Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Elezioni ad Haiti

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La nuova catastrofe di Haiti: il voto truccato

 

In questi giorni perfino dal GR3 ho sentito ripetere due volte, da diversi redattori, che il problema delle elezioni ad Haiti era quello di impedire il ritorno dei seguaci del “dittatore Aristide”… Cioè di un sacerdote della teologia della liberazione eletto più volte trionfalmente e più volte scacciato da colpi di Stato teleguidati e deportato poi dagli Stati Uniti in Africa.

Anche in una domanda di una giornalista a un funzionario dell’ONU, italiano o italo-dominicano, la stessa bestialità è stata ripetuta e non contrastata dal remuneratissimo personaggio incaricato di aiutare Haiti… Se a Jean Bertrand Aristide si può rimproverare qualcosa, è casomai di essersi fidato troppo degli USA e dell’ONU e di aver scelto tra i suoi collaboratori persone ambigue e disposte al compromesso come René Preval.

Quanto ai servizi televisivi, presentano sempre, come da rituale, immagini che avvalorano la tesi di una presunta “barbarie” della popolazione che protesta, o che rivela il suo “primitivismo” con i riti Vudù a cui ricorre, non sapendo più a che santo votarsi…

 

In realtà, nonostante gli aiuti, o meglio grazie al carattere puramente militare dell’intervento ONU, a cui ha fornito uomini e copertura politica soprattutto il Brasile di Lula, l’attuale situazione del popolo haitiano è disastrosa. Rinvio ai molti articoli inseriti sul sito subito dopo il terremoto, tra cui Terremoto ad Haiti, Haiti, un debito odioso, Chi salverà Haiti?, Haití: No man’s land, Obama e Haiti, Bilanci ad Haiti che descrivevano fin dal primo momento questa situazione.

 

La maggior parte degli italiani comunque ignora tutta la lunga storia di Haiti, fatta di occupazioni militari, colpi di Stato indotti dall’esterno, “aiuti umanitari” portati con i carri armati e le corazzate. Non sa che una delle cause della cacciata di Aristide fu il suo aver risollevato la questione del debito storico della Francia (e degli Stati Uniti che lo avevano ereditato). Su questo rinvio al primo articolo dedicato a questa nuova tragedia, Terremoto ad Haiti, che è del 13 gennaio.

Soprattutto molti italiani non sanno nulla della più truffaldina delle “imprese umanitarie” dell’Italia: quella recentissima della portaerei Cavour, esaltata sul sito della Marina militare, da cui ricaviamo questo bilancio sorprendente: «Il 14 aprile si è conclusa la missione “White Crane” di soccorso alla popolazione di Haiti con il rientro a Civitavecchia della portaerei Cavour al comando del Capitano di Vascello Gianluigi Reversi. Nave Cavour aveva lasciato il porto di La Spezia lo scorso 19 gennaio con 882 militari tra cui la Task Force “Genio” dell’Esercito e personale dell’Aeronautica e Carabinieri. Dopo una sosta a Las Palmas, Isole Canarie, e una a Fortaleza in Brasile per imbarcare personale sanitario civile e militare brasiliano (composto da 13 medici, 14 infermieri e un elicottero da trasporto), la nostra portaerei è giunta a Port au Prince in 11 giorni di navigazione. Nei due mesi ad Haiti la portaerei Cavour si è dimostrata uno strumento flessibile capace di portare soccorso e trasferire in tempi brevi viveri e materiali di prima necessità, soprattutto in aree isolate e tagliate fuori dalle strade di comunicazione. Dalla nave è stato assicurato il compito di comando e controllo dell’intero Contingente, fornendo assistenza sanitaria sia nell’ospedale di bordo sia a terra nei posti medici avanzati. Gli elicotteri imbarcati hanno distribuito aiuti umanitari alla popolazione e fornito supporto logistico al personale civile e militare impiegato a terra».

Sarebbe magnifico se fosse vero. Ma la portaerei Cavour costa molte centinaia di migliaia di euro al giorno per il solo spostamento. Cosa ha portato nell’isola?. Si stenta a crederlo: «Dall’Italia sono partite oltre 12 tonnellate di generi alimentari per la popolazione di Haiti; sono stati distribuiti 36 mila litri di acqua potabile ai bambini nelle scuole, 176 tonnellate di medicinali per i centri sanitari locali. L’ospedale di bordo ha assistito e fornito prestazioni mediche a centinaia di pazienti. Gli elicotteri hanno compiuto oltre 60 voli di trasporto medico per un totale di circa 150 pazienti soccorsi». Incredibile: il solo agglomerato urbano di Port au Prince ha circa due milioni di abitanti, ma la zona terremotata è assai più vasta. Calcoliamo meno del doppio, e abbiamo una cifra di 3.600.000 abitanti, che hanno ricevuto evidentemente non più di un litro d’acqua ogni mille persone! Quanto agli alimentari, 12 tonnellate sono 12.000 kg, quindi per ogni haitiano terremotato sono arrivati pochi grammi di “aiuti alimentari”. Per giunta la “Cavour” non aveva fondali che le consentissero di attraccare per cui il poco che ha consegnato lo ha fatto con gli elicotteri. Una bella esercitazione, insomma, senza ricadute locali (e forti ricadute in termini di prelievo dalle tasche degli italiani).

