Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Dopo la visita di Gheddafi

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Dopo la visita di Gheddafi (Libia e Iran, due pesi e due misure)

 

La visita in Italia di Gheddafi ha dato luogo a scandalose manifestazioni di rozzezza politica: molti esponenti del PD (escluso D'Alema, a cui l'esperienza agli Esteri ha insegnato qualcosa) e dell'IDV gareggiavano con la Mussolini nel rifiutare la storica rivendicazione del risarcimento per i danni e le vittime dell'occupazione e del coinvolgimento del paese nella seconda guerra mondiale. Televisioni e giornali si sono sbizzarrite nel contrapporre alla foto appuntata sulla sgargiante divisa di Gheddafi (Omar al Mukhtar catturato dagli italiani e portato alla forca), la foto di un certo numero di signore italiane che lasciavano la Libia su una nave dopo la rivoluzione.

Gran parte dei giornali e delle tv trovavano del tutto comparabili le due "sofferenze" e continuavano a sottolineare che prima di dare, l'Italia doveva chiedere...

Alcune di quelle signore, intervistate, hanno detto che erano state private dei loro beni, praticamente senza indennizzo. Nessuno ha il sospetto che quei beni erano stati rubati ai libici: erano state espropriate le terre coltivabili, che erano pochissime e ben sfruttate, e le strade e gli edifici erano stati costruiti da braccia libiche. Nessuno ricorda che la Libia era poverissima prima della conquista italiana e tale rimase fino alla fine, perché il fascismo inseguiva il sogno di ripercorrere la strada imperiale di Roma, facendo "fiorire il deserto" e non si accorgeva della ricchezza di petrolio, che pure era stata segnalata da un geologo italiano. Non capiscono il recupero dei beni nazionali da parte della Libia, ma pretenderebbero un "recupero" dei beni accumulati dai coloni!

L'unico argomento che non è stato utilizzato per screditare il leader africano è stato il pregiudizio antislamico:: non sarebbe stato facile spiegare le affascinanti amazzoni senza velo e in elegante divisa militare che costituivano la sua guardia del corpo.

Mentre l'opinione pubblica veniva manipolata come sempre in modo quasi unanime, si sorvolava sul fatto che la ragione vera della visita erano buoni affari interessanti soprattutto per i nostri capitalisti: fondi sovrani libici usati per puntellare aziende in difficoltà, come era avvenuto a suo tempo con la FIAT, e soprattutto l'esclusiva per le imprese italiane per tutti i lavori da effettuare grazie allo stanziamento dei cinque miliardi di dollari in venticinque anni. I cinque miliardi di dollari, in sostanza, non sono un risarcimento, e torneranno in Italia come profitti delle varie Inpregilo, ecc. Si capisce l'entusiasmo della Marcegaglia, ma anche de "il Sole-24 ore", che non a caso non si è unito minimamente alla campagna denigratoria. L'entusiasmo della Lega è invece dovuto alla gentile collaborazione di Gheddafi nella cacciata dei disperati verso il profondo dell'Africa.

L'ostilità verso Gheddafi, d'altra parte, è solo parte di un rilancio di ideologie razziste e colonialiste, non tanto nei riguardi della Libia in quanto tale, quanto verso tutto il mondo mandato in rovina dalla dominazione coloniale e dal capitalismo. Un'ostilità che è indipendente dal ruolo attuale di Gheddafi, che lo rende di fatto un buon cliente, complice ed amico dei nostri capitalisti.

Gheddafi, oggi, accetta tutto per farsi accettare: perfino la "politica di pace" di Abu Mazen (con l'avallo di Obama).

Comunque vale la pena di ricordare un'altra cosa, che conferma l'ipocrisia del mondo capitalistico: Gheddafi si è rifatto una verginità pagando a caro prezzo le vittime di Lockerbie, e ora ottiene persino centrali nucleari (fornite da Francia e Stati Uniti), mentre il mostro da additare (e prepararsi ad aggredire...) è l'Iran.

E a questo proposito vale la pena di fare una piccola riflessione sul voto in quel paese: alcuni studenti, a Lecce, mi hanno chiesto se penso che i brogli ci siano stati davvero. Naturalmente non ho molti elementi per dirlo, anche se non mi stupirebbe, ci sono stati perfino negli Stati Uniti per la prima elezione di Bush junior, in Messico sono la norma, secondo Deaglio ci sarebbero stati nel 2008 anche in Italia facendo sparire un po' di schede bianche e nulle. Comunque sull'Iran non ho nessun dato, salvo che i commentatori più seri pensano che se ci sono stati non sarebbero stati decisivi: Ahmadhinejad è impopolare negli strati intellettuali urbani, ma viceversa è Mussawi, esponente della borghesia dei bazar, e già sperimentato come governante, non piace troppo agli strati popolari.

Ma di una cosa sono certo: in Iran c'è un sistema elettorale non peggiore del nostro, ma c'è una partecipazione e uno scontro tra le diverse opzioni che noi non ricordiamo più da decenni...

