Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Gli Emiri del Golfo

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Chi sono gli Emiri del Golfo

Nei commenti sulla stampa italiana “indipendente” e “seria” i commenti alle rivoluzioni che si estendono da un lato all’altro del vasto mondo arabo e islamico lasciano parecchio a desiderare. “La stampa” ad esempio dedica uno dei due titoli di una pagina sul Bahrein alla notizia “Ora rischia di saltare la Formula1 a marzo”. Terribile!

Questi misteriosi staterelli inventati da pochi decenni vengono presentati in genere come una curiosità, un relitto del passato, ma lo sono solo per l’ideologia dei loro sovrani. Non sono affatto un prodotto spontaneo, ma una creazione dell’imperialismo britannico ereditata poi da quello americano.

Riporto in appendice quanto avevo scritto sul Kuwait in un libro sulla guerra del Golfo del 1991 (Israele, Palestina e la guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991), e che non avevo ripreso nel successivo Tempeste sull’Iraq che è del 2003, quando il piccolo emirato non aveva più una funzione importante come detonatore della guerra.

Tutti i sovrani dell’area (tranne quelli dell’Arabia Saudita, che negli anni Venti avevano conteso allo sceriffo della Mecca Hussein, protetto dagli inglesi, il potere nella penisola arabica, in cui bene o male avevano un ruolo da oltre un secolo), all’inizio del Ventesimo secolo erano solo capi di piccole bande di predoni e di pirati (non a caso la costa orientale della penisola si chiamava appunto Costa dei Pirati).

Di queste “dinastie” si dice abitualmente che erano “antiche” (degli al Khalifa del Bahrein, ad esempio, che “regnavano da due secoli”…), ma è sostanzialmente falso: erano solo capi di piccole bande, senza nessuna reale sovranità. Il più antico trattato era stato firmato nel 1861 con la Gran Bretagna, che si impegnava a proteggere il Bahrein e a rappresentarlo all’estero. Questo statarello aumenterà il suo peso dopo la scoperta del petrolio, e avrà comunque il riconoscimento di un’indipendenza formale solo nel 1971. Le percentuali assegnate a quei “cani da guardia” degli interessi imperialisti erano sufficienti a farne imprenditori associati che operavano e operano anche su tutti i mercati di capitali del mondo. Il Bahrein ospita per giunta il comando della V Flotta degli Stati Uniti. Tutto il progetto degli Emirati Uniti (a cui non avevano aderito come si auspicava a Washington il Qatar e il Bahrein) doveva servire a tenere sotto controllo l’area, per fronteggiare prima la rivoluzione araba, poi il fascino della rivoluzione islamica dell’Iran. Nel 1956 c’era stato un grande sciopero dei lavoratori del petrolio diretti da comunisti, e ancora nel 1975 l’Emiro aveva sciolto la ridottissima Assemblea nazionale. Tutti questi staterelli sono stati riforniti abbondantemente di armi dagli Stati Uniti e da vari paesi occidentali. Per quale uso? Solo per tenere a bada i loro popoli e gli immigrati senza diritti.

Una incredibile crescita demografica

Ancora agli inizi degli anni Cinquanta ad esempio il Bahrein (che ha la più alta densità di popolazione di tutta l’area, 1.025 contro 11 dell’Arabia Saudita e 56 degli Emirati) aveva appena 110.000 abitanti e la sua capitale Manama 25.000 abitanti, mentre il Qatar ne aveva solo 20.000 con una capitale, Doha, che non raggiungeva i 5.000 abitanti. La popolazione complessiva dei sette Emirati non superava gli 80.000 abitanti, con capitali come Dubai che ne avevano 5.000 e Abu Dhabi 6.000 (I dati sono quelli del Calendario Atlante De Agostini del 1953). È chiaro che quelle “capitali” erano piccoli villaggi. Come hanno fatto a diventare quello che sono diventati?

Prima di tutto vale quanto scrivevo per il Kuwait, anch'esso passato in mezzo secolo da 170.000 a 4.450.000 abitanti: non si tratta certo di natalità, ma di immigrazione. Così si spiega perché il Bahrein ha una popolazione sciita e un gruppo dirigente sunnita (non solo la pur numerosa famiglia reale, ma anche la maggior parte dei funzionari, fatti arrivare da altri paesi arabi). Una parte notevole della popolazione impegnata nell’estrazione del petrolio viene da vari paesi asiatici non arabi. Fino alla guerra del 1991, nel Kuwait, negli Emirati uniti e nel Bahrein e Qatar erano numerosi i palestinesi, anche con ruoli importanti, ma furono poi quasi tutti sostituiti da immigrati di altri paesi.

