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Tutti con Draghi?

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 TUTTI D'ACCORDO CON DRAGHI ?

Una nota di Sergio Casanova

La scorsa settimana sono stati resi pubblici dall'Istat e dall'Inps dati che fotografano la condizione disastrosa dell'Italia in termini di occupazione, salari, pensioni, servizi sociali, in particolare per i giovani e le donne (allego una mia sintesi: Dati sul disastro sociale italiano, in appendice).

A giudicare dalla sua relazione, Draghi non ne ha avuto notizia.

Ciò non può stupire. Basti pensare che sarà il prossimo Presidente della BCE (l'autorità a-democratica che governa la politica economica della UE e che si è sempre dimostrata il vero e proprio tempio del neoliberismo europeo), riconoscimento in sé sufficiente a dimostrarne l'impostazione politica ed economica.

Eppure, in Italia, le parti politiche e sociali che dovrebbero rappresentare interessi tra loro contrapposti concordano sempre con lui, a conferma della sconfortante assenza di alternatività tra di esse.

Ieri Draghi ha tenuto la sua ultima relazione da Governatore della Banca d'Italia. Una relazione di piccolo cabotaggio, condensato di luoghi comuni del pensiero unico del mercato, a partire dalla politica di “austerità” come inevitabile ed unica via per la “crescita”. Leggere per credere, è scaricabile: http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/cf_10/cf10/cf10_considerazioni_finali.pdf

Eppure sia Berlusconi e Bersani che Marcegaglia e Camusso hanno trovato modo di elogiarla all'unisono, magari tirandola ognuno dalla sua parte.

Berlusconi ha detto che ''L'esecutivo ha fatto propria la sfida per coniugare, attraverso riforme strutturali, risanamento dei conti e ritorno alla crescita''. Bersani ha ribattuto che ''Dalla Relazione emerge una manovra che, al di là della sua inevitabilità, è contraria alla ripresa''. Governo e “opposizione” concordano dunque sulla necessità ineluttabile della politica di “austerità”, cioè di pesantissimi tagli alla spesa pubblica ( 5% di tagli, in termini reali, entro il 2014).

Marcegaglia ha espresso “una assoluta identità di vedute” con Draghi.

Camusso ha sostenuto: 1) che “Draghi è stato molto preciso nel dire che bisogna intervenire con una manovra che rispetti il Patto di stabilità dell'Unione Europea, ma che non può essere fatta con tagli lineari e senza investimenti. Una cosa diversa rispetto alle manovre fatte finora”. Sul tema dei contratti. 2) che “Draghi è stato molto corretto”, poiché “riconosce la rappresentanza come tema fondamentale nelle relazioni industriali”. 3) che "Il Governatore ha sottolineato come l'eccesso di flessibilità non sia utile e questo e' un fatto importante che si collega alle tante cose già dette da Draghi sui giovani ed il loro futuro".

Dunque, la leader della CGIL, da una parte, ha dato il proprio assenso ai tagli previsti dal citato nuovo Patto di stabilità UE (quello contro i quali hanno manifestato più volte tutti i sindacati europei, tranne CGIL, CISL e UIL!), dall'altra, ha falsificato il contenuto della relazione.

Sul mercato del lavoro, infatti, Draghi ha incitato a “Riequilibrare la flessibilità del mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata nelle modalità d’ingresso”. Il che significa: a) che la flessibilità/precarietà va redistribuita anche ai lavoratori oggi “privilegiati”; b) che la flessibilità va estesa alle modalità di uscita dal rapporto di lavoro (licenziamenti!). Il discorso sulla rappresentanza è immerso in un giudizio positivo del depotenziamento del contratto nazionale e in un riconoscimento dell'esigenza principale rivendicata da Marchionne da Pomigliano in poi: “Le relazioni industriali devono favorire l’ammodernamento e la competitività del sistema produttivo, nell’interesse di tutte le parti. Sono stati compiuti passi per rafforzare il ruolo della contrattazione aziendale, ma la prevalenza di quella nazionale, l’assenza di regole certe nella rappresentanza sindacale ancora limitano la possibilità per i lavoratori di assumere impegni nei confronti dell’azienda di appartenenza”.

Dunque, tutti e tutte con Draghi, gran sacerdote del liberismo. Complimenti!

