Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Eretici non comunisti…

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Eretici non comunisti…

 

Circa un anno fa avevo recensito il primo volume de L’altro novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, sul sito come Comunisti eretici. Avevo cercato di comprendere alcuni limiti visibili già nell’impostazione dell’opera, e nella sua suddivisione in cinque volumi: d’altra parte, osservavo, “il progetto è così ampio che è possibile debba essere modificato in corso d’opera. Vedremo”, concludevo.

Il secondo volume, che ha mantenuto il titolo annunciato, Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989, conferma le preoccupazioni che avevo espresso in quella recensione. Naturalmente, in un’opera cosi ampia, non possono non esserci anche saggi pregevoli. Tra essi segnalo quello di Andrea Panaccione, La prima epoca delle rivolte nel socialismo reale: 1953-1956, quello di Marco Clementi su Il dissenso in URSS, Le lotte operaie in Polonia di Davide Artico, e pochi altri, quasi tutti nella prima parte dedicata a Lotte politiche e conflitti sociali.

I criteri usati in questo secondo volume mi avrebbero spinto a ignorare del tutto il libro, ma la recensione di Roberto Finelli pubblicata su il manifesto del 9 luglio mi ha colpito e ha stimolato questo intervento. La ragione è che avevo apprezzato in molte occasioni la produzione di Finelli, e tra l’altro nella recensione al primo volume dell’opera avevo segnalato positivamente il suo saggio su Antonio Gramsci. La rifondazione di un marxismo «senza corpo». (Mi ero stupito però che Poggio nella presentazione si fosse quasi giustificato per aver inserito Gramsci e Lukács tra i marxisti eterodossi. Io ci avrei messo casomai anche Lenin: ogni vero rivoluzionario non può essere “ortodosso”…). D’altra parte concordo anche con alcune considerazioni nella parte finale del lungo articolo di Finelli, in particolare quando a proposito delle “culture del Sessantotto” denuncia la “corriva disposizione all'autosufficienza”. Meno convincente che ci sia stato “un sempre troppo rapido trapassare dalla teoria alla prassi”, dato che nella mia esperienza di militante trotskista che non rifiutava affatto il contatto con la cosiddetta “Nuova sinistra” avevo rilevato piuttosto la classica subordinazione di una “teoria” (più o meno raffazzonata) a una prassi che almeno dal 1972 imitava sempre più, linguaggio a parte, i partiti tradizionali della sinistra.

Mi aveva convinto anche l’osservazione che – con la mediazione di Althusser, ma non solo – ci sia stato nella sinistra radicale un “rifiuto radicale di ogni dimensione dialettica”. Ma mi sorprendeva la conclusione di Finelli: “di tutto ciò, ovviamente, c'è solo da discutere e i volumi sull'Altronovecento della Fondazione Micheletti costituiscono un'ottima occasione per tornare a confrontarci sui temi di fondo del nostro passato e del nostro avvenire”. Possibile una valutazione tanto diversa? Non è possibile che si tratti di una recensione come se ne trovano tante, che presentano un libro ponderoso dopo averne scorso solo il sommario e la quarta di copertina? Impossibile, dato che Roberto Finelli viene indicato da Pier Paolo Poggio come appartenente a quel “gruppo di persone che ha costituito una forma di consulta scientifica dialogante o che, con diversa frequenza” si sono riunite attorno allo stesso tavolo.

E allora cerco prima di tutto di far capire perché questo tomo mi ha scandalizzato tanto, e poi di spiegarmi le ragioni di un giudizio tanto positivo da parte di uno studioso come Finelli su un’opera così squilibrata, ben più di quanto non apparisse dal suo primo volume.

