Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU

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Lo scandaloso premio Nobel a Kofi Annan e all’ONU: una sorpresa?

 

L’assegnazione del premio Nobel per la pace al segretario generale dell’ONU ha suscitato commenti contrastanti. Naturalmente c’e’ stato chi (anche tra gli organizzatori della Marcia per la pace Perugia-Assisi) ha esaltato questa come ogni decisione precedente dell’organismo fondato dall’inventore della dinamite (ad esempio l’assegnazione del premio al boia Begin, al criminale Henry Kissinger, al razzista sudafricano De Klerk, o allo spezzaossa Rabin), senza mai domandarsi se gli accordi per cui quei personaggi venivano premiati garantivano davvero la pace.

Almeno per il caso palestinese e mediorientale, mi sembra incredibile che si possa prescindere dai risultati; ma anche per il Sudafrica il bilancio definitivo si potra’ fare solo quando quell’infelice paese trovera’, oltre che dei neri acculturati impegnati a governare per conto dei dominatori bianchi (che conservano terre e proprieta’ usurpate), anche un assetto che renda giustizia alla maggioranza oppressa.

Ma il premio Nobel all’ONU e al suo attuale segretario ha suscitato perplessita’ anche in ambienti inaspettati. Comprensibile lo sdegno dei bosniaci (e delle donne musulmane di Srebenica lasciate in mano ai loro boia e stupratori proprio dal contingente dell’ONU), piu’ sorprendente il commento apparso con un certo rilievo sul “Corriere della sera” del 13 10 a firma di Franco Venturini, a cui pare che con questo premio “questo mondo tutt’altro che pacificato abbia rimosso il bene prezioso della memoria”.

Gli esempi che fa Venturini ci trovano tutti consenzienti, meno quello sulla conferenza di Durban, certamente fallita, ma per ragioni opposte a quella da lui indicata, cioe’ che “un folto gruppo di governi arabi” avrebbe preteso “di equiparare razzismo e sionismo”. In realta’ l’ONU aveva preso posizione in tal senso in numerose risoluzioni ignorate e calpestate, anche se fondate sulla concreta legislazione israeliana e sulla concretissima pratica di discriminazione e oppressione, privazione di case, terre, acqua, ecc., ma come per tutte le altre risoluzioni, anche questa era caduta nel dimenticatoio. Comunque a Durban ad appoggiare la tesi respinta con tutto il peso del ricatto politico e materiale di Stati Uniti ed Europa imperialista, non c’erano solo “governi arabi”, ma un gran numero di ONG di tutto il mondo, una mobilitazione di massa della popolazione nera locale, e perfino associazioni di “rabbini contro il razzismo”, cioe’ di quei rabbini ortodossi, soprattutto statunitensi, che criticano severamente la pretesa sionista di fondare lo Stato di Israele sulla violenza e il terrorismo.

Ma come abbiamo detto, a parte il discutibile riferimento a Durban, Venturini ricorda Srebenica, la complicita’ dell’ONU nel massacro dei tutsi in Ruanda (anche se non precisa che la regia era di un paese membro permanente del Consiglio di sicurezza, la Francia), il fallimento in Somalia, la “controversa” presenza nel sud Libano, il lavoro “senza grandi risultati” (bell’eufemismo!) nei Balcani. La conclusione e’ che “alle Nazioni Unite, in definitiva, i Grandi della terra scaricano troppo spesso le patate bollenti che non vogliono gestire in proprio” (o che e’ diventato troppo costoso e scomodo gestire in proprio, aggiungiamo). Venturini conclude che questo e’ “un Nobel che grida vendetta”, mentre i”beneficiari della foglia di fico onusiana battono le mani”.

Noi avremmo da aggiungere qualche altra dozzina di crimini dell’ONU a quelli a cui accenna Venturini, a partire dalla legittimazione dell’aggressione dei mercenari al regime progressista del Guatemala nel 1954, alla destituzione del legittimo leader congolese Lumumba nel 1960 e al suo assassinio nel 1961, al puntello dato in quello stesso paese al regime feroce di Mobutu, la passivita’ rispetto alle conquiste israeliane, a quelle turche a Cipro, all’occupazione marocchina delle Repubblica Saharawi, alla lunga occupazione indonesiana di Timor Est (Venturini vi accenna solo per criticare il ritiro degli osservatori nel 1999, non per la passivita’ dei piu’ di vent’anni precedenti). Per non parlare del silenzio rispetto ai colpi di Stato realizzati sotto la guida della CIA in tanti paesi (basta ricordare l’Iran di Mossadeq, la Grecia, il Cile, il Brasile, e tantissimi altri paesi latinoamericani), gli assassinii realizzati o tentati di capi di Stato scomodi. Non sarebbero state ottime ragioni per lanciare dall’ONU la “guerra al terrorismo” degli agenti degli Stati Uniti?

