Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La cecità di Bersani*

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La cecità di Bersani

 

Quando a dirigere il PD c’era Veltroni, mi domandavo a volte se proprio non potevano trovare un segretario che fosse un po’meglio. Mi sembrava impossibile che non si trovasse, dato che il partito si era molto ridotto, ma era ancora abbastanza grande, per forza d’inerzia, e pigrizia intellettuale: ogni tanto incontro qualcuno che lo crede ancora un, anzi il partito comunista…

Mi sbagliavo: Bersani è se possibile anche peggio. Di fronte a un attacco gravissimo ai lavoratori come quello iniziato a Pomigliano e portato a un livello più grave a Mirafiori, il segretario del PD ha pensato bene di ammonire non Marchionne, ma il sindacato che ancora si batte per difendere la classe operaia (all’interno della quale ci sono appunto non pochi di quei distratti che lo scambiano ancora per comunista). Ha quindi detto alla FIOM che deve comunque accettare il verdetto delle urne, che ovviamente, con tanti avvoltoi – sindacali e politici - che consigliano agli operai il suicidio, difficilmente potrà essere del tutto favorevole. Potrà registrare una crescita, magari impetuosa, rispetto a quel 14 % che ha attualmente la FIOM a Mirafiori, difficilmente una vittoria secca.

A che serve aver incontrato Landini, se Bersani non ha capito che la FIOM non può accettare di mettere ai voti la cancellazione dei diritti sotto il ricatto del licenziamento in massa?

Possibile che non abbia letto i tanti commenti di economisti seri che spiegano che tagliare ulteriormente i diritti dei lavoratori per ridurre il costo del lavoro, inciderebbe al massimo per un solo punto percentuale sul costo di un’auto, e non risolverebbe quindi minimamente il problema del progressivo calo delle vendite delle vetture FIAT? Possibile che non si renda conto che i famosi investimenti di cui parlano fiduciosi i rappresentanti di FIM e UILM, insieme agli altri sindacati anche più esplicitamente padronali, sono subordinati a una variabile che non dipende dagli operai: le vendite?

Possibile che non si sia accorto di quanti hanno documentato che se a Pomigliano o Termini Imerese in un mese si producono meno auto che alla Volkswagen non è per infingardaggine degli operai, ma perché lavorano pochi giorni al mese e tutti gli altri sono in Cassa Integrazione? E non gli viene il sospetto che se si deve aspettare tre mesi per avere una Lancia Y prodotta a Termini Imerese, vuol dire che la Cassa Integrazione è concepita proprio per giustificare la chiusura della fabbrica, indipendentemente dalle richieste del mercato?

Bersani preme sulla Fiom perché accetti la propria distruzione come sindacato, e ignora completamente che intorno a questo ultimo baluardo del sindacalismo di classe si sono uniti anche alcuni sindacati di categoria che pure nell’ultimo congresso della CGIL non avevano osato schierarsi con la seconda mozione. Ignora che intorno a un appello a sostegno della FIOM si stanno mobilitando anche decine di migliaia di intellettuali, in gran parte della sua stessa area elettorale.

Non ha nemmeno il sospetto che di fronte al volgare e arrogante ricatto di Marchionne sarebbe possibile e doveroso dirgli che non può portarsi via il marchio FIAT lasciando solo macerie, perché lui è arrivato solo pochi anni fa alla testa della FIAT, che per molti decenni, per tutto un secolo, nell’Italia prefascista, fascista e repubblicana, la FIAT è stata alimentata da finanziamenti diretti e indiretti, esenzioni fiscali speciali, commesse militari o ferroviarie in regime di monopolio. La FIAT è dei lavoratori, e caso mai è dell’intero popolo italiano che l’ha finanziata!

Il PD sapeva bene queste cose e poteva dirle meglio di altri, perché è stato per vari anni al governo, ma anche dall’opposizione, quando si chiamava PCI, le conosceva bene.

Bersani pagherà caro questo atteggiamento suicida. Una parte dell’elettorato è distratta, sfiduciata, rassegnata, ma chi è toccato direttamente alla fine capisce. E l’attacco di Marchionne punta a colpire a cascata una fetta molto larga della classe operaia, e offende chi ha ancora un minimo di sensibilità democratica.

Mi sembra che gli ex comunisti pentiti (o peggio ancora ex demoproletari come Bersani), abbiano maggiori responsabilità degli stessi ex democristiani, e anche della destra più vorace e spudorata, perché a differenza degli altri avevano un patrimonio di idee che veniva dalle lotte di più di un secolo, e l’hanno buttato via cinicamente, sposando le peggiori mistificazioni del capitalismo: a partire dalla finzione che presenta come “libero contratto tra uguali” quello stipulato tra i capitalisti spalleggiati da uno Stato non neutrale, e i lavoratori sotto minaccia di licenziamento e di morte per fame. E presenta come scelta di libertà quella di votare un referendum basato su uno spudorato ricatto: se non vinco io, vi stermino, vi butto in mezzo a una strada.