 

Prima di tutto, cosa non c’è nel libro. In oltre ottocento pagine, in cui ce ne sono molte decine dedicate ad esempio all’inesistente “Internazionale situazionista” e al suo leader Guy Debord, stupisce che non ci sia neppure un accenno alla corrente trotskista perfino nella ricostruzione del maggio francese, ridotto al solo Daniel Cohn-Bendit e al folklore. O c’è solo indirettamente, attraverso le critiche di quelle “decine di militanti” che ne uscirono nel 1949 per dare vita a un gruppo, “Socialisme ou barbarie”, che si estinguerà dopo una quindicina di anni, senza lasciare troppe tracce: secondo l’autore del saggio, Daniel Blanchard, alla vigilia del sessantotto il gruppo “non solo non interviene nei movimenti” ma “non li vede nemmeno”.

Senza dilungarmi troppo nell’elencare quelli di cui questo volume parla ampiamente, senza che abbiano avuto molto a che fare con il comunismo eretico, e con i movimenti, segnalo qualche altra “assenza”. È vero che ci sarà anche un volume sulle Americhe, ma è possibile che Guevara sia nominato solo un paio di volte per le T-shirt con la sua immagine, una volta come poster, o un’altra come “genere di consumo”, come se il guevarismo non avesse avuto un’influenza profonda e duratura su una parte della sinistra rivoluzionaria nel mondo? Forse perché ne ebbe meno in Italia, per il peso delle correnti maoiste (più o meno ortodosse o sofisticate), e soprattutto per l’ostilità profonda del PCI (non solo con la frase di Giorgio Amendola sugli “strateghi da farmacia”) ma non c’è solo l’Italia… E che dire dello spazio dedicato a qualsiasi personaggio proveniente dall’area dell’autonomia o contiguo ad essa, compreso Alberto Asor Rosa, mentre non c’è neppure un accenno a Livio Maitan? Ernest Mandel viene citato di sfuggita, in nota, solo come partecipante, tra i tanti, a due iniziative berlinesi su Rudolf Bahro.

Iniziative a cui Mandel non era un invitato qualsiasi, ma uno dei promotori. Ricordo bene come tutta la Quarta Internazionale fosse impegnata in quegli anni non solo in una generica solidarietà con i marxisti perseguitati all’est (fossero vicini ad essa, come Peter Uhl o Kuron e Modzelewski, o appartenenti ad altre tendenze). E ricordo anche bene come la redazione de “il manifesto”, nella persona del suo dirigente storico Valentino Parlato, mi derise quando feci l’ultimo tentativo di ottenere sulle pagine del “quotidiano comunista” una segnalazione per la rivista bimestrale “Critica comunista”, dignitosa e non certo “bollettino parrocchiale” come a lui sembrava (per avere un’idea di cosa fosse Critica Comunista si vedano i sommari e la presentazione della rivista qui). Non ottenni mai la minima segnalazione (mentre venivano recensiti con simpatia ed ampio spazio perfino modestissimi “numeri zero” di bollettini ciclostilati apparsi in qualche paese sperduto). Unica possibilità per la nostra rivista, era pagarsi costosissime manchettes. Per aggirare un rifiuto già sperimentato, e che aveva dietro una immotivata boria, in quel caso gli avevo offerto “in anteprima” uno scoop interessante: avevamo scoperto che la casa editrice socialista, Sugar, che per conto di Craxi si presentava come protettrice disinteressata del dissenso all’est, aveva censurato il bel libro Die Alternative di Bahro omettendo proprio i due capitoli che indicavano chiaramente una prospettiva comunista, e non solo una denuncia della società burocratica della Repubblica Democratica Tedesca. La responsabilità principale era del direttore della collana “1984”, Paolo Flores d’Arcais, che in quel periodo forniva a Craxi una copertura “antistalinista di sinistra”, ma aveva già ottimi rapporti col Manifesto… E Parlato ignorò l’offerta.

