Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Finite le rivoluzioni?

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La morte dei Gheddafi e quella delle rivoluzioni

Incredibile la faccia tosta dei mass media che in tutto il mondo ”si indignano” sulla morte di Gheddafi e sul vilipendio del suo corpo. Orrore, la “primavera è proprio finita”, ripetono, forse confondendo i desideri con la realtà.

Premetto che avrei preferito anch’io un bel processo. Ma chi poteva farglielo? I suoi ex collaboratori in vari crimini, riciclati nel CNT? La cosiddetta “comunità internazionale”, con la sua fedina sporchissima sia per i molti traffici e le forniture anche recentissime di armi letali, sia per la ripetuta violazione del mandato delle Nazioni Unite, con i bombardamenti di civili e che fa a gara nel rivendicare “il merito” dell’attacco al convoglio di auto in fuga su cui era Gheddafi? Ma per favore, non si dica che quel che è successo alle porte di Sirte è raccapricciante, unico, e condanna un intero paese ad essere segnato dal marchio della barbarie…

Infatti qualcosa di simile è successo infinite volte, in ogni fase terminale di una guerra civile, compresa quella italiana del 1943-1945 (che i comunisti “ortodossi” continuano a rifiutarsi di chiamare col suo vero nome). Non occorreva un ipocrita e tardivo Pansa per scoprire che di vendette e giustizie sommarie ce ne furono molte, dopo due decenni di dittatura. E anche l’uso delle foibe nel 1943 (nel 1945 era già altra cosa, assai meno spontanea), rientra nella stessa casistica, come ho cercato molte volte di spiegare, per sottrarle a un’utilizzazione strumentale e revanscista: ad esempio nell’articolo Polverone sulle foibe e in altri precedenti che lì ho segnalato.

Adriano Sofri, che raramente condivido, è partito addirittura dalla rievocazione della feroce vendetta di Achille sul corpo di Ettore, a cui perfora i piedi per poterlo trascinare con la sua biga intorno alle mura di Troia. Ma non occorre andare tanto lontano nel tempo (casomai ci sarebbero i tanti esempi di vilipendio di cadavere forniti dalla Bibbia, a partire dalla esibizione della testa di Golia da parte di Davide), per scoprire la “normalità” delle ritorsioni sui corpi dei nemici sconfitti. Tutta la storia coloniale ne è costellata, e nella stessa Libia un centro studi conservava (ma chissà se il Markaz al-Jihad è sopravvissuto ai bombardamenti?) migliaia di fotografie scattate dagli occupanti italiani sulle impiccagioni di massa o sulle fucilazioni senza processo. Lo ricordo per negare agli eredi e ai nostalgici del colonialismo italiano il diritto a bollare i libici per la loro presunta “barbarie”.

Quanto agli esempi forniti ai giovanissimi ribelli (come quello che ha strappato al rais ferito la pistola d’oro), vogliamo ricordare le umiliazioni inflitte a Saddam Hussein appena catturato, e successivamente con un processo farsa e un’impiccagione oltraggiosa? Lo ha ricordato Almeyra nell’articolo Vendetta o esecuzione?, ma vorrei aggiungere che anche i suoi due figli furono uccisi senza processo, come Bin Laden, e non da ribelli esasperati dopo mesi di combattimenti, ma da corpi speciali dell’esercito degli Stati Uniti…

L’esibizione del corpo ferito di Gheddafi davanti a una folla armata di telefonini, per giunta, invece di far identificare quei libici come diversi, arretrati, incivili, li colloca perfettamente all’interno della nostra “civiltà dell’immagine”. Ci dice solo che anche una parte della popolazione libica è influenzata, via satellite, da una delle squallide mode del nostro tempo, che abbiamo visto con la sfilata col telefonino davanti al corpo di Woitila, o con il turismo di massa alla casa del delitto di Avetrana... Sempre con lo scatto pronto per riprendere soggetti banalissimi, solo per poter dire: “c’ero anch’io”, e farsi una foto da far vedere un giorno ai nipoti…

È triste, ma è solo uno dei sottoprodotti dell’assimilazione culturale che la Libia ha subìto, soprattutto nell’ultimo decennio di aperture all’occidente. Casomai vale la pena di discutere il mantra che rimbalza dal “Giornale” al “Manifesto”: «la primavera araba è finita». Per Matteuzzi, ad esempio, sul “manifesto” del 21/10, “la fine di Gheddafi (…) non è, come molti diranno, un altro anello della «primavera araba» cominciata in Tunisia e proseguita in Egitto”.

