Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Marchionne e la "sinistra"

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ESPERTI “DI SINISTRA” E OMINIDI DI DESTRA

 

Ho ricevuto da Sergio Casanova un testo acuto e interessante, che riproduce poi integralmente un articolo molto insidioso di Tito Boeri e un’intervista – di orientamento opposto – di Piergiovanni Alleva, data a “Liberazione” prima  del referendum a Pomigliano. Lo inserisco volentieri sul sito, anche se nella trascrizione dell’intervista a “Liberazione” c’è stato probabilmente qualche piccolo errore in una frase.

Aggiungo una riflessione personale: non so se è stata veramente utile la scelta dei tre lavoratori licenziati a Melfi di chiedere l’intervento di Napolitano. Meglio non fidarsi di certi “arbitri”…

Se arriverà una sentenza di segno opposto in appello, bisognerà accettare rassegnati il verdetto della magistratura, come sicuramente consiglierà il presidente, o continuare ugualmente la lotta fino a far rientrare il provvedimento ingiusto? (a.m.25/8/10)

 

 

Tito Boeri è un economista noto ai telespettatori per l’assidua partecipazione ai dibattiti TV, in qualità di esperto del polo di “sinistra”.

Si presenta bene, è arguto e preparato, spopola nel confronto con gli ominidi di Berlusconi.

Ma sta, a tutti gli effetti, dalla parte del Capitale e della sue più selvagge “necessità economiche”!

 

Oggi si cimenta nella ricerca del vero significato della vergognosa vicenda del mancato reintegro dei lavoratori di Melfi. Naturalmente, non difende questa decisione indifendibile del luminoso manager della FIAT. Prende, invece, spunto da un (anch’esso significativo!) passaggio della presa di posizione di Napolitano, per esprimere il suo pensiero sulla vicenda FIAT nel suo complesso. E il suo pensiero, su una questione centrale come questa, è del tutto rappresentativa della cosiddetta “sinistra”. La stessa che, nelle eventuali elezioni anticipate ci chiederà il voto contro Berlusconi, presentandosi come l’alternativa!

In sintesi, il Boeri-pensiero è il seguente:

Marchionne ha ragione. La globalizzazione non può che essere assecondata e ciò giustifica qualsiasi imposizione da parte delle imprese, anche la fuoriuscita dal sistema giuridico vigente, se crea qualche impiccio. Il tutto deve essere garantito dall’accettazione da parte di tutti i sindacati delle regole “rese necessarie” dalla globalizzazione. Essi dovranno impegnarsi affinché i lavoratori rispettino correttamente tali regole. E i lavoratori dovranno essere “liberi” di eleggere rappresentanti che garantiscano uno svolgimento delle “relazioni industriali” che sia consono alla globalizzazione.

 

Certo, non è un ominide, ma come avversario di classe per le lavoratrici ed i lavoratori non scherza proprio! Certo, non è populista e demagogico, ma mina, pare senza neppure avvedersene, le basi della stessa democrazia formale in Italia! ….ed è una delle menti più lucide dell’intellighenzia “di sinistra”!

 

Ecco come si dipana il suo ragionamento (incollo sotto l’intero articolo):

 

Oggi Marchionne può permettersi di scegliere sistema di relazioni industriali e il sistema prevalente in Italia proprio non gli va………Il fatto è che non esiste in Italia un sistema di relazioni industriali che vincoli al rispetto di un accordo raggiunto prima di realizzare un grande investimento, prima di costruire un nuovo impianto.

Boeri tralascia completamente di soffermarsi su due questioni fondamentali:

  • I contenuti degli accordi sindacali sono assolutamente liberi? Ritiene che il Lavoro non debba essere tutelato, almeno nei termini previsti dalla Costituzione? La globalizzazione giustifica qualsiasi violazione di diritti dei lavoratori e permette qualsiasi peggioramento delle condizioni di lavoro? Esiste un limite? Se sì, dove è posto?

Non sono interrogativi oziosi, malgrado Boeri preferisca ignorarli, visto che sono l’essenza della vicenda di Pomigliano. Incollo sotto l’intervista al giuslavorista Alleva sui contenuti dell’accordo separato di Pomigliano, poi sottoposto dalla FIAT (!!!) a referendum, come libera espressione di persone con la pistola puntata alla tempia! Ma malgrado ciò, Marchionne non ottenne il previsto plebiscito. Quindi (???) decise di creare una cosiddetta New.co, termine oscuro per occultare meglio la realtà: una società fuorilegge!

