Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Decifrare la crisi

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Decifrare la crisi

Difficile districarsi tra i commenti “da sinistra” alla crisi: a parte chi ha abboccato alla scandalosa operazione dell’alleanza tra le “parti sociali” con diritto di parola solo per la Marcegaglia che rappresenta tutti (poi ogni sindacato deve cercare di rabbonire la propria base con qualche solenne proclamazione di guerra), anche il resto è un po’ disorientato. Ad esempio Mario Pianta sul Manifesto dà per scontato che Berlusconi già non ci sarebbe più (B. sarebbe “quello che crede di esserci ancora”), perché avrebbe subìto il “commissariamento” dall’Europa. In realtà questo gioco dei superburocrati che chiedono di tagliare ancora il welfare è vecchio, e non sgradito, e viene applicato a tutti i paesi membri dell’UE; se non ha sempre funzionato come previsto e le “riforme” richieste e annunciate sono state ancora rinviate, è perché spesso, pur essendo del tutto d’accordo con le “pressioni dell’Europa” (in genere anzi sono state sollecitate per avere un alibi), i governi locali hanno meglio il polso della situazione e in molti casi hanno dovuto rinviare ancora uno scontro il cui esito era incerto.

James Galbraith, figlio del simpatico e brillante John Kenneth Galbraith, spiegando le difficoltà di Obama in un’intervista al Messaggero le ha attribuite al gioco sporco di “un pugno di burocrati finanziari” delle agenzie di rating, che vogliono “approfittare di questa presunta crisi del debito per disfarsi una volta per tutte del Welfare State”. Anche l’Europa sarebbe “nelle mani di una banca centrale non legittima”. Ma Galbraith sorvola su quanto i governanti statunitensi ed europei, tutti, (meno gli islandesi, beati loro…) sono già disposti a ridimensionare il Welfare State che hanno ereditato.

Quanto alle ricette, non stiamo meglio: Massimo Gramellini, che pure passa per uno di sinistra, nella sua rubrica fissa su La Stampa del 9 mette sullo stesso piano, tra gli orrori che si dovrebbero eliminare per risanare l’economia, tanto l’evasione fiscale (“i nullatenenti con yacht a carico”), che “le società municipalizzate che proliferano come funghi velenosi”... Magari quelle dell’acqua!

L’idea che Berlusconi sia finito, nasce non solo dal presunto “commissariamento”, ma dall’idea che sia disposto ad andarsene. E perché dovrebbe farlo, se le cosiddette opposizioni continuano a chiedergli “un passo indietro” ma non vogliono e non possono organizzare una mobilitazione di piazza contro questo governo del malaffare, e soprattutto non riuscirebbero mai a mobilitare qualcuno su un programma pressoché identico a quello che dicono di non volere?

La critica principale che Bersani faceva alla manovra era che fosse poco incisiva, e sbilanciata: debole in periodo preelettorale, pesante tra due anni, quando al governo pensava di esserci lui. Eccolo accontentato, si anticipa la parte più dura, delegandone la concretizzazione alle “parti sociali”, una specie di Camera delle Corporazioni in cui la destra domina nettamente, e la sinistra si limita a mugolare, dopo aver accettato tutto: la flessibilità in uscita (cioè maggiore possibilità di licenziare), l’equità, cioè la rinuncia a quel che rimane di conquiste storiche dei lavoratori, e in particolare a quanto rimane del sistema pensionistico retributivo, come se l’iniquità fosse quella che qualcuno ha ancora qualche briciola di quello che era uno dei migliori sistemi pensionistici d’Europa. Nonostante sia provato che l’INPS sarebbe in netto attivo, se non fosse caricata di compiti assistenziali che spetterebbero allo Stato, e delle pensioni dei dirigenti (in media di 50.000 euro, contro una media di 11.500 per quelle dei lavoratori dipendenti).

Il sistema del livellamento verso il basso, è abituale, e non lo hanno inventato Berlusconi e Sacconi: ad esempio l’attacco alla scala mobile era cominciato attaccando quella conquistata anni prima dai lavoratori bancari, che copriva meglio l’aumento dei prezzi. Veniva indicata agli sciocchi come una forma di “privilegio”, e la sua soppressione costituì un precedente poi facilmente generalizzato.

