francese) attaccando direttamente l’Angola e indirettamente il Mozambico, che ruolo ha avuto l’ONU? Nessuno. Senza l’aiuto generoso dei cubani quei paesi sarebbero stati ridotti in una nuova schiavitù.

Anche l’indipendenza della Namibia dalla dominazione sudafricana, che gli esaltatori dell’ONU ascrivono a suo merito, è stata invece causata soprattutto dalla pesante sconfitta inflitta al Sudafrica dai cubani insieme agli angolani a Cuito Cuanavale. L’ONU al massimo ha fatto la “registrazione notarile” di un cambiamento che obbligava i razzisti sudafricani a una svolta profonda anche in patria, tirando fuori Mandela dal carcere in cui era stato gettato per 27 anni come “terrorista” per affidargli il difficile compito di guidare il paese a una pacificazione (e di convincere la maggioranza nera ad accettare che terre e proprietà restassero nelle mani dei vecchi dominatori).

Viceversa si sono registrati alcuni casi di esclusione basata su criteri politici per lo meno discutibili. A parte la Cina fino al 1971, che era già un caso macroscopico, dopo la dissoluzione della grande Jugoslavia è stata tenuta in quarantena per anni la piccola Jugoslavia (Serbia e Montenegro), mentre sono state riconosciute tutte le altre repubbliche, compresa la Croazia di Tudjman, colpevole di gravissime violazioni dei diritti delle minoranze e di crimini non minori della Serbia di Milosevic. Oppure il riconoscimento è stato negato per anni al governo esistente, congelando invece per anni la delegazione del precedente regime: sembra incredibile, ma è accaduto con la Cambogia, dove la delegazione ammessa per anni era quella degli Khmer rossi, barbarici e criminali stalinisti responsabili della morte di un milione e settecentomila cambogiani, ma filocinesi e antivietnamiti, quindi antisovietici, e non quella del governo filovietnamita che ne aveva preso il posto nel 1979.

Naturalmente il bilancio più negativo dell’ONU riguarda quello che non ha fatto, i troppi casi di inerzia, di ambiguità, di passività, o di interventi tardivi quando i massacri erano avvenuti (il caso più chiaro è quello di Timor Est, in cui si promuove un referendum dopo anni di massacri impuniti, ma prima di intervenire si aspetta che gli indonesiani perdenti possano massacrare i “vincitori” per oltre un mese). Ma l’ONU non ha risolto nulla in troppi altri casi, dalla repubblica Saharawi invasa dal Marocco a Cipro, per non parlare della Palestina o del Kurdistan… E in troppi altri casi ha lasciato fare o anche delegato formalmente a organizzazioni locali non rappresentative (Nato, Organizzazione degli Stati Americai, idem per l’Africa, ecc.).

Nessun impegno e neppure una protesta per la mancata attuazione delle risoluzioni più reclamizzate come “apporto positivo” dell’ONU, da quelle contro l’embargo a Cuba a quelle per il ritiro di Israele dai territori palestinesi occupati. Le richieste palestinesi non sono mai state accolte, anche quando chiedevano un minimo di osservatori internazionali. Già questo renderebbe scandaloso il premio Nobel a Kofi Annan, se non fosse per il gran numero di criminali e guerrafondai che sono stati premiati nel corso di un secolo (rinviamo per questo a una recensione di qualche anno fa a un bel libro di Procacci sui premi Nobel che abbiamo riproposto sul n.51 di BaRoNews). L’anno prossimo il premio lo daranno perfino a Sharon, se accetterà di ritirarsi ?

Inoltre va ricordato a chi chiede sempre l’intervento dell’ONU, che di esso fanno parte organismi come il FMI e la Banca Mondiale, responsabili dell’affamamento e della crisi sociale di tutti i paesi indebitati (dove  questi organismi fanno la parte degli esattori per gli strozzini internazionali che hanno ridotto in miseria tanti paesi). E in questi organismi (nati insieme all’ONU nel 1945, e parte integrante della sua struttura) la democrazia è tanto sviluppata che non si vota per paese ma direttamente per capitali, sicché i paesi poveri non contano niente neppure formalmente. Vogliamo riformarli? Ma quale dei tanti paesi imperialisti che spadroneggiano in tutte le organizzazioni internazionali appoggerà la minima riforma democratica che limiti le loro azioni?

(29 ottobre)

Antonio Moscato

 

Scheda sull’Iran

Abbiamo accennato spesso all’Iran, e vale la pena di ritornarci, perché in tempi di forsennate campagne contro l’integralismo islamico, vero o presunto, se ne parla di nuovo, sempre senza approfondire.

Come l’Afghanistan l’Iran era stato al centro di uno scontro tra russi e britannici, che tuttavia avevano trovato meno drammaticamente forme di “condominio”. Nel 1906 era iniziata una fase di nazionalismo influenzato dalla rivoluzione russa del 1905, e lo scià Muzaffar-uddin aveva dovuto concedere la costituzione, ma il figlio Mohammad Alì, nel 1908 aveva fatto bombardare il Parlamento e arrestato i capi costituzionalisti, scatenando una feroce guerra civile. Nel 1917, per fronteggiare il pericolo di un’influenza russa diventata ormai sovietica, i britannici avevano appoggiato Reza Khan, un rozzo ma prestigioso militare, che da capo dei cosacchi era diventato ministro della guerra. Sempre con l’appoggio britannico si era proclamato scià nel 1925. Era poi stato destituito dai suoi stessi protettori britannici nel 1941 perché sospettato non a torto di simpatie per il nazismo. Al suo posto era stato nominato imperatore il figlio Reza Pahlavi, appena ventenne, con l’accordo di britannici e sovietici, a cui l’Iran era indispensabile per ricevere rifornimenti, e in genere per tutte le comunicazioni dirette con gli alleati (non a caso a Teheran si tenne una delle conferenze dei grandi).