La ragione per Matteuzzi non è legata però al momento dell’uccisione del Rais. “Quella catena - pronti a fare ammenda in caso di future smentite - in Libia si è spezzata, forse definitivamente. Perché l'insurrezione libica non era, fin dal suo inizio, il 17 febbraio a Bengasi, per nulla simile a quella tunisina di dicembre e a quella egiziana di gennaio. In Tunisia ed Egitto erano state rivolte di massa e di popolo, soprattutto rivolte disarmate e pacifiche. La «Rivoluzione del 17 febbraio» in Libia, fin dal suo inizio, è stata un'insurrezione armata, armatissima, destinata inevitabilmente - a meno di una improbabile resa o fuga di Gheddafi – (…) a trasformarsi in una sanguinosa e selvaggia guerra civile (altro che «mercenari africani»...).”

Su questo ero già intervenuto in aprile, quando di ritorno dal Venezuela, dove era fortissima l’apologia di Gheddafi e di Assad, avevo scoperto che anche in Italia nei resti della sinistra circolava un atteggiamento simile, che finiva per sminuire se non negare anche le prime due rivoluzioni, vedendoci dietro spesso un complotto dell’integralismo islamico.

Nel caso di Matteuzzi, mi è sembrata infondata la sua tesi di fondo che presenta la vicenda libica come “per nulla simile a quella tunisina di dicembre e a quella egiziana di gennaio”, dato che secondo lui “la «Rivoluzione del 17 febbraio» in Libia, fin dal suo inizio, è stata un'insurrezione armata”. Si notino le virgolette che mettono in dubbio non solo l’esito, ma perfino l’esistenza di una rivoluzione.

Ho già scritto parecchio da aprile in poi per ricordare che nessuna rivoluzione è cominciata secondo gli schemi in circolazione, che le hanno volta a volta abbellite o più spesso denigrate, mai rappresentate nella loro complessità e con le loro contraddizioni.

Ma qui c’è un vero e proprio falso: anche in Libia la rivoluzione non comincia armata, come non era cominciata armata in Siria, dove ora comincia in parte ad esserlo, ad opera di disertori dall’esercito che hanno cominciato a rifiutarsi di sparare sulla folla, e hanno finito per dover combattere per difendersi. Detto per inciso, questo preoccupa i più lungimiranti tra i rivoluzionari, non per quel culto sciocco della nonviolenza ad ogni costo che è dogma in quasi tutta la sinistra italiana, ma perché potrebbe bloccare la differenziazione nell’esercito in un momento in cui i rapporti di forza sul piano militare sono ancora sfavorevoli.

La rivoluzione libica non era armata, come non era stata armata quella iraniana del 1979, che per questo aveva subito terribili perdite per mesi e mesi, prima di provocare con la sua tenace resistenza quella spaccatura nell’esercito che le consentì di cacciare lo Shah. Alcuni compagni, nei dibattiti, hanno teorizzato che quella libica non era una rivoluzione ma una guerra civile. Assurdo. Non si può contrapporre l’una all’altra, soprattutto perché se una rivoluzione ha sempre profonde radici interne, la guerra civile non è un optional, se ci sono abbastanza forze del passato per tentare una rivincita, e potenze esterne che le sostengono. La guerra civile in Russia ha segnato il futuro della rivoluzione d’Ottobre, ma è cominciata almeno sei mesi dopo la vittoria dei soviet, e non era certo nel programma dei bolscevichi, e neppure nelle loro previsioni; tuttavia non hanno potuto evitarla.

In Libia la guerra civile è cominciata abbastanza presto, perché il regime era logoro, e molti quadri civili e militari erano pronti a staccarsene per salvarsi: ma se di armi c’erano parecchie, non erano ben distribuite. Per questo il contrattacco iniziale di Gheddafi contro quelli che chiamava “topi” o agenti di al Qaeda era stato spietato ed efficace. Questo spiega perché è stato facile per la NATO far accettare ai rivoltosi asserragliati a Bengasi il suo pericoloso “aiuto”, santificato per giunta dalla benedizione dell’ONU. Ma questo non può cancellare l’ampiezza del movimento spontaneo di rivolta.