Nessuno dei partner occidentali di questi regni si è mai preoccupato negli ultimi decenni per l’assoluta assenza di democrazia. Ora tremano…

Appendice

Un caso tipico: il Kuwait

 

Dal libro Israele, Palestina e la guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991

… Con l'Iraq, ma soprattutto contro il Kuwait

 

(…) La spiegazione del fenomeno è abbastanza semplice: le mobilitazioni di massa che si sono avute in molti paesi arabi non erano tanto a favore di Saddam Hussein quanto contro i suoi nemici. In primo luogo erano alimentate da un forte sussulto di odio antiamericano, non così irrazionale e immotivato come hanno sostenuto molti commentatori (ad esempio Bernard Lewis). Gli Stati Uniti non sono solo da decenni il principale sostegno politico-militare di Israele, ma sono intervenuti decine di volte direttamente o indirettamente per imporre regimi reazionari e retrogradi in Medio Oriente: dal colpo di Stato contro il progetto laico e democratico di Mossadeq nel 1953 al lungo e incondizionato sostegno alla feroce dittatura dello Shah; dall'intervento nel Libano del 1958, alle minacce nello stesso anno contro la giovane rivoluzione irachena, ben lontana dalla degenerazione successiva; dall'invio dei marines a Beirut nel 1982 per puntellare Gemayel alle ripetute violazioni dello spazio aereo e della sovranità libica.

Ma in realtà non sono gli Stati Uniti (o meglio non erano, fino al momento dei bombardamenti a tappeto sulla popolazione civile del Kuwait e dell'Iraq) il principale bersaglio dell'ostilità delle masse arabe: sono i loro amici arabi come il re Fahd, l'emiro del Kuwait, o gli altri emiri del Golfo.

Spietati e retrogradi, corrotti e cinici, smisuratamente ricchi di fronte alla miseria della stragrande maggioranza della popolazione della regione (compresi molti dei loro sudditi), questi residuati feudali che l'imperialismo ha imposto come cani da guardia nei sei Stati fittizi e semidesertici inventati per separare da 190 milioni di arabi le uniche ricchezze della loro terra, sono sentiti come nemici giurati dei loro stessi popoli.

In particolare l'emiro del Kuwait (con la sua numerosa famiglia di oltre un migliaio di persone che dispongono di risorse inimmaginabili e si spartiscono tutte le cariche pubbliche) viene considerato sempre meno un arabo, anche se ama presentarsi in pubblico col costume tradizionale.

 

Le origini del Kuwait

 

L'emiro discende non da un'antichissima famiglia reale, come hanno ripetuto in coro i mass-media di tutto il mondo, ma dal capo di una tribù di beduini che aveva creato la sua base stanziale nel villaggio di poche migliaia di pescatori di perle e di pirati che sorgeva dove oggi c'è (o c'era prima della "Tempesta nel deserto"...) Kuwait City.

L'antenato dell' attuale emiro, Mubarak al Sabah, che aveva conquistato nel 1896 la sua carica assassinando il fratello Mohammed con l' appoggio degli inglesi, ottenne nel 1899 il riconoscimento della sua "sovranità" su quel villaggio e sul pezzo di deserto retrostante, da Sua Maestà Britannica, che a sua volta otteneva un diritto di presenza nel piccolo fortino del villaggio. Un "trattato" che non a caso rimase a lungo segreto: nessuno avrebbe potuto riconoscerne la validità, e meno che mai il vero detentore della sovranità su quel territorio, il sultano di Costantinopoli.

Un trattato come tantissimi altri, come quello che un capitano di marina e un missionario intraprendente stipularono nel 1869-70 a nome della Compagnia Rubattino con un altro poco credibile capo locale, che vendette loro per 8.000 talleri di Maria Teresa i suoi discutibili "diritti" sulla baia di Assab (subito contestati in effetti dall'Egitto).[1]

Come quelli che la stessa Gran Bretagna stipulava con altri capi locali della "costa dei pirati" (promossi per l'occasione anch'essi emiri o sultani) per ritagliarsi basi nel Golfo arabico e accerchiare la Mesopotamia, in cui alla vigilia della prima guerra mondiale erano divenuti preponderanti gli interessi tedeschi.