E qui comincio a capire meglio. Roberto Finelli ha anche partecipato ad alcune iniziative del Centro Studi Livio Maitan, ma la sua formazione, come quella di Poggio, era diversa da quella di Livio: era quella di una generazione arrivata al marxismo nelle Università, lontana dall’impegno militante, che sui movimenti di quegli anni si sono fatti un’opinione prevalentemente sui libri, e… sul Manifesto. Non può forse neppure rendersi conto della sproporzione tra i 12 numeri (in dieci anni) dell’Internazionale situazionista, e l’impegno costante di un nucleo di militanti trotskisti a volte modesto, a volte più consistente e radicato in fabbriche importanti, e che pesava ben più di molti degli intellettuali esaltati nel volume. Ad esempio la rivista “Bandiera Rossa”, nata nel lontano 1950, è uscita in continuazione con frequenze diverse (tra settimanale e mensile), a volte affiancata da libri o quaderni di studio, fino al 2002, quando non scomparve ma cedette il passo a una nuova rivista, “Erre”, più aperta e proiettata sui nuovi compiti di costruzione di un partito anticapitalista e antimperialista a partire dalla “generazione di Genova”. “Bandiera rossa” aveva tra l’altro già una notevole ricchezza di collaborazioni, come si può desumere dagli Indici parziali per il periodo 1994-2000 che ho inserito sul sito.

Roberto Finelli, d’altra parte, riprende nella sua recensione una frase di Poggio che mi aveva colpito: “L’accento è stato posto sui singoli piuttosto che sulle correnti e i raggruppamenti perché questi rivoluzionari anticapitalisti e antifascisti, oltre che avversari indomabili dello stalinismo, non riuscirono a dare vita, nonostante le loro aspirazioni, a partiti e a movimenti di qualche consistenza”. Questo scriveva Pier Paolo Poggio nella presentazione del primo volume, ma Finelli dice praticamente la stessa cosa: “Basti pensare alla questione di fondo del perché quei movimenti non siano stati capaci di tradurre la loro protesta, pure prolungata e radicale, in una proposta egemonica di emancipazione e trasformazione sociale”. È così sicuro che semplicemente “non siano stati capaci”? Se si guarda non solo ai cenacoli intellettuali, ma a organizzazioni militanti come furono Lotta Continua o Avanguardia Operaia, e ancor più ai GCR-LCR, che per anni hanno sofferto anche per la tenace ostilità antitrotskista della burocrazia politica e sindacale stalinista, emergono tante storie drammatiche, che vanno dai trasferimenti o anche licenziamenti di quadri operai di fabbrica, alle discriminazioni e agli ostacoli all’insegnamento di docenti marxisti rivoluzionari. E questo anche per un paese democratico come l’Italia, ma si può immaginare quanto una tendenza internazionale come quella trotskista l’abbia pagato ben più duramente in America Latina, nel mondo arabo, in Asia e in Africa.

Tutto ciò, in un libro come questo, rimane fuori, e dispiace che il benevolo recensore non l’abbia colto.

Comunque riporto integralmente, in fondo, la recensione di Roberto Finelli. (a.m. 19/7/11)

 

P.S. Sono molte le pagine di questo libro che mi hanno indignato, e mi avevano spinto inizialmente a ignorare del tutto il libro. Ma visto che la recensione di Finelli mi ha fatto cambiare idea, almeno qualche altra osservazione la devo ancora fare.