 

Quanto alla barbarie delle concezioni religiose degli ayatollah, non ho dubbi nel respingerle, ma non capisco come scandalizzarci: sono orribili perché hanno conquistato il potere,  e possono imporre le loro concezioni, ma non sono così diverse dalle concezioni di tanti ayatollah di casa nostra, non meno ipocriti (e che hanno dato abbondanti prove della loro ferocia nei tanti secoli in cui hanno avuto il potere direttamente o come complici di chi lo deteneva).

 

 

Varrebbe la pena di richiamare un po' di storia. Se ne sta occupando brillantemente Walter Peruzzi, con un simpatico libretto su La religione della vita. Teoria e pratica dell'omicidio nella chiesa cattolica. Può esser richiesto on line a Walter Peruzzi: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.    o a me: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .

Colgo l'occasione per ricordare una preziosa serie di libri di Karlheinz Deschner, in particolare il più organico: Il gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari, Bolsena, 1998, e il più divertente e "scandaloso", La croce della Chiesa. Storia del sesso nel cristianesimo, Massari, Bolsena 2000. Va dato merito all'editore che ha voluto pubblicare questi libri di notevole valore ma anche dimensione (il primo è di 540 pagine in grande formato), ottimamente curati da Costante Mulas Corraine, e a prezzi modestissimi.

 

 

In Iran si impone il velo, e poi si legalizza la prostituzione camuffata da "matrimonio temporaneo" a pagamento, qui si rompono le scatole sulla procreazione assistita, si condannano i preservativi sia se offerti contro l'AIDS in Africa, sia ai giovanissimi nelle scuole, si vieta ogni scelta di come vivere e morire, ma poi si chiudono tutti e due gli occhi rispetto alla prostituzione di alto bordo destinata a Villa Grazioli o Villa Certosa...

Basta che si paghi, magari aumentando i già vergognosi contributi alla scuole private, spesso indecenti come qualità, e disoneste nel retribuire i docenti, e l'indulgenza è assicurata...

 

Ma sarebbe bene ricordare che gli ayatollah non contavano quasi niente negli anni Venti e Trenta, quando l'opposizione allo shah fantoccio degli imperialisti era portata avanti da comunisti e laici, e si sono rafforzati quando per motivi diversi (ma soprattutto per aver seguito le svolte della burocrazia sovietica, prima ostile, poi complice dello shah)  le sinistre si sono screditate. A chi considera fatale che "gli iraniani siano religiosi", ricordiamo che l'ascesa degli  ayatollah è cominciata dopo la liquidazione dell'esperienza rifomista, nazionalista e laica di Mossadeq, ad opera dell'imperialismo statunitense. Chi semina vento, provoca tempeste... (22/6/2009)

 

 

Appendice

Scheda sull’Iran

Abbiamo accennato spesso all’Iran, e vale la pena di ritornarci, perché in tempi di forsennate campagne contro l’integralismo islamico, vero o presunto, se ne parla di nuovo, sempre senza approfondire.

Come l’Afghanistan l’Iran era stato al centro di uno scontro tra russi e britannici, che tuttavia avevano trovato meno drammaticamente forme di “condominio”. Nel 1906 era iniziata una fase di nazionalismo influenzato dalla rivoluzione russa del 1905, e lo scià Muzaffar-uddin aveva dovuto concedere la costituzione, ma il figlio Mohammad Alì, nel 1908 aveva fatto bombardare il Parlamento e arrestato i capi costituzionalisti, scatenando una feroce guerra civile. Nel 1917, per fronteggiare il pericolo di un’influenza russa diventata ormai sovietica, i britannici avevano appoggiato Reza Khan, un rozzo ma prestigioso militare, che da capo dei cosacchi era diventato ministro della guerra. Sempre con l’appoggio britannico si era proclamato scià nel 1925. Era poi stato destituito dai suoi stessi protettori britannici nel 1941 perché sospettato non a torto di simpatie per il nazismo. Al suo posto era stato nominato imperatore il figlio Reza Pahlavi, appena ventenne, con l’accordo di britannici e sovietici, a cui l’Iran era indispensabile per ricevere rifornimenti, e in genere per tutte le comunicazioni dirette con gli alleati (non a caso a Teheran si tenne una delle conferenze dei grandi).

All’alleanza con Gran Bretagna e Stati Uniti l’URSS sacrificò due repubbliche sovietiche sorte nel Kurdistan e nell’Azebaigian iraniani (un’altra repubblica dei soviet era sorta già nel 1918 nel Ghilan).

