Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Sulle foibe, due voci controcorrente

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1) La questione foibe e la verità di Stato

di Angelo d’Orsi

Ho voluto attendere che il 10 febbraio fosse alle nostre spalle, prima di scriverne. Sapevo ovviamente che la “questione foibe” sarebbe ritornata puntualmente, come ogni anno, all’onore (o meglio al disonore) delle cronache. Sapevo che come per il Venezuela, come per il Tav (solo per fare due esempi), si sarebbe verificato il bombardamento mediatico-politico, e le tifoserie si sarebbero eccitate, scendendo in campo, ma a differenza di questi due esempi, in cui comunque i due campi hanno la possibilità di esprimersi, sia pure con uno dei due svantaggiato dalla schiacciante forza del mainstream, per “le foibe” la sproporzione è immensa: si tratta di un’autentica “guerra ineguale”.

La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino. La situazione è stata aggravata dalla convergenza tra opinionisti (che di regola non sanno nulla di ciò su cui opinano) e politici (i quali prescindono completamente dalla verità). E a dispetto dei risultati della ricerca storica seria, che ha certificato qualche centinaio di infoibati, spesso semplicemente cadaveri (vittime “naturali” della guerra, ma anche persone giustiziate) che sono stati gettati in quelle cavità per ragioni di “praticità” in tempi difficili, dove non c’era spesso modo né tempo di dare degna sepoltura ai morti.

Certo vi sono stati italiani trucidati, e infoibati, ma dobbiamo tener conto del contesto, e soprattutto stiamo parlando di cifre che sono davvero imparagonabili alle migliaia e decine di migliaia di cui il discorso che si è imposto parla senza alcun fondamento. Ma tant’è.

Si è andata costruendo, in sintesi, nel corso degli anni, una verità “politica” sulla questione, in un processo avviato una quarantina di anni or sono, in televisione, e portato avanti nelle aule parlamentari, processo che ebbe il suo crisma di ufficialità con l’istituzione della “Giornata del ricordo” nel 2004, Berlusconi regnante. Quella decisione, tuttavia, fu bipartisan, e da allora il cosiddetto centrosinistra non ha compiuto il minimo sforzo di differenziazione rispetto alla narrazione che era stata alla base di quella legge, e che a partire da quel momento diventò appunto “ufficiale”, per poi trasformarsi in una sorta di dogmatica rispetto alla quale ogni contestazione, anche limitatamente alle cifre o alle date, correva il rischio di essere bollata come eresia.

Che è precisamente ciò che si è verificato in questo 2019, con la manganellesca esternazione dell’onnipresente ministro Salvini, aduso ad ogni travestimento e a tutte le incombenze, anche quelle che nulla hanno a che fare col ruolo istituzionale, a cui del resto è poco interessato, comportandosi semplicemente da capopartito. A lui si sono accodati immediatamente un po’ tutti i rappresentanti dell’arco ufficiale della politica nazionale, da Giorgia Meloni ad Antonio Tajani, da Pietro Grasso a Nicola Zingaretti, fino al Presidente della Repubblica, ormai divenuto portatore di uno stile interventista che nei primi anni del mandato appariva in ombra: egli ha lodato, sintomaticamente, il suo predecessore Napolitano, il quale aveva provocato con certe dichiarazioni una crisi diplomatica con la Croazia, qualche anno fa. Mattarella, con gesto non si sa se machiavellicamente studiato o semplicemente irresponsabile, non solo ha mostrato di sposare in toto le panzane dei pasdaran dell’“operazione foibe”, ma ha tuonato, sia pure mellifluamente, contro i portatori di qualsiasi forma di “negazionismo” e di “riduzionismo”. E sotto tali fattispecie vengono collocati i tentativi, per quanto pacati e documentati, di inserire le vicende del Confine nordorientale nel contesto proprio: ossia l’occupazione fascista di quelle terre, la politica sterminazionista delle truppe italiane ai danni degli abitanti, la scia di odio e di risentimento che essa ha lasciato.