Prima di tutto, il saggio di Pier Paolo Poggio su Crisi e fine del comunismo sovietico, pur nel complesso accettabile, rivela con parecchie sviste e inesattezze che egli ha affrontato una materia poco conosciuta (come avevo già osservato in Comunisti eretici a proposito delle attribuzioni a Trotskij e a Lenin di posizioni lontanissime da quelle reali, ma diffuse in una pubblicistica superficiale). Ad esempio è bizzarra la tesi che Stalin nella seconda guerra mondiale volesse “fare dell’URSS una superpotenza in grado di vincere la lotta per la supremazia mondiale”, e a tal fine utilizzasse “i movimenti rivoluzionari, anticoloniali e antimperialisti”. Una tesi contraddetta da tutti i fatti, a partire dalla metà degli anni Trenta, in cui ci fu la subordinazione di ogni processo rivoluzionario, soprattutto anticoloniale, all’intesa con l’imperialismo franco-britannico. Una tesi per giunta negata in parte nella pagina successiva, quando Poggio sostiene che “Stalin non colse le potenzialità dei moti di liberazione in atto nelle colonie e nemmeno la portata della rivoluzione cinese a guida maoista”. La realtà è che Stalin la colse, ma la usò come moneta di scambio per avere via libera alla sua espansione territoriale secondo le direttrici tradizionali dell’impero zarista. E infischiandosene totalmente dei popoli, come è esemplificato dall’intervento nel Medio Oriente di cui ho scritto recentemente: Perché Stalin creò Israele. Ma nell’insieme questo saggio è accettabile, anche se rivela un carattere sostanzialmente compilativo, che permette qua e là sviste sorprendenti: ad esempio Poggio scrive che dopo il 1945 si tenta di fare del Gulag “una struttura produttiva in grado di porre rimedio ai vuoti causati dalla guerra” sicché i detenuti passano da 1,5 milioni a 2,5 “a cui sono da aggiungere altrettanti coloni (?) deportati forzosamente (in primo luogo tedeschi e ceceni)”. Che vuol dire? Chi erano quei “coloni”? L’accenno ai ceceni fa pensare ai tedeschi del Volga, ma certo non si poteva arrivare così a due milioni e mezzo. Ma quello che è fastidioso è il tono saccente con cui si conclude che “dopo l’89 e la fine dell’Unione Sovietica il comunismo è scomparso, ma non del tutto. “A parte i nostalgici, esso aleggia in confuse teorie politico filosofiche ed è presente in deboli esperienze che cercano di coniugare universale e locale”. Boh! Ma Poggio è sicuro che “siccome però né il capitalismo planetario né i fondamentalismi pseudo-universalistici che lo fronteggiano sembrano in grado di dare una soluzione dignitosa alla sopravvivenza e vita dell’umanità attuale, è possibile che la scomparsa del comunismo sia solo temporanea”. Bene, ma Poggio precisa che “di sicuro non potrà ripresentarsi nella sua veste novecentesca”. Quale? Quella dei boia, o di quelle vittime di cui Poggio ha dato ben poco conto, e di cui ha spesso deformato le reali posizioni? Il termine “novecentesco”, non a caso principale cavallo di battaglia delle fantasie “teoriche” di Fausto Bertinotti, è utile quanto quel “terzinternazionalista” tanto in voga nella defunta “Nuova sinistra”, che metteva sullo stesso piano la Terza Internazionale dei primi anni, in cui tendenze diverse si confrontavano e discutevano appassionatamente ma liberamente, e l’orrida appendice della burocrazia sovietica che ha spacciato per rivoluzionarie le riscoperte della collaborazione di classe nei Fronti Popolari, e per antimperialista e amante della pace a volte Hitler, a volte Churchill…

