Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Le ambiguità delle celebrazioni del 25 aprile

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In vista della ricorrenza del 25 aprile, ovviamente più sentita in un periodo in cui si fanno sempre più esplicite le nostalgie del fascismo, e la questione ritorna centrale nella vita politica, c’è stata una fioritura di articoli rievocativi in genere poco utili. I quotidiani “moderati” hanno insistito nel minimizzare il ruolo della lotta partigiana esaltando viceversa quello delle forze armate anglo-americane. “La stampa” ha dedicato un po’ di spazio a qualche ricostruzione storica più rigorosa, anche se si è dispersa in un oceano di ignoranza storica sedimentata nel tempo: ad esempio domenica 14 aprile Giovanni De Luna ha descritto e spiegato bene il lavoro svolto nel 1945-1946 da una commissione che filtrava le richieste di riconoscimenti come partigiano combattente in base a criteri rigorosi, per evitare che si spacciassero come tali persone che non avevano mai fatto parte di una banda. Non era una nuova scoperta come appariva dal titolo giornalistico, ma non era inutile ricostruire quel metodo, per smentire tanto i denigratori della resistenza, quanto i suoi mitizzatori. De Luna ha segnalato l’apertura di un portale “Partigiani d’Italia” che rende accessibili le 650.000 schede conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato relative alle richieste di riconoscimento della qualifica di partigiano, comprese ovviamente le 137.344 che erano state accolte. L’iniziativa è interessante per incoraggiare qualche ricerca ulteriore, magari tesi di laurea sul comportamento delle commissioni regionali, ma il dato complessivo era già stato accertato da Guido Quazza, che aveva registrato anche i tentativi di portare la cifra a 250.000, includendovi un buon contingente di una “colorita e non sempre utile retroguardia”. Il titolo del quotidiano torinese (Partigiani d’Italia. Non tanti ma buoni ) è benevolo, ma non spiega adeguatamente che quella cifra si riferiva a chi aveva realmente combattuto e non a quelli che avevano rischiato la vita solo per rifornire i partigiani, che in certi casi erano 10 o 20 volte più numerosi dei combattenti. Che comunque non erano pochi, anche a confronto con altri paesi. Il numero non era stato contenuto solo per ragioni di “risparmio all’erario” fortemente sentite dai militari di carriera preposti alle commissioni, ma anche per il fastidio di molti veri partigiani che rinunciarono al riconoscimento (e al modestissimo contributo di poche migliaia di lire, equivalente a una mensilità di stipendio) per non trovarsi in compagnia dei “combattenti dell’ultimo giorno” se non del giorno dopo la vittoria. D’altra parte, sia pur sommariamente De Luna accenna al rapido azzerarsi delle richieste di riconoscimento dato che ben presto “dichiarare di aver partecipato alla Resistenza divenne addirittura l’anticamera della discriminazione, quasi un demerito”. De Luna accenna una data, “dal 1948 in poi”, ma in realtà è ampiamente documentato che già nel 1946-1947 si erano infittiti i processi a partigiani per reati presentati come comuni, come il furto di una capra o di una gallina, ma connessi ad ogni guerra. Il bel libro di Mimmo Franzinelli (L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori, Milano, 2006) riporta in appendice lettere di partigiani di varie zone del paese che già nel giugno-luglio del 1946 protestavano con Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia ed estensore appunto della legge che porta il suo nome, perché venivano scarcerati quasi tutti i fascisti mentre rimanevano in carcere molti partigiani.

La causa è semplice, e precede l’amnistia (che è appunto del giugno ’46). L’epurazione dell’apparato dello Stato da chi aveva avuto ruoli importanti nel regime fascista era stata fin dall’inizio particolarmente generosa nel settore della giustizia, ai cui vertici rimase un ampio strato di magistrati che avevano fatto carriera sotto il fascismo senza problemi dato che la loro formazione era già conservatrice o reazionaria. A uno di essi, Gaetano Azzariti, che era stato il primo presidente del “Tribunale della Razza” nel 1939, è dedicata gran parte del secondo articolo di ricostruzione storica apparso su “la Stampa” di mercoledì 17 aprile. L’autrice dell’articolo, Ariela Piattelli, redattrice del quotidiano torinese e appassionata specialista di storia dell’ebraismo, si concentra soprattutto sul rapidissimo riciclaggio non solo dell’Azzariti, ma di tutti i componenti del Tribunale della Razza, che nell’Italia repubblicana diventarono giudici della Corte Costituzionale.