Analoghe parole venivano intanto proferite dal sullodato Salvini, sia pure con altro tono e in contesto espressivo di ben diversa aggressività (“ i negazionisti mi fanno schifo” e via vomitando ingiurie), mentre Giorgia Meloni si esibiva in una conferenza davanti alla videocamera da diffondere via Facebook, raccontando, da nota studiosa di storia (!), la “verità sulla foiba di Basovizza”.

Quanto a Tajani, presidente del Parlamento Europeo, ricuperava agilmente il paragone foibe-lager nazisti, e non solo ribadiva quelle pseudo-verità come fatti incontrovertibili, ma si spingeva, con un straordinario esempio di stoltezza politica, a rivendicare all’Italia Fiume e la Dalmazia. Parole che hanno provocato l’ira dei governanti sloveni e croati. Qui non si tratta delle ombre residue delle due guerre mondiali, ma del possibile, sciagurato, non si sa quanto involontario, preavviso di una nuova guerra.

In tale clima, determinato dalla nuova santa alleanza dei costruttori della menzogna che si riassume nella parola “foiba”, si è diffuso un clima di caccia alle streghe che quest’anno si è materializzato con aggressioni fisiche, verbali, denunce, dichiarazioni di incompetenti spacciati per esperti, i quali non possono evitare l’urlo sguaiato. E chi non si allinea, viene bollato con l’etichetta di “negazionista”. Strano destino quello della parola: da fase suprema del revisionismo, che si spinge a negare l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e lo stesso progetto di sterminio del popolo ebraico e degli altri “sottoumani” internati. Ora la parola viene derubricata, con una perdita di senso e di valore rispetto alla quale la prudenza sarebbe obbligatoria. E Salvini, di scempiaggine in scempiaggine, è riuscito a dire, con sfrontatezza, “i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”… Parole che hanno suscitato una vibrata protesta di un grande scrittore testimone ebreo slavo e cosmopolita come Boris Pahor.

Certo, anche se pochi, gli studiosi e le studiose professionali di questo tema esistono, ma o si lasciano condizionare dal senso comune (qualcuno in relazione alla famigerata “foiba di Basovizza”, dove cadaveri non sono stati ritrovati, è riuscito a dire che comunque si potrebbero trovare, che è difficile trovarli, e così via: come dire, che non essendoci documenti su di un fatto storico, noi lo ricostruiamo come ci piace, dicendo che comunque le prove si potrebbero trovare…); oppure si cerca di toglier loro la parola, ed è ciò che è capitato a Claudia Cernigoi, che è stata crocifissa, le è stato letteralmente impedito di parlare: in particolare segnalo il caso vergognoso del sindaco di Cologno Monzese e del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, i quali hanno aggredito colei che, accanto ad Alessandra Kersevan e a Sandi Volk, è a mia conoscenza probabilmente la sola vera studiosa delle foibe. Evidentemente non è questo il tempo di lasciare la parola a chi sa. È invece il tempo degli urlatori, dei demagoghi, dei veri propalatori di false verità. Ma ciò che atterrisce è che stiamo assistendo non solo alla trasformazione della menzogna in verità, ma alla sua istituzionalizzazione.

A maggior ragione, occorre che la comunità intellettuale, in primo luogo quella dei cultori della musa Clio, si stringa intorno a quei pochi, che impavidi, anche se assediati, resistono in difesa della verità storica.

[da http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-questione-foibe-e-la-verita-di-stato/ ]



2 Von Banditen erschossen (su Mattarella e le foibe)

di Sergio Bologna

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio.

Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa.

La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane.

Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari.

Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro.

Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia.

Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità.

Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/14398-sergio-bologna-von-banditen-erschossen-su-mattarella-e-le-foibe.html?idU=1&acm=1425_801&utm_source=newsletter_801&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete
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