Il primo atto che rendeva pubblico il rapporto tra Gran Bretagna e Kuwait risale al 1914, quando ormai lo sfaldamento dell'impero ottomano - alleato per giunta degli Imperi Centrali - era tale da consentire di puntare apertamente alla spartizione delle spoglie.

Durante la prima guerra mondiale tutte le potenze dell'Intesa si affannano a ritagliarsi un pezzo di quella "terra troppo promessa", come l'aveva definita in un bel libro Massimo Massara. Sono gli anni degli accordi Sykes-Picot in cui Gran Bretagna e Francia si spartiscono il Vicino Oriente, delle contemporanee promesse di un grande regno arabo fatte da "Lawrence d'Arabia" allo sceriffo Hussein della Mecca, della dichiarazione Balfour che prometteva a sua volta ai sionisti un "focolare nazionale" su quelle stesse terre (senza avere su di esse alcun diritto, perché giuridicamente appartenevano ancora a Costantinopoli, mentre la popolazione - di cui gli ebrei rappresentavano appena 1'8% - rivendicava l'indipendenza).[2]

Da quelle vicende nasce l'artificioso Emirato del Kuwait (che comunque acquisterà una vera e propria struttura statale molto più tardi, dopo la scoperta del petrolio).

E' stato detto spesso che anche l'Iraq è stato creato altrettanto artificiosamente in quel periodo, ed è vero, perché mentre veniva privato di una parte della provincia di Basra (appunto il Kuwait) veniva esteso a nord, con l'incorporazione della provincia (vilayet) di Mosul, pressoché interamente curda ma ricca di petrolio.

Questo argomento è stato sollevato quasi a trovare una nuova colpa - prima della nascita - del solito Saddam Hussein. Ma l'assemblaggio di territori e popoli diversi in un solo Stato, come il rifiuto di mantenere l'impegno di creare un Kurdistan indipendente, sono interamente da addebitare all'imperialismo (in questo caso inglese, anche se lo stesso facevano i francesi ad esempio nel Libano).

L'Iraq fu inventato dalla Gran Bretagna, e di essa rimase prima formalmente "protettorato", poi Stato solo formalmente indipendente. Sul suo trono era stato collocato uno dei figli dello sceriffo Hussein della Mecca, Feisal I, a consolazione della perdita non solo del "grande regno arabo" promesso da Lawrence, ma perfino del piccolo regno hascemita dell'Higiaz, strappatogli da Ibn Saud. Lo stesso Feisal I era stato imposto inizialmente come re alla Siria, ma era stato cacciato da un'insurrezione repubblicana.

 

Il ruolo della finanza kuwaitiana

 

Ma torniamo al Kuwait. Non sono ovviamente le dubbie origini come Stato indipendente e i suoi incerti e discussi confini a renderlo inviso alla maggioranza degli arabi, giacché gran parte degli altri Stati ex coloniali hanno eredità di questo genere. Non è il passato, ma il presente e il futuro della dinastia degli al Sabah che la fa sentire estranea al mondo arabo.

La scoperta del petrolio nel Kuwait avviene abbastanza tardi, negli anni trenta, quando la Gran Bretagna aveva dovuto accettare (fin dal 1928) un accordo per la spartizione delle aree petrolifere con gli Stati Uniti (che sintomaticamente ebbero in quegli anni come ambasciatore a Londra Andrew Mellon, capo dell'impero della Gulf).