  • E’ accettabile, per uno Stato di diritto, che un padrone, solo perché è molto potente, possa “permettersi di scegliere sistema di relazioni industriali” perché “il sistema prevalente in Italia” non gli piace? Esiste un diritto del lavoro (sia pure in pessime condizioni di salute!)? Le sue regole per chi valgono, se si può costituire un’azienda che ne ignora i contenuti e si pone esplicitamente fuori dalla legge?

Marchionne deluso dall’esito del “suo” referendum, decide di: sostituire la società che gestisce Pomigliano; licenziare tutti i lavoratori e fare riassumere dalla New.co, creata a tal fine, solo quelli che accettano, sotto la personale responsabilità, le clausole dell’accordo separato di Pomigliano, anche quelle contrarie alla Costituzione, alle leggi sul lavoro e ai Contratti collettivi di lavoro! Ma Boeri non si accorge di stare dalla parte di un fuorilegge!

 

Si potrebbe anche ironizzare sul “grande investimento” previsto da Marchionne. Si tratterebbe (se, per una volta, si attuasse un progetto tra i tanti propagandati dalla FIAT negli ultimi anni) di 700 milioni di euro: noccioline rispetto ai regali continuamente elargiti dallo Stato! Nel 2009 (e fino al marzo 2010) ha lucrato i pingui “incentivi alla rottamazione” (1.500 € per le auto e 2.500 per gli autocarri) e una quota degli 8 miliardi stanziati per finanziare la CIG in deroga per il 2009-2010. curiosamente, pur avendo chiuso in perdita il bilancio del 2009 (…e aver messo in CIG 30.000 lavoratori), ha distribuito agli azionisti un dividendo di 237 milioni! Ma non ci dicono che il profitto si giustifica con il “rischio d’impresa”? Esso non consisterebbe nell’obbligo per gli azionisti di sobbarcarsi le eventuali perdite? L’economista Boeri non si sofferma su queste quisquiglie!

 

 

Cosa fareste voi sapendo che un vostro potenziale assicuratore può ridiscutere i contenuti della polizza che state negoziando, riducendo la protezione che vi ha offerto quando avete pagato il premio assicurativo, una volta che avete avuto un incidente? Scegliereste un altro assicuratore in grado di impegnarsi al rispetto dei contenuti della polizza sottoscritta.

Dunque, si conferma che il Lavoro è una merce qualsiasi (...lo diceva anche Marx, ma in un altro senso e traendone altre conseguenze!). Non esistono sue peculiarità, tipo la debolezza contrattuale rispetto al Capitale, la legittima aspirazione a migliorarne le condizioni, la “deperibilità” di chi ne effettua la “prestazione”, ecc.

 

Basti pensare che l'accordo normativo per i metalmeccanici risale addirittura al 1972, come ha ricordato Pietro Ichino.

Pare che entrambi gli esperti ignorino, limitandoci agli aspetti principali del deperimento del diritto del lavoro, che nel 1997 è entrato in vigore il “pacchetto Treu” e dal 2003 la Legge 30! Eppure queste due leggi sono state applicate e  hanno mutato i contenuti di tutti i CCNL!

 

Per questi motivi raccogliere l'invito di Napolitano a un "confronto pacato e serio", significa varare rapidamente una legge sulle rappresentanze che permetta ai lavoratori, azienda per azienda, di scegliere i loro rappresentanti, offrendo a questi ultimi la possibilità di impegnarsi al rispetto delle intese raggiunte.

Stranamente lo chiede solo la FIOM (…anche se poi, nella pratica, non se ne ricorda sempre!). Nei mesi scorsi, infatti,  ha raccolto le firme su un progetto di legge di iniziativa popolare che permetta ai lavoratori di essere rappresentati in base al loro reale peso (senza la feudale assegnazione automatica del 33% della rappresentanza ai sindacati confederali) e di contare in tale proporzione nella contrattazione. Tutti (sindacati confederali e partiti) sono da sempre contrari! E proprio quei partiti e sindacati cui si sente vicino e che considera “responsabili”! Non si chiede il perché? E, comunque, cosa gli fa pensare che il risultato sarebbe quello da lui auspicato, cioè l’accettazione delle “necessità” della globalizzazione a qualsiasi costo?