In realta’ l’ONU, che come la Societa’ delle Nazioni che la precedette, non ha mai fermato una guerra vera, ha sempre dato la sua benedizione alle guerre decise dai principali paesi imperialisti, subito (nel Golfo) o a posteriori (nei Balcani),ha ignorato in nome della “non ingerenza negli affari interni” i crimini organizzati dagli Stati Uniti o da Israele.

Per questo e’ poco intelligente che chi vuole lottare davvero contro la guerra chieda che in essa intervenga l’ONU. Significa di fatto lasciare spazi agli spudorati DS o a quegli ipocriti quei verdi e cossuttiani che ora possono differenziarsi un po’ dato che non hanno piu’ ministeri e sottosegretariati da difendere come nel 1999, a cui basta poco per tacitare la loro coscienza.

Inutile dire che si vorrebbe un’ONU diversa. Certo che la vorremmo tutti, ma non dipende da una modifica dei suoi Statuti, o dal ridimensionamento del peso dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza con diritto di veto (tutti macchiatisi in varie epoche di gravi crimini). E’ anche illusorio pensare che la soluzione possa venire dall’Assemblea generale. Basta prendere l’elenco dei 189 paesi che ne fanno parte, per vedere che accanto ai pochi Stati “ricchi”, che hanno i margini per permettersi una democrazia formale (magari truccata), la quasi totalita’ dei paesi membri sono paesi dominati da dittature spietate e corrotte, al servizio dei paesi imperialisti. Difficile che la strada di un cambiamento possa essere tracciata da questi quisling…

Allora non c’e’ niente da fare? A partire dai rapporti di forza attuali nel mondo tutte le proposte di riforma dell’ONU appartengono alla sfera delle ingenue utopie reazionarie (quelle che non anticipano un mondo futuro, ma danno sfogo a sogni campati in aria, e servono a fuggire dalla realta’).

La strada giusta era quella imboccata negli anni Sessanta dalle rivoluzioni cubana, algerina, palestinese, congolese, vietnamita, ecc., la strada su cui puntava Guevara: modificare i rapporti di forza nel mondo collegando tra loro i movimenti di liberazione, non gli Stati e i partiti burocratizzati e opportunisticamente adattati all’esistente. Una strada che aveva consentito grandi successi, prima che l’involuzione parallela dei due grandi paesi che si pretendevano “socialisti”, URSS e Cina, portasse i movimenti in un vicolo cieco, e li infettasse col virus della burocratizzazione, del distacco dalle masse, della “realpolitik” e dei compromessi senza principi. Su questa strada, oggi piu’ impervia e difficile, bisogna tornare, semplicemente perche’ non ce n’e’ un'altra, oltre a quella della capitolazione e della rassegnazione all’ingiustizia.

Ma se l’ONU e’ questa, come mai viene premiata con il Nobel per la pace? E come mai il premio viene dato per giunta al suo segretario attuale, per cui e’ difficile entusiasmarsi? Kofi Annan infatti ha la pelle nera e “l’anima bianca”, e rivela la sua estraneita’ al mondo da cui proviene perfino nello stile: dagli abiti impeccabili, evidentemente tagliati nelle migliori e piu’ costose sartorie di Londra, alla moglie svedese elegantissima e raffinata. Proprio il nero ben accetto nei salotti bianchi.

Nessuna sorpresa: tranne qualche rarissima eccezione, che puo’ essere contata sulle dita di una sola mano, nell’arco di cento anni i Premi Nobel sono stati assegnati a persone indegne, sulla base delle loro chiacchiere vuote sulla pace, e soprattutto di calcoli politici contingenti. Il primo, che per fortuna rifiuto’, doveva essere lo zar Nicola II, tutti gli altri premiati prima dell’inizio della Prima guerra mondiale, al suo scoppio dimenticarono i bei discorsi fumosi e si schierarono ciascuno con il proprio imperialismo, non meno dei dirigenti socialdemocratici, ex internazionalisti.

Per questo riproponiamo una recensione, apparsa nel 1990, a un bel libro di Procacci sui premi Nobel per la pace, che si sembra possa essere utile a capire che questo premio non e’ una buona bussola per orientare che vuole davvero lottare contro la guerra.

Lecce 13 ottobre 2001

Antonio Moscato

 

IL DOTTOR NOBEL E LA PACE

di ANTONIO MOSCATO  (pubblicato nel n 3/4 di “A sinistra”, marzo/aprile 1990)

Giuliano Procacci, sviluppando le ricerche avviate sulla guerra di Etiopia e le mobilitazioni internazionali contro di essa, ha pubblicato recentemente un libro di notevole interesse sui Premi Nobel per la Pace e le due guerre mondiali. Procacci e’ notoriamente un dirigente del Pci collocato nell'area cosiddetta "migliorista " (quelli che vogliono "niente e subito", secondo la felice definizione di "Tango") ma e’ prima di tutto uno storico rigoroso e non rinuncia ad affrontare periodi e problematiche che forniscono robusti argomenti ai suoi avversari.