La guerra rese insicuro il trasporto del greggio, per cui la maggior parte dei giacimenti scoperti non vennero sfruttati e vennero utilizzati come riserva strategica e depositi a buon mercato. L'utilizzazione sistematica delle risorse del Kuwait comincia solo dopo il 1951, quando alla nazionalizzazione del petrolio iraniano effettuata da Mossadeq le "sette sorelle" risposero con un boicottaggio totale dell'Iran, e in particolare la Anglo Iranian Oil Company spostò la sua produzione verso le concessioni che aveva acquisito in Iraq e Kuwait. In quel periodo compaiono anche i giapponesi, che avranno nel Golfo arabico e nel Kuwait una delle principali fonti di approvvigionamento.[3]

A partire dagli anni Cinquanta compaiono nel settore anche altri europei, italiani compresi, che rendono meno monolitico il dominio delle "sette sorelle" e conquistano faticosamente posizioni concedendo percentuali più alte ai paesi concessionari. Nelle casse delle dinastie del Golfo cominciano ad affluire somme sempre più consistenti, di cui una minima parte viene investita in servizi sociali e infrastrutture a beneficio dello sviluppo del paese e del livello di vita della popolazione. La dinastia kuwaitiana degli al Sabah, pur utilizzando una parte dei suoi enormi introiti per concedersi un lusso sibaritico, ha saputo imboccare prima e meglio di altri la strada dell'investimento dei petrodollari nella finanza europea, giapponese e americana (diventato massiccio dopo il grande balzo del prezzo del petrolio nel 1973).

Gli investimenti kuwaitiani nel corso degli anni Ottanta hanno raggiunto posizioni di primissimo piano nell'economia di gran parte dei paesi capitalistici. La KIO (Kuwait Investment Office) è il primo investitore straniero in Giappone, ma anche in Spagna (dove controlla la maggioranza del pacchetto azionario della Torras Hostench). Controlla oltre il 20% delle azioni della Daimler Benz, della Metall Gesellschaft, del grande colosso della chimica tedesca Hoechst, oltre che delle principali società di assicurazione della Germania. In Italia il PIFSS (Public Institution for Social Security, il fondo pensioni del Kuwait) ha il secondo pacchetto di azioni e di titoli di risparmio della IFIL, subito dopo l'IFÌ di Agnelli.

In Gran Bretagna le tre grandi finanziarie kuwaitiane hanno acquistato enormi proprietà immobiliari, e avevano raggiunto nel 1990 anche il pacchetto di maggioranza relativa nella BP, quando la Thatcher le obbligò a venderne una parte per ragioni di prestigio e di sicurezza nazionale (ma pare che rivendendo un terzo delle azioni in loro possesso i finanzieri kuwaitiani abbiano realizzato molto più del doppio di quanto avevano speso per acquistare il tutto).

L'ostilità popolare diffusa nel mondo arabo nei confronti della finanza kuwaitiana (che si identifica sostanzialmente, come si è detto, con la grande famiglia dell' emiro) è ovviamente alimentata prima di tutto dallo stridente contrasto tra la sua ricchezza e l'indigenza della popolazione della regione. Ciò ha pesato ancor più durante la guerra del Golfo, di fronte allo spettacolo della jeunesse dorée kuwaitiana che se la spassava nelle discoteche e nei night club del Cairo, lasciando che altri combattessero in suo nome.[4]

Ma non si tratta solo di sdegno morale: in realtà il forte inserimento della finanza kuwaitiana nell'economia capitalistica mondiale ha determinato un ulteriore estraniamento dall'area di origine. Ad esempio i grandi investimenti in aziende del settore auto o chimico spingono i dirigenti kuwaitiani ad essere interessati più alla riduzione che all'aumento del prezzo del greggio. Va tenuto presente che nel 1989 il Kuwait ha ricavato 8,8 miliardi di dollari dai suoi investimenti esteri e 7,7 miliardi dall'esportazione petrolifera.

Per questa ragione, oltre che per l'insicurezza dell'assetto interno e di quello generale della regione, i governanti kuwaitiani hanno finito per preferire quella politica di svendita del petrolio che gli era stata rimproverata da Saddam Hussein (ma che era sgradita a molti altri, compresi i petrolieri americani), e che li aveva spinti a vendere sottobanco il loro ottimo petrolio a 7 dollari al barile quando il prezzo deciso dall'OPEC era di 17 dollari.

La proiezione sempre maggiore nell'alta finanza internazionale aveva allontanato sempre più il gruppo dirigente kuwaitiano dal suo stesso paese. Molti dei suoi principali esponenti trascorrevano ormai gran parte dell'anno a Francoforte, Londra, Tokio o New York, e i loro figli studiavano nei migliori colleges britannici.