Più discutibile ancora la Presentazione vera e proprio, dello stesso Poggio, in cui ci sono perle di fumosità come la domanda se la “rappresentazione dicotomica” del Novecento come incentrata sul crollo del 1989 sarebbe “il portato di una concezione, ad un tempo leniniana e schmittiana, secondo cui il politico e la Storia tout court sarebbero l’esito di un conflitto polarizzato e irriducibile?” Oppure questa, che arriva dopo una lunga panoramica di pensatori forse comunisti, ma ben poco eretici: “In ogni caso nessun’altra elaborazione teorica e prassi politica, soprattutto nel contesto europeo, ha anticipato la contestazione giovanile, studentesco-operaia, quanto Socialisme ou Barbarie o l’Internazionale situazionista. Un’identificazione così forte da bruciare e consumare queste esperienze nel giro di pochi mesi e anni, o in anticipo su di essi, come nel caso di Socialisme ou Barbarie, con il rischio di entrare in una dimensione mitica e memoriale improduttiva, oltre che in balia delle oscillanti e antitetiche rappresentazioni del Sessantotto”. Quante chiacchiere per dire che nel 1968 Socialisme ou Barbarie non c’era più, e che dell’Internazionale situazionista erano rimasti solo due dei “membri storici”, impegnati soprattutto a un’opera di “demistificazione”, che aveva lo scopo di “denunciare il proselitismo dei gruppi rivoluzionari fra gli studenti e i giovani proletari attraverso l’ideologia antimperialista che, in piena Guerra Fredda, impediva loro di aprire gli occhi sul fatto che la guerra in Vietnam, lungi dall’essere una aberrazione di un cattivo governo, era la logica conseguenza dei rapporti di classe del capitalismo privato in competizione con il capitalismo tecnocratico di Stato per accaparrarsi gli ultimi scampoli dell’economia mondiale ancora non controllati” (quest’ultima citazione non è presa dall’Introduzione di Poggio, ma dal saggio di Gianfranco Marelli, a p. 199).

Tornando all’Introduzione, mi sembra da segnalare che quando Poggio ammette che quando “a contatto del movimento di contestazione antisistemica generale” sembra poter rinascere il comunismo eretico, ciò avverrebbe attraverso “gruppi politici che si rifanno ad una qualche eresia del comunismo novecentesco, ma anche alla più stretta e surreale ortodossia”. Boh… Ma Poggio poi si rassicura: “In realtà sono fuochi di paglia destinati a consumarsi rapidamente. Il comunismo eretico può vivere solo in lotta e polemica con quello ufficiale e statale. In caso contrario viene assorbito o sopravvive come setta religiosa astorica”. Quanto all’ecologismo, a cui Poggio ha dedicato un libro, sarebbe “attraversato da contraddizioni irrisolte che derivano dalla sua collocazione al di là della destra e della sinistra, quindi al di fuori delle coordinate di fondo della politica otto-novecentesca”. È proprio sicuro che quello al di là della destra e della sinistra sia l’unico ecologismo possibile?

C’è poco da sperare dai prossimi volumi, comunque, se non si capisce che la definizione di “eretico” è stata imposta per decenni da una grossolana e cinica ortodossia: in realtà si doveva parlare di marxisti non dogmatici, e non subordinati a qualche ragion di Stato, come era stato agli albori del movimento operaio, e nei primi anni dell’Internazionale comunista. (a.m. 20/7/11)

 PPS Un indiretta conferma al mio giudizio severo viene da una recensione di Angelo D'Orsi su Tuttolibri del 30/7/11, che pure attribuisce qualche merito a "questo enorme lavoro collettivo, che affronta una enorme massa critica di temi", e che in qualche modo è "come il precedente, un utile repertorio al quale si possono attingere innumerevoli spunti [...] sul pensiero politico e la concreta esperienza storica del XX secolo". Ho qualche dubbio che il repertorio sia utile, ma D'Orsi registra almeno l'assenza, nel secondo come nel primo volume, di Gramsci, e aggiunge che mettere insieme i personaggi più disparati "suscita qualche perplessità" e "talora un certo disorientamento". (a.m. 2/8/11)


ALTRONOVECENTO
Ben scavato vecchie talpe

di Roberto Finelli (da il manifesto)
Pubblicato da Jaca Book il secondo volume di un'opera coordinata dalla Fondazione Micheletti sulle esperienze e le culture politiche che aspiravano a una trasformazione radicale della società senza seguire la strada maestra del movimento operaio ufficiale

 