Sulla questione delle armi avevo già parlato, ricordando che Gheddafi ne comprava in misura spropositata alla possibilità di utilizzarle. Ma le aveva affidate solo ai suoi fedelissimi, appartenenti alla stessa tribù o a mercenari, perché non si fidava dell’esercito regolare, che aveva protestato in vario modo dopo alcune catastrofiche imprese. Dopo la partecipazione alla guerra civile nel Ciad, ad esempio, una parte dei militari libici prigionieri aveva preferito non tornare in patria, denunciando l'impreparazione dei comandi e l'incapacità di capire le ragioni dei combattenti del Ciad. Quella guerra era diventata lunghissima e insensata, e aveva provocato un grande calo della popolarità del leader. C'era stato un altro precedente nel 1979 con una spedizione in Uganda per sostenere Idi Amin Dada (il cannibale) contro la Tanzania, con perdite vicine al 90% dei militari libici. Un significativo raffreddamento della popolazione nei confronti del regime, si è visto nella debolezza della proteste dopo il bombardamento di Tripoli, in cui erano stati uccisi molti civili, tra cui una figlia adottiva di Gheddafi. Molti si domandavano a che serve destinare una parte enorme del bilancio nazionale all'acquisto di tanti aerei modernissimi, se poi non si riesce a fermare un attacco aereo alla stessa caserma in cui il colonnello ha la sua tenda, e si perde alla grande lo scontro aereo con gli USA nel cielo del golfo della Sirte?

Tra i motivi di rancore del popolo libico c’era dunque anche la dissipazione di una parte notevole delle risorse del paese per acquistare armi pesanti risultate in definitiva inutili nelle vere guerre, e usate poi sui ribelli. Per questo riporto integralmente una scheda pubblicata nel mio libro Tempeste sull’Iraq (ora sul sito), che era stata ricavata da un mio libro precedente, Israele, Palestina e la Guerra del Golfo (Sapere 2000, Roma, 1991). I dati ovviamente si riferiscono a quel periodo, e più all’Iraq che alla Libia, ma non c’è dubbio che negli ultimi anni la malsana passione di Gheddafi per le armi sofisticate, costose e inutili, non è stata meno coltivata dai mercanti d’armi.

 

Scheda

Il prezzo delle armi fornite al “Terzo mondo”

 

Il rapporto Sipri sugli armamenti del 1988 segnalava un record dell’lrak: la percentuale del prodotto interno lordo (Pil) destinata alla spesa militare era arrivata nel 1985 al 57,1% (mentre era del 6,3% ancora nel primo anno di guerra). La rapida progressione (13,1% nel 1981, 23,2% nel 1982, 33,7% ne11983, 51,2% nel 1984) ha però una duplice spiegazione: in primo luogo, la percentuale della spesa militare aumenta perché la guerra (per il blocco pressoché totale delle esportazioni di petrolio) ha fatto precipitare verticalmente il Pil. Ad esempio, l’aumento della percentuale dal 51,2% al 57,1% nel giro di un anno non corrisponde a un aumento della spesa, che anzi in cifra assoluta scende dai 22.129 milioni di dollari del 1984 ai 16.468 del 1985. Inoltre l’embargo decretato dalle Nazioni Unite è stato aggirato da tutti i fornitori, ma ha fatto raddoppiare e triplicare i prezzi.

Anche per questa ragione non è facile valutare solo in base alla spesa la reale consistenza dell’arsenale bellico iracheno e soprattutto confrontarlo con quello di altri paesi. Ad esempio Israele non solo produce in proprio armi di ottima qualità ed elevata tecnologia, che vengono anche redditiziamente esportate verso varie dittature dell’Africa e dell’America Latina, ma ottiene forniture di armi statunitensi gratis o a prezzi di favore. Con tutto ciò, Israele ha dedicato in media nell’ultimo decennio alle spese militari il 25% del suo Pil (che era pari a quello dell’Iraq – che ha però una popolazione quattro volte superiore – prima che la sciagurata guerra con l’Iran facesse sprofondare nell’abisso il paese mesopotamico bloccando la produzione petrolifera) e ha raggiunto nel 1982 (l’anno dell’invasione del Libano) la notevole punta del 29,7% del Pil. Meno comparabile ancora è la percentuale di spesa militare irachena con quella di un paese come l’Italia, che ha da anni nascosto una parte cospicua del bilancio militare sotto altre voci (soprattutto: protezione civile, protezione ambientale e ricerca scientifica).