(Il ministro del lavoro) Deve anche ammettere nei fatti che quello "storico accordo" del 22 gennaio 2009 sulle nuove regole della contrattazione non è palesemente in grado di governare "l'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale". E' tempo allora di riaprire il tavolo sulla riforma del sistema di contrattazione, facendo di tutto questa volta perché un accordo vero venga trovato. Vero significa anche che deve impegnare chi poi dovrà applicare queste regole, a partire dalla Cgil, il sindacato che oggi ha il maggior numero di iscritti.

Pare che gli sfugga che se Marchionne può appellarsi a qualcosa, nel proporre un contratto aziendale peggiorativo rispetto al Contratto nazionale, ciò è reso possibile proprio dall’accordo separato del 22 gennaio 2009. Fino ad allora il contratto aziendale poteva prevedere solo deroghe migliorative! 

In ogni caso, è chiaro anche come pensa debba comportarsi la CGIL. Esattamente come già fanno CISL e UIL!

Ma questa sua aspirazione non potrebbe entrare in conflitto con una eventuale nuova legge sulla rappresentanza, che invoca forse senza sapere di cosa parla?

Sergio Casanova

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FIAT

Quegli errori da evitare

di TITO BOERI

Il Presidente Napolitano ha chiesto alla Fiat  di rispettare le sentenze e quindi di reintegrare a tutti gli effetti i tre lavoratori prima licenziati e poi riammessi solo formalmente senza poter esser messi in condizione di lavorare.

Nel ricordare opportunamente i principi cardine di uno stato di diritto, il capo dello Stato ha auspicato che si creino le "condizioni per un confronto pacato e serio su questioni di grande rilievo come quelle del futuro dell'attività della maggiore azienda manifatturiera italiana e dell'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale". Perché il Presidente ha inteso riferirsi a questioni di portata così generale anziché limitarsi al caso specifico dei tre lavoratori che lo avevano interpellato? E perché Fiat ha affrontato uno scontro così duro a Melfi, incorrendo nella censura della massima autorità dello Stato, in un momento in cui in Italia, a Pomigliano, sono in gioco accordi ben più importanti per il suo futuro?
Marchionne è oggi impegnato nella realizzazione di un piano industriale ambizioso che, come negli Stati Uniti, richiederà la massima collaborazione dei lavoratori. Perché allora apre un nuovo terreno di conflitto che ricompatta il sindacato e che schiera anche l'opinione pubblica, gran parte della stampa e la stessa classe politica dalla parte dei tre lavoratori che dovevano essere reintegrati? Alcuni hanno parlato di mobbing, un tentativo di convincere i lavoratori ad autosospendersi, a lasciare volontariamente l'azienda. Anche nelle squadre di calcio i "lavoratori" in esubero, indesiderati, vengono costretti ad allenarsi a parte, non possono lavorare assieme al gruppo.

Formalmente per non contaminare il morale degli altri. In verità per convincerli ad andarsene e risparmiare così sui loro ingaggi. Ma se la famiglia Agnelli si occupa oggi quasi esclusivamente della Juve, e tenderà a farlo ancora di più dopo lo scorporo che ne diluisce la quota di controllo in Fiat-auto, la multinazionale Fiat ha oggi strategie che vanno ben al di là del problema di tre lavoratori in uno dei suoi impianti. Oggi Marchionne può permettersi di scegliere sistema di relazioni industriali e il sistema prevalente in Italia proprio non gli va. Come presumibilmente non va bene a molte altre aziende che potrebbero investire da noi e che non lo fanno. Il fatto è che non esiste in Italia un sistema di relazioni industriali che vincoli al rispetto di un accordo raggiunto prima di realizzare un grande investimento, prima di costruire un nuovo impianto. Fiat vuole tutelarsi contro il rischio che l'accordo raggiunto a Pomigliano possa essere vanificato una volta che l'azienda ha realizzato l'investimento, rinunciando a farlo in altri paesi. Non vuole trovarsi in una condizione in cui una minoranza di lavoratori possa indire uno sciopero per rimettere in discussione i contenuti dell'accordo siglato prima di realizzare l'investimento. Bloccando la produzione che, in uno stabilimento fortemente automatizzato, può essere interrotta avvicinandosi a uno dei radar che costellano la catena di montaggio. È quanto, secondo l'azienda, sarebbe avvenuto a Melfi, quando i lavoratori hanno convocato un'assemblea lungo il ciclo di produzione avvicinandosi troppo ad un sensore "allo scopo di bloccare la produzione".