Uno specialista inglese in chirurgia estetica ha rivelato in un'intervista ripresa in Italia dal "Corriere della Sera" che molti dei suoi clienti sono finanzieri arabi che gli chiedono di cancellare ogni traccia somatica delle loro origini. Probabilmente non sono solo kuwaitiani (anche i sauditi ad esempio hanno dato la scalata all'alta finanza, e un parente del re Fahd, al Waleed bin Talal, è divenuto addirittura il maggior azionista della grande banca nordamericana Citycorp), ma la ragione è la stessa: pienamente integrati nell'economia capitalistica, dotati di una perfetta educazione e di un'ottima pronuncia, al momento di cementare con un matrimonio un'intesa d'affari (analogamente a quanto facevano le dinastie regali di un tempo), si scontrano a volte con residui di pregiudizi "razziali".

 

Una trappola anche per l'emiro?

 

Questo ruolo troppo dinamico, e soprattutto la scelta di realizzare il massimo di liquidità vendendo molto di più di quanto deciso dall'OPEC e molto al di sotto del prezzo concordato, aveva dato fastidio a molti. All'Iraq, certamente, tanto più in quanto il Kuwait aveva prelevato durante la guerra Iraq-Iran enormi quantitativi di petrolio dai pozzi della zona contestata di Rumailah, approfittando del blocco pressoché totale della produzione delle esportazioni dei due contendenti. Secondo Saddam Hussein il Kuwait si era impossessato di una parte notevole delle riserve comuni (quel giacimento è a cavallo dell'incerto confine). Ma anche altri paesi produttori di petrolio, non esclusi gli Stati Uniti, erano stati danneggiati da quella politica di svendita a prezzi stracciati.

Tra il 1980 e il 1989 gli impianti petroliferi in funzione negli Stati Uniti si erano ridotti da 4.500 a 869, con gravi conseguenze occupazionali (cfr."Herald Tribune", 11 febbraio 1991). Gli Stati Uniti sono diventati il primo dei paesi importatori (pur restando il primo dei produttori). Nel 1990 il 47% del loro altissimo fabbisogno è stato coperto da importazioni. Mantenendo gli attuali trends, nel 2010 le importazioni arriverebbero al 65 % del consumo totale, con notevole pericolo per l'economia e per la stessa sicurezza del paese.[5]

Contrariamente a quanto affermato inizialmente da vari apologeti della spedizione nel Golfo, come Giorgio Bocca, la guerra ha avuto tra i suoi scopi quello di far salire e non di abbassare il prezzo del petrolio.

Non a livelli elevatissimi, ma neppure a quelli a cui portava il gioco al ribasso dei kuwaitiani. Più o meno intorno ai 20-21 dollari al barile, e soprattutto con minori fluttuazioni che in passato. Solo in questo modo il peso delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti potrebbe essere faticosamente contenuto portandolo nel 2010 al 45% del consumo totale invece che al 65% previsto per quella data dal Dipartimento dell'Energia in base ai ritmi attuali.

La condotta della guerra, con la distruzione sistematica dei pozzi kuwaitiani non meno di quelli iracheni, fa pensare che, spingendo l'emiro a irrigidirsi nelle trattative con l'Iraq, gli Stati Uniti pensavano di far cadere nella trappola non solo Saddam Hussein, ma anche i fastidiosi arrampicatori che avevano dato la scalata alle vette dell'alta finanza internazionale e ne avevano perturbato l'ordine. L'emiro, insomma, doveva fungere da esca ed essere mangiato.

 

Una ricostruzione a caro prezzo

 

Per la prima volta nella sua storia il Kuwait, subito dopo la fine della guerra, ha dovuto richiedere un prestito alle banche internazionali. Avendo avuto un ruolo di primo piano in quel sistematico strozzinaggio di alto bordo che ha portato la maggior parte dei PVS (paesi in via di sviluppo) a indebitarsi diventando "paesi in via di sprofondamento" (la sigla non cambia...), il Kuwait non ha fatto certamente ricorso con entusiasmo a questa misura.

Ma la vendita di parecchi pacchetti azionari minori, anche se non insignificanti, come il l0,1% della catena britannica Mount Charlotte, il 21,5% della Dewey Warren e la raffineria spagnola Ertoil, non è stata sufficiente ad affrontare le immense spese della ricostruzione. Anche la KIA (Kuwait Investement Agency) e altre istituzioni finanziarie (come ogni holding che si rispetti, la finanza kuwaitiana si nasconde dietro numerose società formalmente autonome, anche se alla loro testa troviamo sempre membri della famiglia al Sabah) hanno dovuto liquidare grandi quantità di titoli pubblici internazionali.

