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La pagina di Antonio Moscato

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Banche salvate due volte

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Banche salvate due volte

 

Nel 2009, il “padrone” della Banca centrale europea (BCE), Jean-Claude Trichet, dichiarava "Temo che i corpi sociali non accetteranno di salvare le banche una seconda volta". Questa seconda volta è arrivata con il fallimento di Dexia. Sarà confermata nelle prossime settimane da altri "incidenti bancari".

La cosiddetta "crisi dei debiti sovrani" ritorna dunque sulle banche private che detengono attivi dubbiosi (debiti pubblici deprezzati), oggetto delle loro speculazioni. Le banche si rivolgono nuovamente agli Stati, anche se avevano superato i cosiddetti test di resistenza (stress test) mettendo in mostra un certo brio. Era stato, ad esempio, il caso della banca franco-belga Dexia!

Eminenti economisti -Augustin Landier e David Thesmar - sono costretti a riproporre le parole di Trichet in un loro contributo apparso sul quotidiano economico francese Les Echos, il 12 ottobre 2011: "Ma, dopo quattro anni di crisi finanziaria, le opinioni (sic!) sono ostili a ogni gesto che potrebbe assomigliare un regalo ai banchieri." Da qui i nostri sviluppano un’idea considerata sacrilega solo quattro anni fa: nessuna ricapitalizzazione e salvataggio senza una "presa di partecipazioni" da parte dello Stato. La formulano in questo modo: "Si tratta quindi di nazionalizzare, almeno parzialmente, le banche aiutate." L'avverbio parzialmente ha naturalmente tutto il suo peso! In effetti, si tratta di"dimostrare" che "il trasferimento dal contribuente verso i creditori della banca" - che viene riconosciuto - può essere ridotto.”

Tutto questo ci spinge a pensare che, nell’attuale congiuntura destinata a durare per un certo tempo, si apra la possibilità per la sinistra radicale - almeno in paesi come la Francia e la Spagna- di avanzare proposte, certamente ancora minoritarie, che vanno nella direzione di "deprivatizzare" il sistema bancario, un sistema che dovrebbe assolvere funzioni fondamentali che hanno a che vedere con quel che possiamo definire il "bene comune" di una determinata società (gestire i pagamenti, concedere crediti alla produzione e al consumo, garantire piani di risparmio semplici e sicuri…). La nazionalizzazione potrebbe essere un primo passo in questa direzione. In questa prospettiva, le proposte formulate da Frédéric Lordon nel suo libro La crise de trop. Reconstruction d'un monde failli (Fayard, 2009) devono alimentare il dibattito, così come auspicato il dibattito; richiesto del resto dall'autore.

Pubblichiamo qui un articolo  che fa un bilancio nel quadro del fallimento di Dexia (Nota della Redazione di Solidarietà - Ticino).

 

Il fallimento esemplare della banca franco-belga Dexia

 

di Henri Wilno*

 

Il 4 ottobre 2011, un comunicato stampa ha annunciato lo smantellamento della banca franco-belga Dexia per evitare il suo fallimento. Dexia è soprattutto conosciuta in Francia per il suo ruolo nel credito alle collettività locali. La sua attuale situazione è una illustrazione esemplare delle turpitudini e dei  fallimenti del capitalismo. Il caso Dexia accentua la necessità di misure radicali per sottrarre il credito e la moneta agli interessi del capitale.

 

Da  servizio pubblico a banca

 

Il caso Dexia è innanzitutto un'illustrazione della mercificazione generalizzata: tutto quello che può generare profitti deve essere privatizzato. Esisteva in Francia un organismo pubblico incaricato di prestare alle collettività (comuni, dipartimenti,…): la CAECL (Cassa di aiuto all'equipaggiamento delle collettività locali).