Ad esempio, affrontando le mobilitazioni contro la guerra di Etiopia, Procacci aveva messo a nudo il cinismo della politica estera sovietica, che tuonava contro l'inefficienza delle sanzioni, ma intanto forniva buona parte del petrolio di cui l'Italia fascista aveva bisogno per la guerra. Analogamente aveva fatto risaltare le ambiguita’ della politica del Comintern che offriva una copertura alla politica estera sovietica auspicando mitiche "sanzioni proletarie", in attesa delle quali si trovava lecito che l'Urss facesse i suoi buoni affari con i regimi fascisti o che nel 1935 denunciasse il pericolo di un intervento giapponese in Etiopia e sorvolasse sui preparativi italiani.

Anche questo libro ha il pregio di ricostruire senza abbellimenti le vicende del movimento pacifista nella prima meta’ del nostro secolo. alle cui idee si ricollega di fatto quel pacifismo intessuto di buone intenzioni e di pie speranze negli organismi internazionali di cui il Pci e’ il principale paladino.

La ricostruzione e’ per giunta vivace e colorita, tanto che il libro risulta di gradevole lettura. A tratti, pur non dimenticando lo sfondo tragico delle due guerre mondiali, Procacci non rinuncia a notazioni ironiche sulle patetiche illusioni di personaggi che oggi sono pressoche’ dimenticati, ma che occuparono la scena politica di molti paesi per decenni. D'altra parte lo stesso fondatore del premio non esce troppo bene dai cenni biografici a lui dedicati. Al di la’ delle osservazioni sull'in congruenza tra le origini del suo patrimonio (le fabbriche di esplosivi) e la destinazione del premio, osservazioni che non mancarono gia’ al momento della sua istituzione, Procacci tratteggia un ritratto impietoso di un uomo di modesta levatura culturale, che si diceva a volte socialista ma era imbevuto di gretto conservatorismo ed era soprattutto convinto che “le sue fabbriche... avrebbero contribuito alla causa della pace piu’ di tutti i congressi pacifisti internazionali”.[p.11]

“Un uomo le cui concezioni politiche si riducevano a un progetto basato sulla formazione di un potere centrale assoluto eletto solo dai maschi colti...”[p.9] L'idea stessa del premio per la pace gli fu suggerita dalla sua ex segretaria, la baronessa von Suttner, una donna intelligente e colta a cui nel 1905 fu conferito il premio di cui era stata ispiratrice, ma le cui riflessioni sulla politica internazionale sono un miscuglio di patetiche ingenuita’ e di adattamenti al "realismo" (ad esempio trovava lecite le guerre coloniali, per l'incivilimento dei barbari).

Procacci descrive con qualche nota umoristica le figure dei primi vincitori, quasi tutti esaltatori di quella conferenza internazionale per la pace che si tenne all' Aja dal maggio al luglio 1899, e di cui lo zar Nicola II fu ispiratore e protagonista al punto di essere seriamente preso in considerazione per l'assegnazione del premio (al quale fece garbatamente sapere di rinunciare, con uno dei pochi gesti intelligenti della sua vita). Dei candidati al premio, a parte Nicola II, l'unico che si dichiaro’ indisponibile fu Benito Mussolini, proposto nel 1934 dal deputato Carlo Delcroix. Gli altri, a partire dalla von Suttner, si batterono con accanimento per ottenere sostegni alla loro candidatura e soprattutto per spiazzare i concorrenti. Il risultato e’ che i prescelti formano una lunga galleria di mediocrita’, di cui Procacci ha ricostruito pazientemente i dati biografici essenziali. Si dividono essenzialmente in due categorie: i professionisti del pacifismo (ossia i dirigenti della Ligue internationale et permanente pour la paix o del Bureau international de la paix di Berna) e gli uomini politici veri e propri, tra cui spiccano due presidenti degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt e Thomas Woodrow Wilson, Aristide Briand, Austen Chamberlain e Gustav Stresemann.

Le notazioni di Procacci sugli uomini politici premiati sono severe e non si limitano a ricordare le loro imprese belliche (ad esempio la partecipazione di Roosevelt all'invasione di Cuba come colonnello della cavalleria volontaria), ma documentano largamente le loro concezioni militariste (Roosevelt appunto non rinuncio’ ad esaltare l'occupazione delle Filippine, delle Hawai e del canale di Panama, perfino in occasione del conferimento del premio). Di altri minori, come il belga Auguste Beernaert, si ricorda che era premier al momento della formazione dello "Stato Libero del Congo". Ovviamente il loro impegno nella politica attiva dei rispettivi paesi li porto’ spesso a contrapporsi e polemizzare tra loro al momento dei grandi conflitti di interessi che precedettero la prima guerra mondiale.