(…)

 Allegato

 

DATI SUL DISASTRO SOCIALE ITALIANO

RAPPORTO ISTAT SULLA SITUAZIONE ITALIANA

(Percorso ANSA.it) 23 maggio, 22:10 in COORDINAMENTORSU.IT

 

In Italia "la crisi ha portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri, quasi dieci anni" e l'attuale "moderata ripresa" ne ha fatti recuperare 13. E' quanto si legge nel rapporto annuale dell'Istat, in cui si sottolinea anche che nel decennio 2001-2010 l'Italia "ha realizzato la performance di crescita peggiore tra tutti i Paesi dell'Unione europea, con un tasso medio annuo di appena lo 0,2% contro l'1,3% registrato dall'Ue e l'1,1% dell'Uem".

 

-532 MILA OCCUPATI IN 2009-2010, 501 MILA SONO UNDER 30 - "In Italia l'impatto della crisi sull'occupazione è stato pesante. Nel biennio 2009-2010 il numero di occupati è diminuito di 532 mila unità". I più colpiti sono stati i giovani tra i 15 e i 29 anni, fascia d'età in cui si registrano 501 mila occupati in meno.

 

1 GIOVANE SU 5 NE' STUDIA NE' LAVORA,SONO OLTRE 2 MLN - Nel 2010 sono poco oltre 2,1 milioni, 134 mila in più rispetto a un anno prima (+6,8%), i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione. Si tratta del 22,1% degli under 30, percentuale in aumento rispetto al 20,5% del 2009. Lo sottolinea l'Istat nel rapporto annuale 2010, in cui esamina il fenomeno dei cosiddetti NEET (Not in education, employment or training). L'incremento riguarda soprattutto i giovani del Nord Est, gli uomini e i diplomati, ma anche gli stranieri. Infatti, nel 2010, sono 310 mila gli stranieri NEET.

 

800 MILA DONNE ESCLUSE DA LAVORO PER NASCITA FIGLIO - Sono circa 800 mila le donne licenziate o messe in condizione di doversi dimettere a causa di una gravidanza. E' quanto emerge dal rapporto annuale 2010 dell'Istat, in base ad un'indagine condotta tra il 2008 e il 2009 sulla vita lavorativa delle madri. Si tratta dell'8,7% delle madri che lavorano o che hanno lavorato in passato e la percentuale sale al 13,1% per le donne giovani nate dopo il 1973. In generale, sottolinea l'Istat, il 15% delle donne smette di lavorare per la nascita di un figlio.

 

EMORRAGIA LAVORO AL SUD, MA E' CRISI ANCHE AL NORD - Nel biennio di crisi economica 2009-2010 "più della metà delle persone che hanno perso il lavoro erano residenti nel Mezzogiorno", dove l'occupazione si é ridotta di 280 unità. E' quanto emerge dal rapporto Istat 2010, in cui si evidenzia però come la recessione abbia colpito fortemente anche le Regioni del Nord, dove si contano 228 mila occupati in meno. "Le Regioni centrali - si legge nel rapporto – sono rimaste invece sostanzialmente indenni dalle ricadute della crisi".

 

SALARI - Lo stipendio netto di un italiano in media non supera i 1.300 euro mensili, una cifra che nasconde, però, la forte differenza che c'è tra uomini e donne, con le lavoratrici che hanno retribuzioni più basse del 20%. Ancora peggio va per gli stranieri, che ricevono una busta paga sotto i mille euro. I giovani, invece, scontano il fatto di essere neo-assunti e nei primi due anni di lavoro il salario medio è di appena 900 euro. È questa la fotografia scattata dall'Istat sulle retribuzioni nette mensili per dipendente nel 2010. Nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, l'Istituto calcola, infatti, che lo stipendio medio di un cittadino italiano è di 1.286 euro, frutto di una ricompensa di 1.407 euro per i lavoratori e di 1.131 euro per le lavoratrici; in altre parole le donne sono pagate un quarto in meno. Sugli stranieri la riduzione è ancora più forte, visto che la busta paga si ferma a 973 euro (-4%).