È effettivamente legittimo che i comuni abbiano bisogno di ricorrere a  prestiti per finanziare le loro infrastrutture pesanti: una piscina, per esempio, è un grosso investimento per un comune di medie dimensioni ed è logico voler ammortizzare  questo costo su più anni. La CAECL corrispondeva dunque a un circuito di finanziamento particolareggiato non sottoposto al mercato. Nel 1987, nell'ambito del movimento di liberalizzazione e di privatizzazione, la CAECL viene trasformata in banca, prendendo il nome di Credito locale di Francia. A partire da qui, inizia l'avventura finanziaria: apertura di una succursale americana (1990), quotazione in borsa (1991), fusione con il Credito commerciale del Belgio (1996) sotto il nome Dexia, espansione a 360° nel mondo. Questo sotto la direzione di manager lautamente pagati.

L'attività del gruppo si concentra sulla banca di dettaglio commerciale in Europa (principalmente in Belgio, Lussemburgo e Turchia), banca del settore pubblico e gestione patrimoniale (in Francia). Alle collettività territoriali e agli enti pubblici, Dexia propone di abbandonare i prestiti a tasso fisso in favore di prestiti a tasso variabile sempre più sofisticati: talvolta vantaggiosi all'inizio, comportano dei meccanismi di rivalorizzazione dei tassi che possono rivelarsi delle autentiche trappole. È il caso, ormai noto, dei prestiti il cui tasso di interesse è legato al franco svizzero. È redditizio, ma c'è il rischio di difficoltà di rimborso. Dexia prende anche dei rischi di altra natura inserendosi nelle reti bancarie internazionali in funzione delle occasioni di profitto. Allorché la concorrenza si inasprisce, Dexia non ha le risorse finanziarie sufficientemente stabilizzate come alcuni dei suoi concorrenti.

 

Lo Stato salva Dexia una prima volta senza condizioni

 

Dexia è un caso esemplare da un secondo punto di vista. È stata salvata una prima volta in pura perdita. In effetti, nel settembre 2008, nell'ambito della crisi dei subprime, Dexia era sotto pressione a causa delle difficoltà della sua filiale americana, FSA Holding Ltd. (organismo finanziario direttamente implicato nella diffusione di titoli a rischio legati ai subprimes) e dei legami con diversi organismi finanziari fragilizzati. Il suo corso in borsa crolla e una agenzia di rating degrada la sua valutazione rendendo più difficile il suo rifinanziamento. Cosa pensate che sia successo? Dexia domanda un sostegno agli stati francese e belga. Questo salvataggio ha preso due forme: un'iniezione di capitale di 6,4 miliardi di euro (3 miliardi ciascuno per Francia e Belgio e 400 milioni per il Lussemburgo) e una garanzia di Stato che può arrivare fino a 150 miliardi per permetterle di ottenere dei finanziamenti.

Questo salvataggio è stato fato senza alcuna condizione. Dexia inizia così un processo di ristrutturazione e di riposizionamento delle sue attività. E, in apparenza, la sua situazione migliora. Nel 2010, passa con successo gli stress test (test organizzati per apprezzare la solidità delle banche) e ripete la sua performance del luglio 2011. I suoi dirigenti si accordano rimunerazioni sontuose. Nel novembre 2008, il salario annuale del nuovo presidente del comitato di direzione, Pierre Mariani (ex-direttore di gabinetto di Nicolas Sarkozy quando era ministro del Bilancio), è stato fissato a un milione di euro fissi e 2,25 milioni di euro di bonus e 500'000 euro di premio di entrata: "golden hello", nel linguaggio finanziario!

 

Dexia riaffonda, lo Stato di appresta a pagare una seconda volta

 

Dexia ritorna prima di tutto sulle prime pagine attraverso prestiti quasi da usurai alle collettività territoriali. Il quotidiano Libération,  il 21 settembre 2011, titola "Dexia: la banca che ha rovinato 5000 comuni". Svelando documenti interni della banca, il quotidiano sottolinea che i prestiti ottenuti dalle collettività  locali  presso la banca generano importanti costi supplementari stimati in 3,9 miliardi di euro nel 2009. Il giornale parla di "prestiti tossici". Ma, non ci sono solo i comuni e i dipartimenti: sono coinvolti anche importanti centri ospedalieri pubblici come dimostra il sindacato Sud-Santé sociaux del Nord-Pas de Calais.