 

La resistenza della FIOM sta facendo miracoli: ad esempio ha spinto per la prima volta dopo anni i sindacati autorganizzati extraconfederali a rinunciare a ogni settarismo, decidendo di partecipare allo sciopero del 28 anziché farne uno “autonomo” il giorno prima o dopo…  Anche alcuni uomini politici del centrosinistra che non si erano mai distinti per una particolare attenzione alle lotte operaie, come Di Pietro e Vendola, si sono impegnati questa volta a sostegno della FIOM, probabilmente incoraggiati dal vuoto lasciato dalla politica suicida del PD. E in fondo è un miracolo anche l’adesione - almeno formale - della CGIL nel suo complesso, trascinata dalle adesioni di diverse sue categorie. Vedremo cosa mobiliterà davvero, ma è già un successo che si sia decisa.

 

Ora bisogna prima di tutto far riuscire bene lo sciopero del 28 gennaio, con l’impegno di tutte le categorie, per arrivare presto a un vero sciopero generale e generalizzato nazionale, necessario per piegare padronato e governo.

E bisogna cominciare a discutere gli obiettivi necessari per fronteggiare l’attacco padronale, che sia di Marchionne o della Marcegaglia. Non basta proporre lo sciopero, se non ci sono obiettivi chiari e paganti. Alcuni obiettivi sono quelli storici –ma dimenticati - delle grandi mobilitazioni del passato, come la riduzione d’orario a parità di paga, per lavorare meno, ma tutti; e la difesa del salario, sotto forma di un salario minimo intercategoriale, indicizzato in base alla variazioni del costo della vita, come quella che una volta si chiamava scala mobile, un prezioso meccanismo che le confederazioni  sindacali hanno regalato al padronato in cambio di niente.

Ma soprattutto bisogna avere il coraggio di rivendicare che i dirigenti super pagati che hanno mandato in rovina le fabbriche se ne vadano, che se ne vadano i padroni che vogliono portare all’estero le produzioni (e spesso i macchinari che hanno comprato con i contributi statali). La FIAT e le altre fabbriche “in crisi” devono essere espropriate dallo Stato senza indennizzo (“perché abbiamo già dato!”) e affidate ai lavoratori. E per finanziarne il rilancio e la riconversione, che indubbiamente richiede un intervento dello Stato, bisogna rivendicare un taglio drastico alle spese militari, sicuramente inutili e dannose. Basterebbero una portaerei o dieci aerei in meno per risanare i bilanci statali…

Su questo terreno, il PD è assolutamente assente, e peggio ancora continua demenzialmente a proporre invece come obiettivo le “liberalizzazioni”, cioè tutto il contrario di quel che va fatto, come se l’esperienza fatta in questi anni (privatizzazioni in gran quantità, soprattutto sotto la presidenza di Prodi e deregulation su tutti piani) non fosse stata catastrofica. Lo ha dichiarato Bersani nella lunga intervista a “Il Messaggero”, con le sue “proposte per salvare l’Italia”… Ma chi ci salva da Bersani?

(a.m.11/1/11)

 

Sembrava quasi ricalcata sulle dichiarazioni di Bersani l’accusa della Camusso a Marchionne: “Offende l’Italia”. E poi, di nuovo in sintonia con il segretario del PD, l’accusa al governo di “non far niente”. Magari fosse vero, è un governo che ha sferrato duri colpi ai lavoratori, e che se ora tace, è per non assumersi  la responsabilità diretta di un nuovo massacro sociale, in  periodo preelettorale.  Si limita a fare il palo... Insomma, una spiegazione che non spiega niente, e ovviamente non può mobilitare i lavoratori di fronte ai pericoli di un ulteriore peggioramento. Marchionne per giunta ha buon gioco a rispondere che lui l’Italia la ama, e per questo la vuole cambiare…

Per fortuna in molti, a partire dalla FIOM, si stanno mobilitando per spiegare bene qual è la posta in gioco. Ho ricevuto molti volantini efficaci, che danno un'idea della grande mobilitazione a sostegno della FIOM in tutta l'Italia. Ne riporto qui uno, di Sinistra Critica di Genova, semplice e facilmente riproducibile su una sola facciata.