Il costo della ricostruzione è stato valutato inizialmente a 100 miliardi di dollari, ma già vengono ventilate spese di gran lunga superiori. Il regime di monopolio concesso dalla famiglia dell'emiro all'Army Corps of Engineers degli Stati Uniti non faciliterà certo una riduzione dei costi. Anche se dopo le proteste degli altri alleati (compresa la Gran Bretagna) per le assurde condizioni imposte alle società che volevano partecipare alle aste per la ricostruzione (48 ore di preavviso, ridotte di fatto a 41 per il gioco dei fusi orari), si è aperto qualche spiraglio per altre partecipazioni, non c'è dubbio che Motorola, Caterpillar, Bechtel Group, Fluor Corporation, Parsons Corporation si sono accaparrate già più del 70% della grossa torta. Anche le briciole concesse ad altri paesi sono subordinate alla supervisione della Bechtel, per cui saranno concesse soprattutto a filiali o società consociate a vario titolo (in Italia ad esempio la Belleli si è fatta avanti vantando una lunga cooperazione con la Bechtel).

«Tutto quello che c'è da rifare in Kuwait e in Iraq è già acquisito per i due terzi dai paesi che vi hanno combattuto e speso di più», ha dichiarato con franchezza a "la Repubblica" (15 marzo 1991) Gianni Agnelli. Egli, che era ovviamente favorevole a un maggior impegno militare dell'Italia, data la sua posizione preminente nell'industria delle armi, è particolarmente amareggiato perché la gigantesca fornitura di camion (ne sono stati distrutti 500.000) è finita nelle mani di Ford, General Motors e Chrysler.

Anche il Giappone ha espresso in vario modo la sua inquietudine, ricordando che molti degli impianti distrutti erano stati costruiti da ditte giapponesi. Dopo la guerra combattuta con le armi, diventa più palese la guerra economica interimperialista. E chiaramente il grande duello è tra Stati Uniti e Giappone, il paese che per ora rischia di essere il più danneggiato dalla guerra e dalle sue ricadute.

(…)

a.m. Inserito il18/2/2011



[1] Solo nel 1882 (quando la compagnia Rubattino rivendette all'Italia la baia, per un prezzo quattro volte superiore a quello pagato) il contratto venne reso pubblico presentandolo al parlamento italiano.

[2] Singolarmente la"Dichiarazione Balfour" si riferisce al 92% della popolazione come alle «esistenti comunità non ebraiche della regione»

[3] Cfr. Joe Stork, Il petrolio arabo, Rosenberg e Sellier, Torino, 1978; Peter Odell, Gli imperi del petrolio. Un'analisi geografica, Mazzetta, Milano, 1972 e André Nouschi, Le lolle per il petrolio nel Medio Oriente. Mursia, Milano, 1971.

[4] Un certo disagio si è diffuso anche in Inghilterra, di fronte alla scoperta che i "poveri profughi" kuwaitiani godevano nelle banche britanniche di un fido bancario giornaliero pro capite di 5.000 sterline (pari a circa 11 milioni di lire italiane). Ovviamente si trattava dei kuwaitiani di serie A, cioè discendenti dalle poche famiglie che risiedevano in quel territorio all'inizio della sua trasformazione in Stato.

Anche negli Stati Uniti d'altra parte ha suscitato scalpore la dichiarazione di un alto funzionario kuwaitiano che, a chi gli chiedeva perché suo figlio non era al fronte (non solo la "resistenza kuwaitiana", ma anche l'esercito in esilio era pressoché inesistente, anche se fortemente presente sui rotocalchi occidentali), rispondeva che non vedeva per quale ragione avrebbe dovuto farlo, avendo al suo servizio efficienti e ben remunerati "mercenari bianchi". Noam Chomski, riportando la notizia, commentava che sicuramente il notabile kuwaitiano non aveva guardato bene il colore della pelle dei "suoi mercenari", che erano in larga misura di colore.

[5] Per i dati sul petrolio segnalo il puntuale e interessante bollettino "Informazione Energetica Internazionale" redatto da Ornella Del Guasto per la Direzione Affari Internazionali dell'ENEA.



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