Ma il destino dell’Iran sarebbe stato segnato dalla sconfitta del grande tentativo democratico avviato da Mohammad Mossadeq, che nel 1951 aveva nazionalizzato il petrolio iraniano, e aveva avviato una serie di riforme per utilizzare la preziosa risorsa per lo sviluppo del paese. Era intervenuta subito la CIA, che aveva organizzato un colpo di Stato basato sui settori più conservatori dell’esercito e sulle tribù arretrate legate da vincoli familiari a Reza Pahlavi (che intanto era prudentemente fuggito a Roma). Il colpo era riuscito facilmente anche per il settarismo del partito Tudeh (comunista) che aveva esitato ad appoggiare Mossadeq, considerato antisovietico perché nel 1944 aveva presentato in parlamento una risoluzione che vietava al governo di trattare nuove concessioni petrolifere mentre la guerra era in corso e il paese era occupato (ed era proprio l’URSS che aveva tentato di ottenere l’autorizzazione a compiere ricerche nelle regioni del Caspio iraniano che occupava). Il Tudeh avrebbe pagato caro in futuro il suo atteggiamento nei confronti di un tentativo fortemente appoggiato dalle masse, ma lo pagò anche immediatamente perché molti suoi militanti furono assassinati dalle bande dello scià.

Comunque in quella occasione emerse chiaro che Reza Pahlavi, pur essendo arrivato al trono come uomo dei britannici e col consenso sovietico, si era appoggiato ormai sull’imperialismo più forte ed efficace, quella statunitense. L’Iran diventerà (insieme a Israele) il principale gendarme dell’imperialismo nell’area, con un esercito sproporzionato, che assorbiva quella parte del ricavato del petrolio che non veniva sperperata nel lusso della famiglia imperiale e dei suoi clienti, ma che non riuscirà a bloccare la rivoluzione nel 1979.

Rivoluzione, ho detto, anche se è sfociata quasi subito in un regime medievale e intollerante. Rivoluzione perché a sfidare un esercito potentissimo e una polizia segreta che sembrava onnipotente erano stati milioni di uomini e donne scalzi e a mani nude. Se la direzione del movimento è stata presa da quegli ayatollah che pochi decenni prima non avevano nessun peso politico, è perché sotto la guida di Komeini avevano assunto un atteggiamento durissimo e fermo di opposizione allo scià, mentre la sinistra che aveva avuto un grande ruolo nei decenni precedenti (a partire dagli anni Venti in cui l’influenza della rivoluzione russa era stata fortissima sui lavoratori dell’industria petrolifera, ma anche sui ceti medi urbani) era stata ridimensionata e screditata dalle oscillazioni tra ribellismo insurrezionale e adattamento al regime, dovute alle mutevoli esigenze della burocrazia sovietica.

Khomeini aveva guadagnato un enorme prestigio per la sua fermissima e al tempo stesso semplice e non mediata opposizione allo scià, perché era stato esiliato e braccato, perché la polizia dello scià gli aveva ucciso il figlio primogenito e prediletto, suo stretto collaboratore. Per questo le grandi masse scese in piazza a mani nude gli avevano delegato il potere al suo rientro, e le formazioni della sinistra filosovietica o maoista, che pure avevano lottato insieme agli integralisti, furono messe rapidamente e senza difficoltà da parte. Alcune delle misure introdotte, come l’obbligo dello shador e la punizione severissima dell’adulterio, considerate insopportabili nelle città, sono state accettate in qualche misura nelle campagne dove lo shador era già in uso, e le donne invecchiate precocemente per il durissimo lavoro erano state spesso abbandonate come “vedove bianche” dai mariti emigrati. Ma il regime degli ayatollah non si caratterizzava solo per questi aspetti, bensì anche per l’efficacia del sistema assistenziale appoggiato sui beni delle moschee, e per alcune misure calmieratrici che hanno difeso gli strati più poveri, che le hanno considerate un netto progresso rispetto alla situazione esistente sotto lo scià. Contrariamente all’immagine stereotipata presentata in occidente, nei primi venti anni del regime l’analfabetismo è stato ridotto di oltre la metà (dal 63,4% del 1975 al 31,4% del 1996, l’istruzione secondaria è passata dal 46,7 al 59,8% della popolazione, e quella universitaria dal 5,0% al 12,7% nello stesso periodo. I libri pubblicati: nel 1975 3.027, nel 1991, 10.753 titoli.

Va ricordato anche il carattere antimperialista della propaganda ma anche di alcuni gesti spettacolari come l’occupazione dell’ambasciata statunitense con la presa di ostaggi e la pesante umiliazione inflitta ai protettori dello scià. La guerra contro l’Iraq, anche se il suo proseguimento dopo la cacciata degli invasori dal territorio iraniano è stato criminale, era stata ed ha continuato ad apparire una lotta difensiva contro il “piccolo diavolo” Saddam Hussein, al servizio allora del “grande diavolo”, gli Stati Uniti.

In ogni caso, nonostante le pretese dei settori più conservatori del clero, l’Iran si è progressivamente liberato da parte della cappa di piombo integralista, grazie al livello culturale di una parte notevole della sua popolazione urbana, e alla complessità della società. La vittoria di Sayed Khatami nelle elezioni del 1997  e poi in quelle del 2001 è stata determinata dall’appoggio netto soprattutto delle donne e dei giovani, stanchi dell’uniformità imposta nel primo periodo dopo la cacciata dello scià. (11/2/2002)

 



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