Novità? No, tutto era ben noto. Ariela Piattelli si sofferma sulle nuove carte presentate recentemente a Roma in una giornata di studi dal titolo “Carte di razza, di governo e di coraggio civile”, tra cui spicca un fascicolo contenente la documentazione per il procedimento di epurazione di Gaetano Azzariti chiuso (e poi fatto sparire) dopo che una mano ignota a noi, ma non al personale del ministero aveva scritto seccamente: «Non lo ritengo opportuno». Non so se la nota fosse stata scritta col famoso inchiostro verde della stilografica di Togliatti, ma è questione secondaria. Nel ministero Azzariti era già apparso al tempo del primo governo Badoglio, e vi era rimasto come stretto collaboratore di Togliatti quando questo vi era entrato assumendo l’incarico di ministro di Grazia e Giustizia. Ma Azzariti non aveva bisogno di nascondere le prove del suo passato, che era fin troppo noto. A chi glielo ricordava Togliatti infatti rispondeva: “Non me ne importa. Ho bisogno di un bravo esecutore, non di un politico”. Lo aveva detto a Massimo Caprara, che ricostruì l’episodio in una testimonianza a Giorgio Bocca, ma analoghe argomentazioni erano state ricordate nelle sue memorie dal suo segretario di quegli anni, Italo De Feo. Ma non si pensi che un “bravo esecutore” significhi un semplice passacarte: Azzariti era diventato rapidamente consulente per l’epurazione e capo dell’Ufficio legislativo del ministero, con l’autorità sufficiente per pilotare poi nella Corte costituzionale diversi suoi vecchi colleghi del Tribunale della Razza, compreso il capogabinetto Giuseppe Lampis, ma anche per far riabilitare alcuni dei pochi esponenti della Repubblica di Salò, come Enrico Romano, iscritto al PNF dal 1924, e soprattutto capo della Cassazione della RSI, che nel novembre 1944 era stato epurato e privato del diritto alla pensione, in quanto principale responsabile, insieme al guardasigilli Piero Pisenti, del sistema giudiziario della repubblichetta collaborazionista. Passata la tempesta venne riabilitato e rimesso nei ruoli, e poté andarsene a riposo nel 1950 godendosi una pensione adeguata alle alte cariche ricoperte nel regime fascista.

Di casi del genere (e non solo riguardanti i giudici del Tribunale della Razza su cui si concentra la Piattelli) il libro di Franzinelli fornisce molti esempi, contribuendo a spiegare perché nella primavera del 1947 fu così semplice la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo: le speranze di una società più giusta che avevano spinto alla lotta partigiana erano state rapidamente deluse. Ne era il simbolo il ritorno ai posti di comando di tanti fascisti. Ne ho parlato più volte e ripropongo volentieri alcuni dei miei scritti in proposito, in polemica con le celebrazioni rituali che ripresentano in termini apologetici la collaborazione ai governi che stavano ricostruendo lo Stato borghese andato a pezzi per la guerra e la divisione dell’apparato repressivo tra Regno del Sud e RSI, ovviamente senza poter spiegare cosa aveva facilitato la brusca chiusura di quell’esperienza di collaborazione di classe: L'altra faccia del 25 aprile e PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947)

Sulla “Brigata ebraica” utilizzata anche quest’anno in contrapposizione alla resistenza, ho scritto più volte. Vedi tra l’altro: Penose menzogne "per la difesa di Israele" e Un’insidiosa campagna utilizza la “brigata ebraica”

(a.m.)



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