È stato da poco pubblicato Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989, il secondo volume di un'impresa culturale e politica di grandissimo respiro - sulla storia passata e il futuro possibile del «comunismo» - promossa dalla Fondazione Micheletti di Brescia e dall'Editoriale Jaca Book, sotto la guida di quello storico acuto e raffinato che è Pier Paolo Poggio. Il disinteresse e il silenzio, pressoché totale, riservato al primo volume (L'età del comunismo sovietico. Europa 1900-1945) da esperti e non esperti, istituzioni culturali e mass media, è, ovviamente un segno dei tempi che stiamo vivendo, ed è pari, in modo inverso, alla complessità e alla dignità dell'opera in questione. Giacchè di «opera» sul «comunismo eretico» bisogna parlare, data la quantità degli studiosi e delle competenze, di seminari e discussioni, messi in campo per la sua realizzazione, prevista in cinque volumi, dal titolo complessivo L'Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (gli altri volumi seguiranno nell'ordine, rispettivamente: Capitalismo e rivoluzione nelle Americhe. 1900-1989; Anticolonialismo e comunismo in Africa e Asia. 1900-1989; Comunismo e pensiero critico nel XXI secolo).
Lo scopo fondamentale di tale amplia mole di lavoro è di sottrarre le «dignità» civili e antropologiche, implicite nell'idea di comunismo, alla sepoltura definitiva cui nell'opinione dei più sono state consegnate con il crollo dell'Unione Sovietica nel 1989 e l'implosione del cosiddetto «comunismo realizzato». E lo vuole fare attraverso la presentazione - sintetica ma nello stesso tempo ricca di categorie, concetti, connessioni storiche - dei pensatori e dei movimenti che durante il Novecento hanno radicalmente criticato sia il capitalismo e la civiltà liberistica da un lato che, dall'altro, il comunismo sovietico e i partiti, anche e sopratutto occidentali, che se ne sono fatti testimoni partecipi e garanti.

Eretici e minoritari
Così se il Novecento oggi, nell'opinione più diffusa, alimentata e moltiplicata dai più diversi apparati (dis)informativi, è stato il secolo del comunismo e del suo conclusivo fallimento - e dunque di ogni sua impossibile riproposizione futura - l'opera guidata da Poggio vuole far emergere l'Altro Novecento, cioè quel complesso minoritario di teorici, studiosi, ma anche di movimenti e correnti dell'emancipazione, che, schiacciati tra l'egemonia dello stalinismo e del capitalismo, hanno provato comunque a concepire un'idea e una pratica del comunismo diverse da quelle del movimento operaio ufficiale. Che si sono cioè provati - con molte differenze tra di loro, spesso in modo assai parziale o contraddittorio, in periodi e contingenze storiche assai diverse - a pensare e ad agire un modello di comunismo che fuoriuscisse, in qualche modo, da quella logica di potenza e forza che ha caratterizzato l'agire e il pensare delle forme socio-politiche dominanti il Novecento, e che è riassumibile nel modello conflittuale «amico/nemico».
In tale modello i poli che si contrappongono tra loro, e radicalmente si rifiutano radicalmente quale forme eterogenee di civiltà, a ben vedere sono, non sono opposti, ma identici. Giacché la contrapposizione assoluta li obbliga, ciascuno per suo verso, a militarizzarsi contro l'altro, proiettando ogni forza critica verso l'esterno e vietandosi di usufruire di qualsiasi capacità, e creatività, di autocritica verso l'interno. Per cui, a muovere da quella logica identitaria, non c'è, in effetti, possibilità alcuna di trasformazione storica e di vera emancipazione sociale.
È ben noto del resto quanto il pensiero di Carl Schmitt, eroe celebrato di quella riduttiva e semplicistica teoria della politica, sia stato ben lontano, come tutti sanno, da qualsiasi dimestichezza con una riflessione filosoficamente accurata su temi come quelli dell'identità e l'opposizione. Viceversa il comunismo eretico è quanto s'è provato, in tutto l'arco del Novecento e nella varia configurazione degli autori che vengono iscritti in quella formula, a pensare l'organizzazione, teorica e pratica, di un comunismo che non derivasse il suo agire dai modelli della guerra civile e di classe e della guerra tra Stati - che non pensasse cioè solo in negativo - ma che, in modo autoriflesso, guardasse in sé, a coniugare tipologie organizzative e modalità nuove di relazione umana, in tutti i campi a partire da quello del lavoro, che contenessero i livelli più bassi possibile di repressione, disuguaglianza e autoritarismo. Si pensi ad esempio, per quanto riguarda il comunismo eretico italiano del secondo dopoguerra, a percorsi come quelli di Danilo Montaldi, Raniero Panieri e Franco Fortini: il primo con il suo andare all'esperienza di vita proletaria, alla storia e biografia concreta dei militanti, alla formazione dei gruppi di base, fuori dell'organizzazione burocratizzata dei partiti della sinistra e della loro ricerca di mediazione sociale con i ceti medi; il secondo con la critica della neutralità della tecnica e per un socialismo della democrazia diretta; il terzo alla ricerca di una inclusione possibile nell'orizzonte dell'egualitarismo e dell'universalismo comunista dei valori e delle problematiche dell'esistenza individuale, con la sua insopprimibile emotività, caducità corporea, irripetibilità e mortalità.
Voci e percorsi, che non potevano che essere di minoranza estrema, schiacciati e soffocati, com'erano, dal clima della guerra fredda e dagli arroccamenti della logica dicotomica che ne derivava. Dalla quale furono invece pesantemente condizionati molti degli intellettuali, spesso ridotti al rango di propagandisti, che avevano aderito in Italia a un Pci che, a ben vedere, già a metà degli anni Cinquanta, con la neutralizzazione nazionalistica e riformistica dell'opera di Gramsci compiuta dall'abilità di Togliatti, aveva esaurito la sua capacità di produrre una vera egemonia culturale. E che giunsero ben presto a testimoniare le paradossali diagnosi da parte del Pci sulle presunte arretratezze del capitalismo italiano, proprio mentre stava maturando lo sviluppo del miracolo economico, e soprattutto come testimoniò l'atteggiamento sostanzialmente acritico nei confronto dell'Urss, anche dopo la crisi ungherese del '56.

