Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Menzogna e ignoranza

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Menzogne e ignoranza nell’attacco alla scuola pubblica

 

Avevo più volte contestato le menzogne della Gelmini (ad esempio in alcuni articoli come La Gelmini e il riformista e Incredibile Gelmini). Ma ora, annunciando qualche misura per assorbire i precari, la nostra ministra ha di nuovo rivelato la sua totale ignoranza di una scuola che ha frequentato poco e male. Ha detto ad esempio che ci vorranno almeno sette anni per sfornare nuovi docenti ben preparati in una università migliorata, e collaudati anche con un periodo di tirocinio. Evidentemente ignora che una parte notevole dei precari sempre in bilico e a rischio di trasferimento, o di assegnazione di uno spezzatino di ore sparse in due o tre scuole, è stata già abilitata con corsi a numero chiuso di due anni (o anche tre, se estesi alla preparazione per il sostegno agli studenti con particolari problemi); tutti al termine hanno fatto poi un periodo di tirocinio affiancati da un docente anziano. Che poi i docenti prescelti come tutor da chi ha il potere nell’amministrazione scolastica non fossero sempre i migliori e più aggiornati, è possibile, ma è un male che con chi oggi programma la nuova “meritocrazia” al ministero e negli uffici provinciali peggiorerà ancora.

D’altra parte diversi precari non abilitati hanno già risposto giustamente: il mio tirocinio l’ho fatto insegnando per vent’anni!

Un’anticipazione del peggioramento totale dei criteri di selezione viene fuori intanto dalla notizia che i nuovi presidi saranno scelti con test e non con regolari concorsi per titoli. Oltre a tutto il moltiplicarsi del sistema dei quiz all’americana, come quelli ridicoli per l’accesso alle facoltà a numero chiuso, contrariamente a quanto viene asserito dal ministero aumenta i rischi di favoritismi (basta far avere ai raccomandati l’elenco delle domande …).

 

I precari, o almeno una parte consistente di loro, non hanno da aspettare un’ipotetica riqualificazione, quindi. La sola ragione per cui non vengono assunti regolarmente (e in parecchi casi vanno in pensione senza essere mai stati assunti a tempo indeterminato) è una sola: vengono defraudati della paga tra l’ultimo giorno di scuola e il primo del nuovo anno scolastico, se hanno “la fortuna” di essere riassunti. È il furto di un diritto acquisito, anche ai fini pensionistici: per raggiungere i quarant’anni di contributi dovrebbero lavorare 48 anni! Naturalmente serve anche a lasciarli nell’insicurezza, costretti ad aspettare la nuova supplenza come un possibile terno al lotto.

 

Spudoratamente la Gelmini, che a scuola studiava poco, ma da Berlusconi ha imparato a sparare con sicurezza cifre false, dice che le classi delle primarie con il tempo pieno sono aumentate. Falso, sono aumentate quelle con un orario di 40 ore o meno, che non è il vero tempo pieno, e in ogni caso è diminuita la qualità dell’insegnamento, che era assicurata finora dalla pluralità dei maestri che si avvicendavano in una classe.

Nelle superiori, dopo tante chiacchiere sull’inglese, in molte classi le ore di lingua si sono ridotte da 3 a 2, così un solo professore invece di fare 6 classi ne fa 8… e altri restano a spasso. Lo ha raccontato in una lettera al manifesto Gaspare D’Angelo, un professore che insegnava inglese da 26 anni, e che oggi si trova con questa bella sorpresa, che gli renderà più difficile insegnare, mentre gli studenti ovviamente impareranno di meno. E magari un giorno dovranno a loro volta insegnare qualche materia in inglese!