Questi dati non tendono ad alleggerire di un solo grammo la responsabilità della debole e parassitaria borghesia di estrazione burocratica che domina l’Iraq, che ha sperperato le sue risorse (non eccezionali, ma neppure insignificanti, se confrontate con quelle di paesi sprovvisti di petrolio, come la Giordania) in spese militari comunque spropositate. Tuttavia dovrebbero essere sufficienti (se non bastassero i bilanci umani delle prime settimane di guerra) a smascherare l’ipocrisia di chi ha allertato il mondo contro il “nuovo Hitler” parlando dell’Iraq come “quarta potenza militare mondiale”.

Un dato aggiuntivo, a scopo esemplificativo: la stampa italiana ha scritto molti articoli sul geniale imprenditore torinese che ha venduto all’Iraq un gran numero di carri armati in vetro resina al prezzo modico di 40.000.000 di lire 1’uno. L‘ammirazione si intrecciava all’imbarazzo e alla preoccupazione che quei particolarissimi spaventapasseri avessero qualcosa a che vedere con l’inefficienza degli spaventosi bombardamenti “alleati” sul potenziale bellico iracheno. Tuttavia, tra le righe di un documentato articolo di Franco Carlini apparso su il manifesto del 31 gennaio 1991, abbiamo scoperto che un tipo ancor più sofisticato di carro armato di plastica (contiene al suo interno una batteria e un generatore di calore che attraggono i sensori all’infrarosso del carro armato nemico) viene prodotto dalla Tvi di Beltsville (Maryland), che ne ha venduti 1.400 all’esercito americano al prezzo di 3.000 (tremila!) dollari l’uno. Cioè poco più di tre milioni di lire al cambio di allora!

Un caso eccezionale di “furberia italica” quello della ditta torinese che vende a un prezzo più che decuplicato un prodotto modesto? No: è una costante dei mercanti di armi aumentare le fatture in proporzione agli ostacoli frapposti alla vendita alla luce del sole.

John K. Cooley, in un libro utilissimo sui rapporti tra Stati Uniti e Libia nel primo decennio di Gheddafi [Muammar Gheddafi e la rivoluzione libica, ed. Corno, Milano, 1983] offre una ricca documentazione sulle forniture di armi da parte di agenti della Cia, o di semplici rappresentanti di commercio, negli anni Settanta e sul progressivo innalzamento dei prezzi a mano a mano che qualche paese vietava la vendita di quelle armi. Ad esempio, la società Inter-Technology Inc. (di cui erano titolari tre agenti della Cia: Frank Telpil, Kevin Mulcahy ed Edwin Wilson) acquistò, per conto della Libia, centinaia di migliaia di timer, prodotti dall’ American Electronics Laboratories di Colmar (Pennsylvania) e da Falls Church (Virginia), che furono venduti al prezzo esorbitante di 1.500 dollari l’uno (mentre il loro prezzo corrente era inferiore a un decimo di quella cifra). [Ivi, pp. 227-228] Sempre la stessa ditta procurò nel 1977 a Gheddafi un prototipo di un veicolo americano munito di apparecchiature per osservazione notturna, pagandolo negli Usa 60.000 dollari e rivendendolo per 990.000 in Libia. L’affare era così vantaggioso che presto entrarono in concorrenza con i tre americani due intraprendenti francesi che agivano in proprio, Georges Starkmann e Claude Demont, i quali riuscirono a vendere a Gheddafi (particolarmente ammirato di questi oggetti ad alta tecnologia) ben 110 Startron, il dispositivo fabbricato dalla Smith & Wesson che ingrandisce fino a 65.000 volte i raggi luminosi e consente di vedere nella notte oggetti distanti anche 500 metri. Venduti i primi Startron a 7.000 dollari l’uno, prezzo molte volte superiore al “mercato” (cioè al prezzo di vendita a onesti assassini di Stati rispettabili), i due francesi stentarono a trovarne altri veri, per un più severo controllo delle autorità del loro paese, entrate in urto con la Libia per il Ciad. Ne prepararono allora una partita di 3.000 falsi (tubi di metallo nero con semplici lenti), commissionati a una ditta francese di ottica a cui furono pagati 96.000 dollari (cioè 32 a pezzo), che riuscirono a farsi pagare 15.282.000 dollari (circa 5.000 a pezzo), prima di dileguarsi per sempre, invano ricercati in tutto il mondo dagli agenti del controspionaggio libico. In seguito a questo spettacolare bidone dei rivali francesi, Terpil e la sua Inter-Technology Inc. aumentarono la loro credibilità e maggiorarono ulteriormente le fatture, salate ma “oneste”. [Ivi, pp.238-239.]