 

PENSIONI ( da rapporto INPS sulla pensioni). Analizzando la distribuzione delle pensioni INPS per classe di importo si osserva che il 50,8% delle pensioni erogate appartiene alla classe più bassa, con importi inferiori ai 500 euro mensili. Tale quota sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili. L’11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro. Dall’esame per classe di importo e sesso emergono notevoli differenze nella distribuzione degli importi tra i sessi. il 61,3% delle pensioni erogate alle donne si situa al di sotto dei 500 euro mensili, a fronte del 36% per gli uomini. Nella classe di importo immediatamente successiva, da 500 a 1.000 euro mensili, continuano a prevalere le pensioni femminili con il 30,5% rispetto al 24,9% delle pensioni maschili. il trend si inverte nelle classi di importo più elevato, laddove le pensioni dei titolari maschi presentano pesi percentuali nettamente più significativi: il 18,9% tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili (contro il 5,6% per le donne) e il 20,2% con importi superiori ai 1.500 euro mensili (a fronte di appena il 2,6% per le pensioni erogate alle donne) (Figura 4.26)

 

EROSO RISPARMIO FAMIGLIE, ITALIA SOTTO BIG UE - Le famiglie italiane, per salvaguardare il livello dei consumi, hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio, "sceso per la prima volta al di sotto di quello delle altre grandi economie dell'Uem", ovvero dell'eurozona.

L'Istat sottolinea che lo scorso anno la propensione al risparmio delle famiglie si è attestata al 9,1%, "il valore più basso dal 1990".

 

1 ITALIANO SU 4 'SPERIMENTA' POVERTA',ESCLUSIONE - Circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) "sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale". Si tratta di un valore - rileva l'Istat - superiore alla media Ue che è del 23,1%.

Il rischio povertà riguarda circa 7,5 milioni di individui (12,5% della popolazione). Mentre 1,7 milione di persone (2,9%) si trova in condizione di grave deprivazione si trova 1,7 milione (2,9%) e 1,8 milione (3%) in un'intensità lavorativa molto bassa. Si trovano in quest'ultima condizione l'8,8% delle persone con meno di 60 anni (6,6% contro il valore medio del 9%). Solo l'1% della popolazione (circa 611 mila individui) vive in una famiglia contemporaneamente a rischio di povertà, deprivata e a intensità di lavoro molto bassa. Nelle regioni meridionali, dove risiede circa un terzo degli italiani, vive il 57% delle persone a rischio povertà (8,5 milioni) e il 77% di quelle che convivono sia col rischio, sia con la deprivazione sia con intensità di lavoro molto bassa (469 mila).

 

QUASI 2 MLN ITALIANI CON PROBLEMI SALUTE SENZA AIUTO - Quasi due milioni di

italiani con limitazioni della salute non sono raggiunti da alcun tipo di sostegno. Si tratta di persone che vivono sole o con altre persone con limitazioni, o in un contesto familiare parzialmente o del tutto incapace di rispondere ai loro bisogni. Il 37,6% di queste persone è residente nel Mezzogiorno.

Lo afferma il rapporto annuale dell'Istat.

 

DONNE 'CARE GIVER', 2,1 MLD ORE DI AIUTO L'ANNO - La rete di aiuto e cura informale in Italia si regge sulle donne. Sono loro a svolgere i due terzi del totale delle ore svolte, ben 2,1 miliardi l'anno. Emerge dal rapporto annuale dell'Istat, secondo il quale, sono aumentati gli aiuti gratuiti fra persone che non coabitano (care giver).

 

…..ma tranquillizzate i monopolisti dell'“informazione”, i profitti salgono, quindi staremo tutti meglio!!!

Le imprese stanno bene, grazie: i profitti delle 500 più grandi al mondo (Standard & Poor's) sono aumentati del 18,7% l'anno scorso. Nonostante ciò, The Economist, rivista ultraliberale (ma lucida), nota anche che "i benefici della ripresa sono andati quasi interamente a favore dei proprietari del capitale, piuttosto che ai lavoratori".

E questo in proporzioni senza precedenti: negli Stati Uniti, i profitti sono aumentati di 528 miliardi di dollari dall'inizio della ripresa, mentre i salari solo di 168 miliardi di dollari. In Germania, 113 miliardi di euro sono andati ai profitti e solo 36 miliardi ai salari. Nel Regno Unito, i profitti sono aumentati di 14 miliardi di sterline, mentre i salari si abbassavano di due miliardi.

(Da Michel Husson, 12/05/2011)



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