Altra bizzarria è la soppressione del latino in alcuni corsi del liceo scientifico: significa ridurlo a una specie di istituto tecnico industriale. Il latino era utile per molti aspetti (oltre che per il valore formativo di cui si parlava tanto, forse troppo); ad esempio facilitava l’apprendimento di altre lingue e la comprensione di molti termini scientifici. Unica interpretazione logica di questa eliminazione: serve a espellere un altro po’ di docenti…

Di fatto si tende a saturare la permanenza a scuola con lezioni da 60 minuti invece che da 50 (con effetti abbrutenti, evidentemente i “riformatori” non sanno nulla dell’effetto soporifero di lezioni troppo lunghe). Sarebbe molto meglio fare come si fa in altri paesi più civili, come la Finlandia, dove le scuole sono aperte fino a sera, ma con molte attività gestite dai ragazzi, che coltivano l’orto, organizzano la mensa autogestita, utilizzano laboratori ben attrezzati. Insomma con molti momenti liberi diversi dalle lezioni. Naturalmente affiancati da docenti che li assistono e li guidano, insegnando loro magari anche a cucinare…

In Italia neanche a pensarci, sia per risparmiare sui docenti (le 32 ore settimanali invece delle attuali 36 negli istituti tecnici significano almeno un 10% di posti in meno), sia perché tenere le scuole pubbliche aperte tante ore farebbe concorrenza a quelle private, che hanno spesso pessimi insegnanti, mal pagati e mal selezionati, ma buone palestre, campi da gioco, ecc. L’importante è che i genitori credano che spendendo molto, ottengano una scuola di qualità, dove i ragazzi abbiano spazi per stare anche il pomeriggio.

 

La Gelmini non mente solo una volta: quando fa capire che il riassorbimento dei precari richiederà almeno sette o otto anni. Lo dice per sostenere che bisogna attendere i nuovi laureati. Dei vecchi, che sarà? Qualcuno si arrenderà, qualche altro supererà i limiti di età, qualcuno se ne andrà con la misera pensione maturata negli anni a forza di supplenze…

Ma come saranno i nuovi? La Gelmini sostiene che la riforma dell’università garantirà un’ottima preparazione, ma non ha nessuna idea di come farla. L’unica cosa certa sono i tagli, che colpiranno più i giovani docenti che i baroni, che hanno da sempre il controllo delle risorse e ovviamente lo conservano gelosamente.

 

Non ho nessuna nostalgia della vecchia università che ho frequentato alla Sapienza di Roma, laureandomi nel lontano 1961. Non solo molti corsi obbligatori erano noiosi e pedanti, o stupidamente autoritari, ma nessuno si preoccupava di impartirci un minimo di criteri pedagogici e didattici che ci preparassero all’insegnamento: li ho imparati quasi soltanto dalla pratica e osservando e discutendo con mia madre professoressa, dato che tra l’altro il professore di Pedagogia alla Facoltà di Lettere e Filosofia era una bestia ignorante. Ma c’erano anche docenti straordinari e affascinanti, come Ambrogio Donini, Angelo Brelich, Vittorio Lanternari, Federico Chabod, Alberto Caracciolo, Giuseppe Ungaretti, Natalino Sapegno, e tanti altri, tra i quali uno studente vivace come me poteva orientarsi e formarsi autonomamente una cultura.

Nel corso degli anni di insegnamento ho verificato sempre più – da docente sempre più isolato e controcorrente - che l’università funziona in modo indecente e clientelare, e così com’è non può garantire nessun miglioramento della preparazione. Il 3 + 2 ha deteriorato ulteriormente il tipo di istruzione impartita, irrigidendo orari e programmi e riducendo drasticamente la possibilità di scelta di itinerari personali da parte degli studenti più preparati.

Ne avevo già parlato raccontando una piccola parte delle mie traversie nell’Università di Lecce in Onore al merito…, ma su “il Sole 24 Ore” di domenica 12/9/10 è uscita una gustosa satira dei criteri di selezione dei docenti. Anna Foa e Lucetta Scaraffia hanno ripreso un intervento dell’antropologo Franco La Cecla che aveva raccontato sullo stesso giornale i suoi 35 anni all’università (entrato da ricercatore, è diventato famoso e apprezzato ovunque, ma è rimasto sempre ricercatore). Il titolo è già gustoso (“Ricercatori, per la cattedra fingete di essere un po’ asini”), ma il contenuto dell’articolo è veramente efficace.