In realtà, questi sovrapprezzi - su cui incidono ovviamente anche tangenti, ecc. - non sono un’esclusiva dei mercanti di armi. Tutte le forniture di prodotti finiti, anche pacifici, al “Terzo mondo” o al “Sud del mondo” (se si vogliono usare questi termini imprecisi ma radicati ormai nell’uso corrente) vengono caricate di fortissime maggiorazioni, che permettono di drenare interamente il ricavato dalla vendita delle materie prime e sono all’origine del meccanismo perverso dell’indebitamento.

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Questa scheda, inserita nel libro Tempeste sull’Iraq, ora sul sito, era stata ricavata da un mio libro precedente, Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, 1991. Mi sembra sia utile anche se i dati si riferiscono a quel periodo: ovviamente perché negli ultimi anni la malsana passione di Gheddafi per le armi sofisticate, costose e anche inutili non è stata meno coltivata dai mercanti d’armi.

(a.m. 23/10/11)

 

 

Ho voluto ricordare questo sperpero folle, che contribuisce a spiegare l’odio di una parte notevole della popolazione nei confronti di Gheddafi, naturalmente ignorata dai giornalisti del “manifesto” o free lance invitati a Tripoli nei primi mesi di guerra per assistere alle manifestazioni di giubilo delle clientele del regime, organizzate come si usava nei paesi del sistema sovietico, che infatti fino al giorno prima dei crolli incantavano i “pellegrini di Mosca” o di Praga…

Ma quello che chiarisce le ragioni della durezza e lunghezza della guerra civile, è che queste armi – come ho già accennato - erano molte ma non ben distribuite. Per questo il contrattacco iniziale di Gheddafi contro i “topi” o gli agenti di al Qaeda era stato spietato ed efficace. Per questo i presunti “fantocci della NATO” del CNT polemizzavano apertamente perché venivano loro negate armi pesanti, e venivano lasciati massacrare dalle armate lealiste (e a volte direttamente dai bombardamenti NATO…). Il “fuoco amico” veniva anzi a volte sospettato, come ha segnalato Gilbert Achcar, di essere intenzionale e di servire a impedire che i ribelli si liberassero da soli.

Le armi pesanti (qualcosa in più dei pick up con una mitragliatrice sul pianale della prima fase) hanno cominciare ad arrivare dopo la conquista di alcune città martoriate e poi di Tripoli. Ma saperle usare efficacemente era altra cosa, che avrebbe richiesto un addestramento prolungato. Facile deridere l’inefficienza dei rivoltosi, che comunque alla fine hanno vinto senza troppi aiuti esterni: la rivendicazione francese prima, britannica poi, e perfino tedesca tre giorni dopo, del merito principale per il ferimento di Gheddafi in fuga, potrebbe anche essere una turpe vanteria di chi vuole acquisire meriti e sa che nessuno gli chiederà conto della violazione del diritto internazionale e del mandato dell'ONU. La caoticità della cattura, e la concitazione di una massa infuriata in cui – evidentemente senza una autorità riconosciuta da tutti - si confrontavano le voci di chi chiedeva di lasciar vivo il tiranno, e quelle di chi invece infieriva su lui e sul figlio, mi fa comunque propendere per la tesi di un evento spontaneo non teleguidato da fuori.

Concludendo, mi guardo bene dal giustificare o minimizzare le crudeltà che hanno accompagnato e seguito la cattura del Rais, ma mi sembra incredibile che si possa parlare di “raccapriccio” di fronte a un crimine inaudito…

Ho già accennato spesso agli “eccessi” alla fine della guerra civile italiana, ma si potrebbe ricordare molto altro per ricollocare l’episodio nella “normalità” di un mondo imbarbarito dalla guerra. Io ad esempio penso in primo luogo alle migliaia di stupri impuniti (con assassinio delle vittime), in Germania e Ungheria, e perfino nella Serbia attraversata dalle truppe sovietiche. E a chi obiettasse che magari si trattava di una particolare arretratezza delle truppe russe, non mi limito a ricordare le analoghe prodezze delle truppe coloniali francesi in Ciociaria, ma anche le stragi a freddo di prigionieri italiani nella Sicilia del luglio 1943: ad esempio i 73 soldati, catturati durante la battaglia per l' aeroporto di San Pietro a Biscari (oggi Acate), assassinati a sangue freddo non per l’eccitazione di qualche sottufficiale, ma per decisione del comandante in capo dell' armata anglo-americana, il generale George Patton: caso non isolato, ci furono infatti altri due eccidi nella zona di Comiso, e altre cinque stragi intorno a Gela.