In molte aziende i lavoratori con maggiore esperienza avevano rifiutato a lungo che i nuovi assunti avessero una retribuzione più bassa di quella contrattuale, finché, con l’accordo dei sindacati confederali, il sistema è stato introdotto ovunque con i contratti di avviamento, ed è stato ovviamente usato come premessa per abbassare i salari reali contrattuali per tutti. Le campagne insidiose di stampa indicano abitualmente ai precari come “privilegiati” i lavoratori garantiti (si fa per dire) da contratti di categoria e dallo Statuto dei lavoratori. Non a caso tra le proposte per superare la crisi c’è il rilancio della soppressione dello Statuto dei lavoratori, da sostituire con un grottesco “Statuto dei lavori”, come se lo sfacelo dell’economia fosse colpa di chi la regge col proprio lavoro e non di chi la manda in rovina con delocalizzazioni e investimenti avventati. Il bello è che sulla liberalizzazione del mercato del lavoro sono d’accordo tutti, purché sia fatta non per decreto. Ma l’esito è scontato, essendo questa specie di “Camera delle corporazioni” piena non solo di padroni, ma di loro servi…

Sintomatica la richiesta di modificare o sopprimere l’art. 41 della Costituzione, per accrescere e facilitare la deregolamentazione del mercato del lavoro, già iniziata a prescindere da quell’articolo. Invece è semplicemente ridicola la proposta di inserire nella Costituzione un nuovo articolo sull’obbligo di pareggio di bilancio. Ridicola perché non tocca neppure minimamente le ragioni della crisi attuale, perché dato il sistema di procedure previste per le modifiche costituzionali richiederebbe prima di entrare in vigore tempi lunghi o lunghissimi, e soprattutto perché finora praticamente nessun articolo della Costituzione è stato davvero rispettato, tranne il 12, sui colori della bandiera… In ogni caso non è difficile prevedere l’assoluta indifferenza dei “mercati” a una simile proclamazione di un principio... Basterebbe riflettere sulle difficoltà di Obama: l’indebitamento degli Stati Uniti ha superato il limite stabilito, e ha semplicemente dovuto contrattare con un’opposizione ringhiosa e irresponsabile il suo innalzamento. Ma il debito non si è ridotto.

Preciso che a volte uso anch’io la parola “mercati” come tutti continuano a dire, perché cito o per farmi capire, ma ribadisco si dovrebbe dire semplicemente i capitalisti. Ma in genere nessuno li nomina.

Si direbbe che la quasi totalità dei commentatori non sospettino neppure che il capitale da sempre non rispetta le leggi esistenti (ne parlava già Marx a proposito delle leggi sull’orario di lavoro in Inghilterra), ma le elude o le piega corrompendo chi dovrebbe controllarne l’applicazione. Unica eccezione i momenti di “grande paura” di perdere tutto, quando i capitalisti temono una rivoluzione che si diffonde sulla base di un esempio vittorioso, come nel primo dopoguerra, o negli anni Trenta con l’ondata di lotte che accompagnò i Fronti Popolari, e anche nel Secondo dopoguerra. Era un dato scontato per i marxisti, basato non su una presunta “ideologia” ma sull’esperienza. Invece perfino chi crede di poter intervenire per via giudiziaria sembra ignorare ad esempio che le cosiddette P3 o P4 sono fenomeni normali del capitalismo, cartelli per aggirare leggi e regole come ci sono sempre stati. Non è un giudice (magari da un tribunale di provincia come quello di Trani, che ha incriminato le agenzie di rating per aggiotaggio) a poter affrontare il problema, potrebbe farlo solo una mobilitazione permanente dei lavoratori (con una ripresa di quella coscienza di classe che è stata cancellata grazie agli sforzi di gran parte della stessa “sinistra”) che strappi nuove leggi e nuovi contratti, e li faccia rispettare col controllo dal basso.

Dove trovare i soldi per uscire da questa fase di crisi? Ovviamente, al primo posto bisogna bloccare spese militari e/o paramilitari (penso ad esempio alla Guardia di Finanza che da Genova in poi sembra avere sempre più teste di cuoio e sempre meno investigatori sulle evasioni). Questo va ripetuto ogni giorno ovunque. Ma al di là delle evasioni (ovviamente “illegali”) bisogna combattere il sistema di appalti e subappalti “legali” per opere inutili e costose, che sfuggono a ogni controllo, e si assicurano complicità tra gli stessi lavoratori che ottengono qualche giornata. Non penso solo il Ponte sullo stretto o la TAV, ci sono in quasi ogni comune decine o centinaia di rotonde costruite a caro prezzo anche dove non c’è bisogno, se non quello di assicurarsi (con i soldi pubblici) una clientela fedele. Viceversa vengono additate sempre come bersaglio le municipalizzate rimaste, alcune delle quali funzionavano bene prima che cominciasse la pressione bipartisan per trasformarle in imprese “pubblico-privato”, e alcune funzionano comunque e assicurano servizi che nessun capitalista potrebbe assicurare. Divertente che questa operazione si evoca con un espressione che la dice lunga: “bisogna vendere i gioielli di famiglia”… Per investirli in qualcosa di utile o per rimborsare chi ha perso miliardi nella roulette delle Borse?

[In attesa di capire cosa nascondono i rinvii del governo, che ha potuto ridicolizzare l’incontro con le “parti sociali” di ieri senza dire assolutamente niente sulle sue intenzioni. a.m. 11/8/11]



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