Partendo dall’articolo di La Cecla, apparso il 1° settembre, le due docenti cominciano confermando che quell’esperienza non è isolata, e che “l’assenza di qualsiasi criterio di meritocrazia non è solo patrimonio della corporazione degli antropologi”. Poi danno alcuni consigli a “un giovane che intraprende oggi la carriera universitaria in materie umanistiche”, a partire da suggerimenti su come è meglio che scriva:

“Adotti un linguaggio difficile, da mascherare l’assenza di pensiero, e se per caso pensa, lo nasconda accuratamente.” Anna Foa e Lucetta Scaraffia raccomandano che i saggi sulle riviste corrispondano a questo criterio, mentre dei libri dicono giustamente che “non è che questi siano davvero essenziali per vincere i concorsi, quindi al massimo si limiti a scriverne uno o due. Inoltre essi siano il più possibile lunghi e soprattutto noiosi”. Certo, aggiungo, così i commissari non li leggono (cosa utilissima soprattutto se il libro è frutto di un plagio, come accade più spesso di quanto si creda…).

 

“Si ricordi che in un recente concorso di storia contemporanea in un Ateneo del Nord un concorrente è stato bocciato perché autore di un libro «ambizioso e polemico», cioè un libro che diceva qualcosa. L’importante, e qui non ci sono deroghe, è che gli eventuali libri non siano scritti bene, ma in un linguaggio farraginoso e lontano dalla forma narrativa. Altrimenti si fa della divulgazione, cioè si incorre nel più grave dei peccati accademici”.

Le due docenti suggeriscono poi al giovane aspirante docente di evitare di mostrarsi “interessato a qualche problema intellettuale o di parlare di libri”, mentre deve farsi vedere “ben informato sui concorsi e sui piccoli pettegolezzi di gruppo. Altrimenti si penserà che egli si sente superiore e che tutto questo non lo interessa”. Altro peccato mortale!

 

“Quanto alla didattica, al fatto che il suddetto giovane sia o meno amato e seguito dagli studenti, che questi vengano volentieri a lezione da lui, o che magari cambino addirittura cattedra per seguirlo, tutto questo non riguarda certo la carriera universitaria, e in ogni caso è meglio non strafare. Non si sa mai qualcuno dovesse offendersi”. Esatto! Anzi, nel mio caso, è stato proprio l’interesse degli studenti per i miei corsi il casus belli per l’attacco e la soppressione della mia cattedra di storia del movimento operaio, nel 2005 (quando era ministro la Moratti e preside uno di quei professori che pubblicano pochi libri illeggibili, ma curano bene i rapporti di potere).

La conclusione dell’articolo è che “una cosa è proprio sicura: nell’università italiana il merito come è comunemente e ragionevolmente inteso non conta. Non si sa neppure più cos’è. E gli intellettuali non servono: giustamente sono considerati pericolosi”.

 

È per questo che l’ho citato: si cacciano docenti precari che si sono fatti le ossa e qualcosa hanno imparato, attendendo una nuova leva di giovani. Con questa università, saranno inevitabilmente meno preparati di quelli che li hanno preceduti!

Una somara al ministero, mi sembra un pericolo mortale per tutto il sistema della pubblica istruzione, non solo per i precari. E tutti dobbiamo mobilitarci contro le sue “riforme” truffaldine.

 

PS Oltre a sparare slogan senza senso come “dei precari ho già parlato, non ho più nulla da aggiungere, ora mettiamo al centro gli studenti”, la Gelmini ha fatto un’altra battuta sintomatica: a chi contestava la scuola di Adro intestata a Miglio, dipinta di verde e ricolma di simboli leghisti, ha ridimensionato la questione a un caso di folklore. Adro è la scuola che lasciava senza merenda i figli di immigrati e di cassintegrati in ritardo nel pagamento della tassa, e anche quella ce ha deciso di servire sempre carne di maiale per escludere i bimbi di famiglie islamiche, anche se paganti. Folklore? Ma poi la Gelmini ha aggiunto con la sua voce da gattamorta: “vorrei che chi l’ha criticata si fosse schierato anche contro tutte le scuole piene dei simboli della sinistra”. Simboli della sinistra? Dove? Mi pare evidente che la Gelmini non ha mai visto una scuola pubblica, se la immagina come un covo di rossi, che al posto del crocifisso mettono la falce e martello. Insomma, proprio come gliela presentavano le monache…

(a.m. 13/9/10)



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