All’alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti l’URSS sacrificò due repubbliche sovietiche sorte nel Kurdistan e nell’Azebaigian iraniani (un’altra repubblica dei soviet era sorta già nel 1918 nel Ghilan).

Ma il destino dell’Iran sarebbe stato segnato dalla sconfitta del grande tentativo democratico avviato da Mohammad Mossadeq, che nel 1951 aveva nazionalizzato il petrolio iraniano, e aveva avviato una serie di riforme per utilizzare la preziosa risorsa per lo sviluppo del paese. Era intervenuta subito la CIA, che aveva organizzato un colpo di Stato basato sui settori più conservatori dell’esercito e sulle tribù arretrate legate da vincoli familiari a Reza Pahlavi (che intanto era prudentemente fuggito a Roma). Il colpo era riuscito facilmente anche per il settarismo del partito Tudeh (comunista) che aveva esitato ad appoggiare Mossadeq, considerato antisovietico perché nel 1944 aveva presentato in parlamento una risoluzione che vietava al governo di trattare nuove concessioni petrolifere mentre la guerra era in corso e il paese era occupato (ed era proprio l’URSS che aveva tentato di ottenere l’autorizzazione a compiere ricerche nelle regioni del Caspio iraniano che occupava). Il Tudeh avrebbe pagato caro in futuro il suo atteggiamento nei confronti di un tentativo fortemente appoggiato dalle masse, ma lo pagò anche immediatamente perché molti suoi militanti furono assassinati dalle bande dello scià.

Comunque in quella occasione emerse chiaro che Reza Pahlavi, pur essendo arrivato al trono come uomo dei britannici e col consenso sovietico, si era appoggiato ormai sull’imperialismo più forte ed efficace, quella statunitense. L’Iran diventerà (insieme a Israele) il principale gendarme dell’imperialismo nell’area, con un esercito sproporzionato, che assorbiva quella parte del ricavato del petrolio che non veniva sperperata nel lusso della famiglia imperiale e dei suoi clienti, ma che non riuscirà a bloccare la rivoluzione nel 1979.

Rivoluzione, ho detto, anche se è sfociata quasi subito in un regime medievale e intollerante. Rivoluzione perché a sfidare un esercito potentissimo e una polizia segreta che sembrava onnipotente erano stati milioni di uomini e donne scalzi e a mani nude. Se la direzione del movimento è stata presa da quegli ayatollah che pochi decenni prima non avevano nessun peso politico, è perché sotto la guida di Komeini avevano assunto un atteggiamento durissimo e fermo di opposizione allo scià, mentre la sinistra che aveva avuto un grande ruolo nei decenni precedenti (a partire dagli anni Venti in cui l’influenza della rivoluzione russa era stata fortissima sui lavoratori dell’industria petrolifera, ma anche sui ceti medi urbani) era stata ridimensionata e screditata dalle oscillazioni tra ribellismo insurrezionale e adattamento al regime, dovute alle esigenze della burocrazia sovietica.

Khomeini aveva guadagnato un enorme prestigio per la sua fermissima e al tempo stesso semplice e non mediata opposizione allo scià, perché era stato esiliato e braccato, perché la polizia dello scià gli aveva ucciso il figlio primogenito e prediletto, suo stretto collaboratore. Per questo le grandi masse scese in piazza a mani nude gli avevano delegato il potere al suo rientro, e le formazioni della sinistra filosovietica o maoista, che pure avevano lottato insieme agli integralisti, furono messe rapidamente e senza difficoltà da parte. Alcune delle misure introdotte, come l’obbligo dello shador e la punizione severissima dell’adulterio, considerate insopportabili nelle città, sono state accettate in qualche misura nelle campagne dove lo shador era già in uso, e le donne invecchiate precocemente per il durissimo lavoro erano state spesso abbandonate come “vedove bianche” dai mariti emigrati. Ma il regime degli ayatollah non si caratterizzava solo per questi aspetti, bensì anche per l’efficacia del sistema assistenziale appoggiato anche sui beni delle moschee, e per alcune misure calmieratrici che hanno difeso gli strati più poveri, che le hanno considerate un netto progresso rispetto alla situazione esistente sotto lo scià. Contrariamente all’immagine stereotipata presentata in occidente, nei primi venti anni del regime l’analfabetismo è stato ridotto di oltre la metà (dal 63,4% del 1975 al 31,4% del 1996, l’istruzione secondaria è passata dal 46,7 al 59,8% della popolazione, e quella universitaria dal 5,0% al 12,7% nello stesso periodo. I libri pubblicati: nel 1975 3.027, nel 1991, 10.753 titoli.

Va ricordato anche il carattere antimperialista della propaganda ma anche di alcuni gesti spettacolari come l’occupazione dell’ambasciata statunitense con la presa di ostaggi e la pesante umiliazione inflitta ai protettori dello scià. La guerra contro l’Iraq, anche se il suo proseguimento dopo la cacciata degli invasori dal territorio iraniano è stato criminale, era stata ed ha continuato ad apparire una lotta difensiva contro il “piccolo diavolo” Saddam Hussein, al servizio allora del “grande diavolo”, gli Stati Uniti.

In ogni caso, nonostante le pretese dei settori più conservatori del clero, l’Iran si è progressivamente liberato da parte della cappa di piombo integralista, grazie al livello culturale di una parte notevole della sua popolazione urbana, e alla complessità della società. La vittoria di Sayed Khatami nelle elezioni del 1997  e poi in quelle di quest’anno è stata determinata dall’appoggio netto soprattutto delle donne e dei giovani, stanchi dell’uniformità imposta nel primo periodo dopo la cacciata dello scià.

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