Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Onore al merito…

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Onore al merito…

…e congratulazioni a Brunetta per i suoi consulenti!

 

Quando la ministro Gelmini lanciò la proposta di legare le retribuzioni degli insegnanti al “merito”, qualcuno si domandò come l’avrebbe potuto valutare una che per superare l’esame da avvocato si era dovuta trasferire a Reggio Calabria (dove viene promosso il 98% dei candidati), e che già prima aveva avuto problemi a conseguire la maturità nel liceo pubblico e aveva dovuto recuperare in una scuola privata…

Ma anche i suoi consiglieri al ministero sembrano della sua stessa pasta: ogni anno agli esami di maturità le commissioni e gli studenti scoprono sbalorditi grossolani errori nei temi e nelle altre prove.

 

Io per giunta ero ancor più diffidente per l’esperienza personale fatta a Lecce, dove quasi sempre avevo avuto sopra di me presidi ignoranti e traffichini. Uno di essi anzi, rozzissimo ma ritenuto abile amministratore e procacciatore di fondi europei, era stato poi eletto Rettore per due periodi consecutivi, e anzi aveva fatto già modificare il nome dell’Università (che oggi infatti si chiama “del Salento”, e non più “Università di Lecce”) per aggirare lo Statuto e poter essere eletto una terza volta. Non ci riuscì perché incappò in un’inchiesta della magistratura per un maxi ammanco e fu costretto a dimettersi prima del tempo perché inquisito (era un buon “procacciatore di fondi”, ma evidentemente anche per sé…).

Grazie a gente come quella e ai tanti loro cortigiani, nessuno dei 250 studenti che si sono laureati con me (e posso assicurare che almeno 10 o 20 di loro erano di buon livello) ha potuto mettere piede nell’università dopo la laurea, mentre diversi di quelli allevati a immagine e somiglianza di quei potenti (cioè ignoranti e “lecchini”), sono saliti in cattedra e hanno cominciato a chiamare al loro fianco altri loro simili… Viva il merito!

 

Ma il concetto di meritocrazia era poi stato rilanciato clamorosamente dal ministro Brunetta con la Legge 15 per tutta la pubblica amministrazione. Il sistema era più o meno quello escogitato dalla Gelmini (o suggerito ad entrambi da qualche Think Thank…). Un 25% degli statali sarebbe stato prescelto come “ottimo” e si sarebbe spartito il 50% del fondo per le competenze accessorie (che oggi è distribuito tra tutti i lavoratori, e costituisce una parte considerevole delle retribuzioni), un altro 25% sarebbero stati messi nella lista dei “fannulloni”, e non avrebbero avuto niente; sarebbero stati pronti per il licenziamento, se recidivi (cosa facilissima, perché la posizione di questi reprobi non dipendeva tanto dalle loro azioni, quanto dal giudizio dei superiori, cointeressati anche economicamente al sistema, come gli ausiliari del traffico lo sono ai proventi delle multe…).

Il 50% dei dipendenti pubblici, collocato tra i due blocchi, si sarebbero spartiti invece la parte restante del fondo che precedentemente veniva distribuito tra tutti, e non avrebbero probabilmente avuto molti danni (i primi avrebbero, in sostanza, defraudato solo gli ultimi della lista…). Sempre che si riuscisse a separare il “grano dal loglio” in percentuali esatte: 25 – 50 – 25… Più o meno con gli stessi criteri “scientifici” che aveva il KGB quando intimava alle sue strutture locali di “smascherare” ogni anno un 25% di nemici del popolo…

Brunetta aveva affidato il compito di definire i criteri della “riforma” a un suo uomo di fiducia, Antonio Martone, che era stato avvocato generale in Cassazione, e aveva aspirato alla carica ancor più delicata di procuratore generale in Cassazione. Martone, che era stato già abbondantemente segnalato negativamente da altri magistrati, tra cui Livio Pepino, per la sue cattive frequentazioni, era stato infatti nominato da Brunetta capo di una “Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità (sic!) delle Amministrazioni pubbliche”… Cioè, in parole povere, doveva stabilire i criteri per promuovere alcuni e condannare altri.

Un paio di giorni fa Antonio Martone si è dovuto dimettere precipitosamente dalla magistratura, chiedendo di andare in pensione, perché intercettato nel quadro dell’inchiesta su Flavio Carboni (l’uomo che dal caso Calvi in poi si era trovato sempre sul “luogo del delitto”, ma si era salvato – a parte una modesta condanna a 8 anni ignorata come fanno tutti i potenti - per i molti santi che aveva in paradiso e in magistratura). Questa volta Martone è stato scoperto in occasione di una cena a casa di Denis Verdini in cui giudici corrotti e faccendieri corruttori discutevano tra un piatto e l’altro le nomine di magistrati insabbiatori e preparavano i falsi dossier per eliminare dalla corsa alla regione Campania Stefano Caldoro, del PDL a favore del loro socio, il camorrista Cosentino, anch’esso del PDL… Alla cena c’era anche Dell’Utri, naturalmente, di cui è stato detto giustamente che definirlo mafioso non è esatto: è riduttivo…

 

Queste cose vengono denunciate ora anche da giornali “borghesi”, come La Stampa del 12/7, e d’altra parte molti hanno fatto esperienze simili alle mie, e hanno visto promosse o prescelte per incarichi importanti persone senza meriti: non sono una novità, quindi.