Prospettiva mondiale
Lo sguardo dei molti curatori che hanno partecipato alla stesura del volume è, come s'è detto, non limitato alla sola Italia, bensì esteso all'intera Europa, in saggi che coprono sia quanto è accaduto sul piano reale delle lotte politiche e dei conflitti sociali che su quello ideale dei convincimenti e delle ideologie, sia nella loro dimensione collettiva di ideologie collettive che nella loro formulazione di filosofie e teorie individuali. Dalle rivolte nel socialismo reale e le lotte operaie in Polonia, al maggio francese, al Sessantotto in Italia e in Germania, al dissenso russo; da Socialisme ou Barbarie e «L'internazionale situazionista» all'operaismo italiano, alla British New Left, al femminismo; da Sartre, Althusser, Jürgen Krahl, per citarne solo alcuni, a Günther Anders, a Guy Debord, Michel Foucault, Hannah Arendt; da Lelio Basso, Lefebvre, Timpanaro a Clastres, Deleuze, Patocka.
Uno degli intenti dell'opera è infatti anche quello di ritornare ad approfondire e a meditare le connessioni che si sono date tra piano reale e piano ideale, tra movimenti sociali e movimenti d'idee, soprattutto quando, come a partire dal '68, le idee del comunismo eretico, e di un complessivo pensiero critico del comunismo dei partiti e degli Stati, escono dal ghetto minoritario in cui le avevano emarginate, almeno per tutto il ventennio postbellico, le ideologie dominanti del liberalismo capitalistico e dello stalinismo, e provano a farsi alimento di comportamenti generalizzati e di massa.
Ovviamente qui non si può fare cenno alcuno al contenuto e alle tematiche degli specifici contributi, la cui varietà e agilità espositiva costituisce per altro il valore anche letterario ed espositivo di un'opera in cui ogni voce si costituisce come un capitolo in sé sufficientemente concluso e si propone perciò come facile lettura a chi, soprattutto delle giovani generazioni, si volesse avvicinare a questa singolare storia riassuntiva del Novecento.
Ma non si può non sottolineare l'utilità della lettura per chi, in particolare, voglia appunto tornare a pensare e a problematizzare quanto è accaduto in Europa con i movimenti antisistemici degli anni Sessanta e Settanta, su quali siano state, rispetto alla tradizione, le contrapposizioni di valori e le rotture teoriche più significative, quale le loro insufficienze, anche radicali e drammatiche, e quanto, da tutto ciò, rimandi a un'idea di comunismo, non da cancellare, bensì da ripensare profondamente per il futuro, appunto senza rimuovere quanto di meglio ha in tal senso sedimentato l'Altronovecento. Basti pensare alla questione di fondo del perché quei movimenti non siano stati capaci di tradurre la loro protesta, pure prolungata e radicale, in una proposta egemonica di emancipazione e trasformazione sociale.
Del perché cioè quegli anni di mobilitazione collettiva, estesa a pressoché tutti gli ambiti della società, si siano poi rovesciati a partire dagli anni Ottanta nel rifiuto delle ideologie, di ogni ipotesi di cambiamento sistematico e globale dell'assetto sociale, nell'accettazione, con il crollo dell'Urss nel 1989, del capitalismo quale orizzonte unico, per quanto mitigabile, di civiltà. Tanto che di quegli anni di rivolta, come frutto migliore, è rimasto solo il femminismo, con la sua giusta attenzione alle tematiche antropologiche della differenza di genere, ai sentimenti, al corpo, ma con la sua rinuncia strutturale alla politica, quale cultura e ricerca della fuoriuscita dal capitalismo.