In realta’ le pagine piu’ interessanti del libro sono quelle che ricostruiscono le concezioni dei "professionisti del pacifismo". Procacci fornisce molti esempi di macroscopici errori di valutazione, tutti basati su una ingenua sopravvalutazione delle conferenze internazionali e in genere delle belle parole dei governanti.

Per anni l'argomento preferito era stata la Conferenza dell' Aja, sulla cui esaltazione si dilungarono quasi tutti , ma anche alla vigilia dell'esplosione della grande guerra non mancarono anacronistiche previsioni su un futuro di pace assicurato dal dialogo. Ad esempio il parlamentare francese (premio Nobel per la pace ne11909) Paul Henri Benjamin Balluet, barone d'Estournelles de Constant de Rebecque (piu’ noto semplicemente come barone d'Estournelles) dichiaro’ alla fine del maggio 1914, al termine di una riunione dell'Unione interparlamentare per la pace, che essa rappresentava “una potenza invincibile, che si opporra’ vittoriosamente al pericoloso sciovinismo”. [pp.93-94]

Va detto che ad opporsi allo sciovinismo, due mesi dopo, non era rimasto quasi piu’ nessuno, a parte Lenin e pochi altri. Nel corso della guerra infatti alle internazionali pacifiste accadde piu’ o meno quel che aveva fatto a pezzi l'Internazionale socialista: ognuno si schiero’ con il proprio imperialismo, o almeno si dedico’ a denunciare le colpe dell'avversarlo.

Questo quadro penoso e’ ovviamente rivelatore in primo luogo dei criteri con cui i premi Nobel per la Pace erano stati assegnati, escludendo deliberatamente Tolstoj o Gandhi, per non parlare di esponenti del movimento antiguerra di orientamento marxista, come Karl Liebknecht. D'altra parte Procacci non si e’ limitato alle dichiarazioni ufficiali piu’ condizionate da preoccupazioni politiche, ma ha esplorato scrupolosamente diari e carteggi privati dei piu’ noti esponenti del movimento pacifista, ricavandone la conclusione di una sostanziale incapacita’ di identificare le forze sociali che preparavano la guerra e quindi i mezzi per opporsi ad essa. All'approssimarsi della seconda guerra mondiale alcuni dei premiati rimasero attaccati alle loro concezioni con un'ottica tanto angusta da portarli a divenire fautori di quell’appaisement che doveva spianare la strada a Hitler. mentre altri ripercorsero la strada dei loro predecessori alla vigilia della prima guerra mondiale, nascondendosi i pericoli ed illudendosi sulle virtu’ miracolose della Societa’ delle Nazioni e dei trattati internazionali.

L'unico gesto coraggioso della fondazione Nobel nel primo mezzo secolo di vita fu l'assegnazione del premio per la pace nel 1935 a Karl von Ossietzki. un democratico tedesco che aveva denunciato la corsa al riarmo segreto del suo paese ed era stato incarcerato per questo gia’ nel 1932. Al momento del conferimento del premio si trovava in un campo di concentramento nazista dove sarebbe morto pochi anni dopo. Scelta che fu contrastata da una furiosa campagna internazionale, a cui si associarono anche gli eredi di Alfred Nobel, che espressero la loro disapprovazione per la premiazione di una persona condannata da un tribunale del suo paese.

Questo libro potra’ stimolare utili riflessioni nel movimento pacifista e nella sinistra italiana. La conoscenza delle correnti interclassiste o aclassiste che dominarono il pacifismo prima della seconda guerra mondiale, puo’ infatti facilitare il superamento delle illusioni sulle virtu’ taumaturgiche di organismi internazionali quale la Societa’ delle Nazioni ed oggi l'Onu, o sulle conferenze internazionali tra le grandi potenze, o piu’ in generale sulla buona volonta’ e le belle parole di governanti e di Stati.

La lettura di questo libro sollevera’ tra i militanti della sinistra qualche dubbio sull'utilita’ di organizzare campagne per far assegnare a Nelson Mandela o a qualche altra degna figura un premio cosi’ screditato. Piu’ che di premi di questo genere i movimenti di liberazione hanno bisogno di una forte ripresa della solidarieta’ internazionalista, fatta anche di misure concrete -come il boicottaggio - per colpire i loro oppressori.

Al tempo stesso la lotta contro il pericolo di guerra ha bisogno non di illusioni sui trattati che riducono del 2% il potenziale distruttivo delle grandi potenze, ma di un rilancio della lotta per il disarmo unilaterale, e soprattutto del rafforzamento del movimento per un alternativa al capitalismo e all'imperialismo in ciascun paese.

 

 

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