Ma questa vicenda deve essere usata più largamente nello scontro politico e sindacale, perché è rivelatrice del carattere truffaldino della pretesa di “misurare il merito”, che copre solo il progetto di dividere ancora di più i lavoratori. Il sistema escogitato da Brunetta insieme a simili consiglieri aveva l’obiettivo di spingere il maggior numero possibile di appartenenti alla “massa” intermedia (il presunto 50%) a mettersi in gara per essere ammessi al livello superiore, e comunque per non sprofondare agli inferi, nell’anticamera del licenziamento.

 

Misurare davvero il merito è impossibile, l’ho sempre sostenuto come docente che ha puntato a ottenere pazientemente e con maggiore fatica mia dei risultati, invece di dare sommariamente dei giudizi. Ma ora c’è qualcosa in più: un tentativo - non contrastato a sufficienza - di dare un colpo decisivo al diritto all’universalità del salario per tutti coloro che svolgono le stesse mansioni, e al principio di solidarietà tra i lavoratori. Su questo era nato il movimento operaio un secolo e mezzo fa. A parità di lavoro, parità di salario...

 

Il movimento sindacale per rinascere, ma direi anche per sopravvivere, deve battersi duramente contro queste leggi e regolamenti infami, anche a costo di rompere con i sindacati paragovernativi e filo padronali che li ritoccano per potersi dichiarare soddisfatti. Non si può più accettare che governo e Confindustria (con l’assenso di sindacati scodinzolanti) continuino a togliere quel che possono a una parte dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani, degli sfruttati per dare magari qualche briciola ad altri. Tanto più che lo fanno sempre più ferocemente, approfittando della apparente oggettività della crisi.

Ma anche la sedicente opposizione e il grosso del movimento sindacale, CGIL compresa (salvo la FIOM), si limitano a proporre piccole modifiche a queste politiche, senza neppure lontanamente pensare di far pagare la crisi a chi ne è interamente responsabile, o a costringere i padroni a restituire le fabbriche che dicono non più convenienti, e che sono state fin dalla loro nascita finanziate dallo Stato in tutte le forme possibili. Ricominciando a chiamare padroni i padroni, per la chiarezza (capisco perché Marchionne raccomandi invece di chiamarlo altrimenti, nella sua lettera ai lavoratori FIAT).

 

Bisogna fare campagna tra i lavoratori, spiegando grazie a questo esempio come è composta la piramide che decide chi ha il merito per avere diritto agli aumenti: una piramide con in cima Brunetta e Gelmini o Sacconi, in mezzo i cinici come Antonio Martone. Per inciso, il Martone era stato anche presidente dell’Autorità garante del diritto di sciopero, cioè, nella neolingua del potere, l’organismo (composto da alti burocrati strapagati) che fissa i limiti entro cui questo diritto è ancora tollerato.

 

Dobbiamo ricordare a chi lo ha vissuto (e spiegare alle giovani leve operaie) che senza la rivendicazione degli aumenti uguali per tutti, della riduzione di orario e della parità di diritti tra operai e impiegati, non ci sarebbe stato l’Autunno caldo e la meravigliosa stagione di lotte che ha avuto come sottoprodotti lo Statuto dei Diritti dei lavoratori e tante conquiste anche sul piano dei diritti democratici: dalle Regioni (che nacquero ben diverse dai carrozzoni succhiasoldi che sono ora), alle leggi che legalizzarono divorzio e aborto…

 

Solo ricostruendo dal basso l’unità dei lavoratori (che è ben diversa dall’unità dei vertici delle sigle sindacali…) in base a programmi concreti e rivendicazioni per cui valga la pena di lottare, sarà possibile fronteggiare anche l’attuale involuzione politica e sociale.

Di esempi recenti ce ne sono pochi, ma ci sono: prima di tutto la resistenza controcorrente della FIOM a Pomigliano, “isolata” da sindacati e da tutto o quasi il ceto politico anche di sinistra, ma non dai lavoratori.

Ma su questo rinvio a Viva l’isolamento! e agli altri testi recentemente inseriti sulla lotta contro il ricatto della FIAT, a partire dal primo, La FIAT vince (con le carte truccate…), e soprattutto a Consigli, Sindacato e Stato per la ricostruzione del periodo che preparò il ’69.

(a.m. 13/7/10)



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