E allora perché tanta ipocrita esecrazione in questo caso? A mio parere proprio perché i protagonisti dell’ultima fase della rivoluzione libica non sono tutti “mercenari della NATO”, come ripetono tanti compagni, e gli imperialisti non si fidano minimamente di loro: tutti, da Parigi a Londra, da Roma a Washington, sono allarmati per le troppe armi che circolano, e implorano la costituzione di un bell’esercito rigorosamente controllato e finalizzato alla repressione.

Il fatto è che la vicenda non è finita: il disarmo delle milizie, che anche nel 1944-1945 tanto a cuore stava agli eserciti occupanti in Grecia e Italia, in Libia non sarà facile, proprio perché nonostante le ambiguità, le contraddizioni, gli errori, il CNT ha sempre rifiutato la presenza di truppe di terra. E un eventuale disarmo non può essere certo gestito in prima persona dai pochi “consiglieri” europei, come i 10 carabinieri italiani in un paese in cui quasi ogni uomo ha un kalashnikov (e a volte anche alcune donne..).

Dietro l’esecrazione a comando di tutti i media, che non ci sarebbe stata se a infierire sul colonnello e il figlio fossero stati dei veri fedeli "mercenari della NATO", io vedo il tentativo di aumentare la pressione per “riportare l’ordine”, magari creando un incidente per giustificare un intervento di terra contro i “barbari”. In Grecia nell’autunno 1944 le truppe britanniche sbarcarono dopo che il paese si era liberato da solo. Fu determinante, e Churchill lo riconobbe apertamente, il consenso di Stalin, e il solito pretesto di arginare gli estremisti anarchici e trotskisti. Non c’erano ancora i quaedisti, ma già la “comunità internazionale” in grado di avallare e giustificare un criminale intervento…

Come ho sottolineato nei miei commenti fin dall’inizio dell’intervento imperialista, l’eliminazione di Gheddafi non era la preoccupazione principale: la vera preoccupazione era quella di porre un cuneo tra le rivoluzioni tunisina ed egiziana, non certo sicure della vittoria ma ancora tutt’altro che sconfitte, e far balenare davanti agli occhi di chi è ancora più indietro, dal Bahrein allo Yemen, dalla Siria all’Arabia Saudita, la possibilità di un esito catastrofico nel caso di un’evoluzione sgradita alla “comunità internazionale”. In poche parole allontanare l’idea che una rivoluzione possa vincere senza dover fare i conti con i detentori pressoché esclusivi di un immenso potenziale militare… 

D’altra parte la più convincente spiegazione dell’intervento in Iraq nel 2003, quando Saddam non era più un pericolo (se mai lo era stato), o di quello del 2001 in un Afghanistan distrutto da due decenni di guerra civile, in cui i talibani erano disposti a trattare perfino la consegna di Bin Laden, era analogamente che si voleva mostrare a tutta l’area la spaventosa capacità distruttiva di cui si disponeva.

Conquistare l’Afghanistan era uno scherzo (mantenerlo no, ma è un altro problema), ma con questo pretesto si erano ottenute basi militari in tutte le repubbliche asiatiche ex sovietiche. Inutili per il fine dichiarato, utili per futuri possibili conflitti nell’area. Come il pretesto di salvare l’Arabia Saudita dal pericolo iracheno nel 1991 era servito a ottenere per la prima volta basi in quel grande ma fragilissimo paese.

Ora la posta in gioco è la rivoluzione araba, che è stata una sorpresa per tutti, e rimane per gli imperialisti un problema scottante. Lo dico con la certezza che deriva dall’esperienza storica: dalla Russia del 1917 alla Cuba del 1959, al Nicaragua del 1979, l’imperialismo può non riuscire a sconfiggere una rivoluzione, ma può attaccarla, assediarla, logorarla, farle pagare insomma un prezzo altissimo che scoraggi chiunque volesse seguirne l’esempio.

(a.m. 23/10/11)



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