Un sistema di relazioni industriali deve essere in grado di prendere impegni vincolanti per le parti. Questo è un presupposto perché ci sia contrattazione, perché i lavoratori possano far valere le loro ragioni. Se non c'è modo di impegnarsi in modo credibile, non ci sarà l'accordo, dunque non ci sarà l'investimento. Cosa fareste voi sapendo che un vostro potenziale assicuratore può ridiscutere i contenuti della polizza che state negoziando, riducendo la protezione che vi ha offerto quando avete pagato il premio assicurativo, una volta che avete avuto un incidente? Scegliereste un altro assicuratore in grado di impegnarsi al rispetto dei contenuti della polizza sottoscritta. Un sistema giudiziario in uno stato di diritto serve a permettere che i contratti vengano rispettati. Per questo Fiat ha commesso un grave errore nel non applicare la sentenza di primo grado, anziché limitarsi a cercare di far valere le proprie ragioni in un successivo grado di giudizio. Ma il problema rimane. Come quello affrontato a Pomigliano, dove la Fiat ha scelto di creare una nuova società per assicurarsi il rispetto di un contratto aziendale che avrebbe altrimenti potuto essere impugnato se riconosciuto in violazione del contratto nazionale dei metalmeccanici, applicabile alla "vecchia compagnia". Anche questo è un problema che non può essere ignorato. Il fatto è che il nostro sistema di relazioni industriali funzionava finché c'era un'intesa di fondo fra i diversi sindacati e quindi gli accordi da questi sottoscritti impegnavano tutti i lavoratori. Funzionava anche quando le aziende di una categoria avevano esigenze relativamente simili e quindi contratti sottoscritti a livello nazionale per un insieme di aziende non troppo diverse tra di loro erano adattabili alle diverse realtà aziendali. Oggi queste due condizioni non ci sono più. Il sindacato è diviso al suo interno e le aziende presenti nel nostro paese hanno esigenze talmente diverse che si fatica a chiudere i contratti a livello nazionale. Basti pensare che l'accordo normativo per i metalmeccanici risale addirittura al 1972, come ha ricordato Pietro Ichino.

Per questi motivi raccogliere l'invito di Napolitano a un "confronto pacato e serio", significa varare rapidamente una legge sulle rappresentanze che permetta ai lavoratori, azienda per azienda, di scegliere i loro rappresentanti, offrendo a questi ultimi la possibilità di impegnarsi al rispetto delle intese raggiunte. Nel caso in cui l'accordo non piaccia, i lavoratori potranno cambiare i rappresentanti alle successive elezioni aziendali. Per questi motivi un ministro del Lavoro che ha fatto di tutto per dividere il sindacato deve oggi prendere atto della vera natura del problema, imponendo che il tema delle rappresentanze venga inserito nell'agenda di fine legislatura. Deve anche ammettere nei fatti che quello "storico accordo" del 22 gennaio 2009 sulle nuove regole della contrattazione non è palesemente in grado di governare "l'evoluzione delle relazioni industriali nel contesto di una aspra competizione sul mercato globale". E' tempo allora di riaprire il tavolo sulla riforma del sistema di contrattazione, facendo di tutto questa volta perché un accordo vero venga trovato. Vero significa anche che deve impegnare chi poi dovrà applicare queste regole, a partire dalla Cgil, il sindacato che oggi ha il maggior numero di iscritti.

Repubblica.it (25 agosto 2010)

 

Intervista a Piergiovanni Alleva: "Sono norme incostituzionali, non c'è referendum che tenga"

 

di Andrea Milluzzi (Liberazione del 16 giugno 2010)

Quindi referendum sarà. Il 22 giugno le tute blu i cui sindacati hanno firmato l’accordo con la Fiat saranno chiamati ad esprimersi. Ma sarà un passo falso in partenza: «E’ una consultazione che viene proposta in un clima di forte intimidazione, in sostanza sotto la minaccia del licenziamento. Vorrei però fare presente che la Cassazione con una recente sentenza ha rilevato che la minaccia di licenziare un lavoratore affinché lavori più del previsto è reato. Solo che quando l’ha fatto un “trucidone” di un capofficina finisce sotto processo penale, adesso perché è la Fiat...». Sono parole di Piergiovanni Alleva, giuslavorista che ieri, insieme al segretario generale della Fiom Landini, si è studiato il testo di Marchionne. E ne ha tratto due conclusioni: ci sono norme anticostituzionali e anche il referendum potrà non avere valore.