Il nostro principale apporto, come sempre più spesso accade, è stato rappresentato dai Carabinieri, che hanno svolto non solo “attività informativa e di consulenza legale al Comandante del Contingente”, a quanto dice il report della Marina militare, ma anche quella più tradizionale di mantenimento dell’ordine pubblico, agli ordini del colonnello Mangialavori, di cui riparlerò. La costosissima e inutile missione della portaerei è stata salutata ovviamente al ritorno con una cerimonia di "bentornati" dal Ministro della Difesa Ignazio La Russa, dal Capo di Stato Maggiore della Difesa Generale Vincenzo Camporini e dal Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Ammiraglio di Squadra Bruno Branciforte. C’era anche, naturalmente, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio Guido Bertolaso, che aveva fatto a suo tempo una visitina ad Haiti criticando a destra e a manca l’operato degli altri soccorritori. Tutti questi personaggi si erano sicuramente spostati verso Civitavecchia con elicotteri, tanto per buttare un altro po’ di soldi.

La situazione dopo sette o otto mesi da quella gita è ulteriormente peggiorata. Degli aiuti promessi solennemente nei primi giorni, e che non erano certo troppi, sono arrivate solo briciole insignificanti. Dagli Stati Uniti, solo il 2%; dalle Ong che già operavano sul territorio percentuali lievemente superiori ma sempre irrisorie. Dall’Italia, neanche le promesse, solo una solenne presa in giro.

Poi è arrivato il colera. Come poteva non arrivare, con centinaia di migliaia di persone accampate senza acqua corrente, senza fogne, senza la possibilità di cucinare e lavare i piatti? Appena arrivato il primo vibrione del colera, si è propagato come un incendio in una prateria secca. La popolazione è convinta che sia stato portato, magari intenzionalmente, dall’Asia, e ne ha attribuito la responsabilità al contingente nepalese. Questo non potrà mai essere provato, ma è comprensibile che si cerchino “untori” in una situazione simile. Il colera, comunque, ha fornito altri pretesti per una gestione autoritaria del momento elettorale.

Il malcontento di larghi settori della popolazione per l’esclusione di candidati di sinistra vicini al movimento Lavalas di Aristide, ha spinto a rendere impossibile al voto alla maggior parte degli accampati nei campi. Lo stesso colonnello dei carabinieri Nicola Mangialavori, già ricordato, secondo Francesco Semprini (su “La Stampa” del 29/11) ha ammesso che “su 45.000 persone che vivono nel campo di Jean-Marie Vincent solo 500 risultano aver diritto a votare”. E quindi ha fatto intervenire i carabinieri della missione Onu “in assetto antisommossa”...

Più dettagliata la descrizione di Alberto Flores d’Arcais su “la Repubblica” dello stesso giorno, che riporta le testimonianze di molte persone a cui non è stato permesso di votare anche se in possesso di una regolare carta d’identità: il loro nome non figura negli elenchi, e così quello di quasi tutti gli altri del quartiere Delmas, mentre “negli elenchi ci sono nomi di persone che nessuno ha visto da queste parti”. Il risultato che votano in pochi, a volte esibendo più di una scheda in mano, o nelle tasche dei pantaloni. Elezioni degne dell’Afghanistan, un altro paese in cui abbiamo mandato i “nostri carabinieri” a insegnare la democrazia…

I brogli sono stati denunciati d’altra parte da una decina di candidati alla presidenza prima della chiusura delle urne. La conclusione è che “i carabinieri italiani in forza all’Onu si sono dovuti schierare con la tenuta anti-sommossa per impedire che la situazione degenerasse”. Cosa poteva degenerare ancora, in queste elezioni truffaldine? L’indignazione degli esclusi?

Alberto Flores d’Arcais conclude la sua corrispondenza dicendo che “governo e Onu fingono che tutto sia regolare, ma in pochi ci credono”. Forse tra questi ci sono solo i carabinieri italiani, che non so cosa possono capire del creolo parlato nel paese che dovrebbero aiutare a evolvere verso la democrazia...

 

PS Fino a ieri avevo potuto consultare più volte il sito della marina militare dedicato all’impresa haitiana (http://www.marina.difesa.it/diario/2010/0413_haiti/index.asp). Da ieri sera ogni volta che ho riprovato per alcuni controlli (era ricchissimo), è apparsa la scritta: Impossibile aprire il sito e poi Impossibile scaricare le informazioni richieste… Non so se è un’attenzione particolare dedicata dal “Grande fratello” orwelliano a chi si interessa troppo di questi argomenti (e in tal caso riguarderebbe solo me), o se nel clima di allarme per WikiLeaks qualcuno ha pensato di ostacolare le visite per tutti. Oppure è solo un ingorgo provocato dalle troppe visite? Se vi interessa, basta che proviate… (a.m. 30/11/10)



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