La dialettica negata
Del resto produrre egemonia da parte delle culture del Sessantotto avrebbe significato mettere in campo, accanto alla forza della negazione, una forza di confronto, di discussione e di sintesi che per lo più è mancata, a motivo di una corriva disposizione all'autosufficienza e di un sempre troppo rapido trapassare dalla teoria alla prassi. Così, sul piano più propriamente teorico, prima la riflessione di Louis Althusser e dei suoi «allievi», con la sua pretesa di fondare la scienza della storia e la società del capitale a muovere dallo strutturalismo linguistico invece che dalla tradizione dialettica, poi la filosofia francese del desiderio, della dispersione rizomatica, del differenzialismo e dell'evenemenziale hanno potuto consegnare il ribellismo delle generazioni degli anni Sessanta e Settanta a una contrapposizione astratta a tutto quell'orizzonte dialettico, di'ispirazione hegeliana, che aveva costituito, nel bene e nel male, la cultura del marxismo ottocentesco e della prima metà del Novecento.
E proprio l'incapacità di mediare Germania e Francia, pensiero dialettico dell'identità e pensiero della differenza, è stata, per quelle generazioni, a parere di chi scrive, sul piano delle idealità, il segno della più grave insufficienza conoscitiva e politica. Basti pensare ad esempio quanto la valorizzazione dello scientismo operata da Galvano della Volpe e dalla sua scuola, con la sconcertante riduzione della filosofia di Hegel a teologia dissimulata d'ispirazione neoplatonica, se da un lato consentiva la presa di distanza dal continuismo storicista togliattiano, dall'altro disponeva buona parte del marxismo critico degli anni Sessanta al rifiuto radicale di ogni dimensione dialettica. Ma di tutto ciò, ovviamente, c'è solo da discutere e i volumi sull'Altronovecento della Fondazione Micheletti costituiscono un'ottima occasione per tornare a confrontarci sui temi di fondo del nostro passato e del nostro avvenire.

Roberto Finelli, da il manifesto, 9/7/11

 

 

 



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