(a.m.12/1/11)

CONTRO MARCHIONNE E TUTTI I SUOI AMICI

 

L’offensiva a tutto campo del padronato fa un ulteriore salto di qualità, con l’attacco di Marchionne e della FIAT ai lavoratori di Mirafiori, dopo Pomigliano e la prospettata chiusura di Termini Imerese. E’ parte integrante di quella guerra sociale che le borghesie europee e i loro governi di centro destra e centrosinistra hanno scatenato con sempre maggiore forza contro la classe lavoratrice.

 

Una guerra totale contro i lavoratori

Marchionne vuole imporre tutto: sindacati di facciata, diretta espressione della volontà padronale che vivranno solo perché funzionali a far sottomettere i lavoratori; esclusione dalla fabbrica di ogni sindacato vero che voglia rappresentare gli interessi dei lavoratori e difenderne diritti, salari e condizioni di lavoro; abolizione di diritti costituzionali fondamentali, a partire dal diritto di sciopero e dalla libera organizzazione sindacale; pesanti sanzioni e licenziamento per quei lavoratori che cercheranno di promuovere qualsiasi azione di difesa collettiva; regime di orari e di sfruttamento sempre più ferreo.

L’accordo separato di Mirafiori è una metafora perfetta di come il capitalismo concepisce il mondo: un lavoro da schiavi per produrre una merce per ricchi, nociva e distruttiva dell’ambiente. Pomigliano e Mirafiori parlano a tutti i lavoratori: quel che si vuole per la Fiat, ben presto lo si vorrà per tante altre aziende e settori. E’ un veleno che percorrerà tutto il paese. L’attacco coinvolge tutto il mondo del lavoro: il grido d’allarme va lanciato il più forte possibile e prima che sia troppo tardi, perché l’incendio è senza precedenti.

 

Quelli che stanno con Marchionne

In tutti questi mesi la Fiat ha trovato la sola opposizione della FIOM e dei sindacati di base; ha avuto dalla sua parte i sindacati complici (CISL, UIL e aggregati), il Governo, tutta la destra e gran parte del centro sinistra. Tutti questi hanno dato il via libera alla guerra totale di Marchionne.

E’ una vergogna che le diverse istituzioni, invece di chiedere alla Fiat il rispetto della Costituzione, dei diritti del lavoro, dei contratti collettivi (tanto più dopo i miliardi pubblici che le sono stati dati), invitino i lavoratori a rassegnarsi adeguandosi a uno sfruttamento sempre più duro.

A Torino, il sindaco Chiamparino (PD) è arrivato a dire che il destino di Mirafiori e della città è nelle mani dei lavoratori, invitandoli a votare Sì all’accordo. Tutti i candidati del PD e del centrosinistra alle prossime elezioni comunali, con l’ex segretario DS Fassino in testa, si sono precipitati a sostenere l’accordo vessatorio. E il segretario PD Bersani dichiara che andrà rispettato da tutti l’esito del referendum sull’accordo, un referendum che è in realtà un ricatto imposto da Marchionne che minaccia di chiudere Mirafiori se non vincesse il Sì.

Ma anche la segreteria nazionale della CGIL continua a non organizzare una adeguata risposta e appare preoccupata soprattutto di distinguersi dalla linea che considera troppo radicale della FIOM, che viene invitata dalla Camusso a una “firma tecnica” dell’accordo, e di chiedere ai padroni italiani una maggior “ragionevolezza”, puntando al tavolo per un nuovo patto sociale con la Confindustria. E’ come chiedere a una tigre di diventare vegetariana. Nel frattempo, nonostante le richieste sempre più pressanti che arrivano dalla FIOM, dai movimenti sociali, a partire da quello degli studenti, ai dirigenti della maggioranza della CGIL l’idea di uno sciopero generale neanche passa per la testa.

 

Generalizzare lo sciopero del 28 gennaio promosso dalla FIOM

E’ necessaria una grande mobilitazione per sconfiggere il disegno reazionario della Fiat, per unire tutti i lavoratori. Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio promosso dalla FIOM  deve diventare il più generalizzato possibile, lo sciopero di tutti coloro che non vogliono arrendersi, che vogliono difendere il lavoro e i suoi diritti, coinvolgendo il movimento degli studenti e altre categorie di lavoratori. Tutti devono essere consapevoli che la risposta va data oggi.

Uno sciopero dei metalmeccanici che possa diventare il primo atto di uno sciopero generale e generalizzato in cui si affermi l’unità di classe, capace di bloccare il paese e di sconfiggere Berlusconi, Marchionne, la Confindustria, i sindacati complici e tutti coloro che sostengono le politiche di austerità e di massacro sociale.



 

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