Professore, ci spiega cosa non va in quel testo?
Sicuramente contiene dei peggioramenti della condizione operaia: per esempio le pause (da che erano due da 20 minuti sono diventate 3 da 10) ma soprattutto l’orario di lavoro è molto oneroso perché la pausa netta viene portata a fine turno e spesso può saltare e poi si può comandare lo straordinario nella pausa mensa, messa alla fine. Le ore di straordinario obbligatorio passano da 40 a 120, il recupero in caso di extralavoro viene fatto senza limiti, si può demansionare un operaio tranquillamente, mentre si potrebbe fare solo in caso di una procedura di mobilità aperta... insomma, l’organizzazione produttiva viene rovesciata sui lavoratori, contro tutto quello che è contenuto nel contratto nazionale.

Poi ci sono gli attacchi ai diritti dei lavoratori...
E qui, nelle clausole finali, si ha veramente il segnale: la 14 e la 15 fissano un dovere di pace, cioè una responsabilità diretta del lavoratore nel caso che si apra una lotta o che ci sia una disobbedienza sui contenuti appena detti. I sindacati dovrebbero sottoscrivere l’obbligo a non riaprire un contenzioso e addirittura perderebbero i loro diritti se un iscritto dovesse aprire un conflitto. L’articolo 15 dell’accordo poi è la vera e propria norma di rinuncia allo sciopero: se il lavoratore non la segue si espone a sanzioni.

E’ costituzionale?
Diciamo che è sicuro che la giurisprudenza dice che il diritto di sciopero è un diritto individuale seppur a indirizzo collettivo. I lavoratori scioperano non perché lo dicono i sindacati, ma perché è una decisione loro e quindi non possono essere rimproverati o sanzionati. Se il diritto di sciopero non fosse individuale non potrebbero esistere gli scioperi politici o quelli di solidarietà. Pretendere che i lavoratori firmino una clausola di pace che li investa direttamente è un’assoluta novità. Diciamo che lo sciopero è più vicino a un diritto di espressione. Per questo motivo, se si volesse dire che una volta che questo accordo sia stato stipulato solo con alcuni ma venisse applicato. con tanto di sanzioni, anche ai lavoratori non iscritti al sindacato o iscritti alla Fiom, ecco, saremmo di fronte ad una incostituzionalità massima.

Cosa ne dice di quanto prevede l’accordo sulla malattia?
Prevede che la ditta potrebbe non pagare la sua parte di trattamenti contrattuali qualora ci fosse un assenteismo maggiore alla normalità. E’ una cosa contraria al contratto nazionale e al buon senso: già oggi ci sono sanzioni per chi simula. La giustizia sommaria lascia francamente basiti.

E se i “sì” vincessero al referendum?
Chiediamoci perché questa volta è la Fiat che vuole il referendum. Lo fa perché si rende conto che deve trovare una fonte giuridica di legittimazione a una vincolarità verso tutti. Sarebbe una fonte di legittimazione politica e forse anche giuridica sulla base del concetto che se alcune materie sono indivisibili (come si organizza un turno, per esempio) c’è un criterio di maggioranza che potrebbe legare tutti. Ma il referendum ha un valore consultivo, non vincolante. E in nessun caso un accordo, anche se confermato da un referendum, può prevedere qualcosa di incostituzionale. Sarebbe come se facessimo un referendum per pagare le donne la metà degli uomini. C’è di più: se si volesse dare a questo referendum un valore di atto giuridico obbligatorio allora non sarebbe valido, perché si sarebbe svolto sotto minaccia. Ci troviamo di fronte a un utilizzo falsato di un grande strumento di democrazia qual il referendum. Se la Fiat lo avesse invocato proponendo una trattativa in caso di bocciatura sarebbe stato diverso. Ma qui dice: o lo fate passare o vi licenzio...

Allora cosa può succedere? La Fiom deve impugnare l’accordo?
Possono succedere tante cose: arriverà il momento in cui un lavoratore a cui viene comandato lo straordinario dirà di non essere vincolato e non lo farà. Allora salterà fuori tutto il pasticcio: se non è iscritto ai sindacati firmatari che succede? E se c’è “sì” avesse vinto il referendum sarebbe valido? Le risposte già le sappiamo.

A livello politico è comunque una forzatura importante...
Sì ma secondo me è importante che si chiarisca in sede politica e giuridica due cose: non riguarda i lavoratori che non firmano e il referendum non cambierà niente finché sarà fatto sotto minaccia. E comunque non potrà sanare una norma incostituzionale.

 

 

 

 

 

 

 

 



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