Ma non è sufficiente spremere i comuni e altri organismi pubblici per garantire la solidità della banca. Con l'accentuazione della crisi della zona euro e le incognite che pesano sul mondo bancario, l'incertezza si diffonde nuovamente sulla qualità dei suoi attivi: il suo portafoglio comporta in particolare 21 miliardi di euro di debiti di paesi europei (Grecia, Portogallo, Italia) la cui solvibilità è oggi messa in discussione. Il corso dell'azione crolla. Questa volta è la fine. E lo Stato è nuovamente chiamato alla riscossa.

La banca sarà smembrata. Quello che è redditizio sarà venduto. Lo Stato belga nazionalizzerà con 4 miliardi di euro le attività della banca dei piccoli risparmiatori in Belgio. Gli attivi più a rischio saranno raggruppati in una struttura ad hoc ("bad bank") che beneficia della garanzia dello Stato francese e belga per 90 miliardi di euro in totale. Il portafoglio di Dexia dei crediti alle collettività locali (70 miliardi di euro di cui una parte rischia di non essere integralmente rimborsata) dovrà passare alla Caisse des dépôts et des consignations creando un rischio per questo organismo che centralizza i fondi provenienti dal risparmio (in particolare i libretti A, veicolo del "risparmio popolare" in Francia) e che è tra i più sicuri del sistema finanziario francese. Non perché i suoi dirigenti siano particolarmente virtuosi, ma perché questo organismo ha uno statuto che non permette molte avventure. Una nuova banca delle collettività locali sarà creata riprendendo i portafogli di prestiti di queste collettività; la Banca Postale e la Cassa dei Depositi vi giocheranno anche un ruolo essenziale (si può apprezzare qui il testacoda: la CAECL era gestita dalla Cassa dei Depositi).

Finisce qui l'essenziale dell'avventura Dexia. I contribuenti pagheranno se necessario. Confidiamo nel fatto che i dirigenti se la caveranno. Del resto Pierre Mariani è sempre in manette.

 

Dexia una vicenda più che  emblematica

 

Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, dichiarava lo scorso 28 settembre: "Nel corso degli ultimi tre anni, gli Stati membri hanno accordato aiuti e fornito garanzie al settore bancario per 4.600 miliardi di euro. È tempo che il settore finanziario porti il suo contributo alla società." Barroso, in piena crisi borsistica e bancaria, cercava di dimostrare che l'Unione europea non era solamente al soldo delle banche. L'affare Dexia mostra, al contrario, che i banchieri, gli azionisti e i dirigenti capiscono che è la società che porta in permanenza il suo contributo alla loro salute.

E i dirigenti capitalisti europei si apprestano a riprendere la via delle  operazioni di ricapitalizzazione bancaria. Con la nobile scusa di salvare le banche e i depositi dei piccoli risparmiatori si salvano in realtà i banchieri, gli azionisti e i dirigenti. E la libertà di ricominciare senza sosta le stesse avventure a scapito della maggioranza della popolazione.

Di fronte a questo, bisogna rivendicare che il sistema bancario nella sua integralità sia messo finalmente al servizio della società; questo sarà possibile attraverso la sua nazionalizzazione senza indennità di riacquisto, con garanzia dei depositi di piccola e media entità. Questo permetterebbe la riorganizzazione del sistema bancario, mettendolo al servizio di un progetto di trasformazione sociale e ecologica, con la creazione di strutture di controllo e di direzione adattate a questo obiettivo . Si eviteranno così  le sciagure vissute da vecchie banche nazionalizzate, come nel caso del Crédit Lyonnais. 

 

 * la traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà - Ticino

Postilla: l'articolo è particolarmente utile per rifiutare il coro bipartizan che elogia l'Europa e attende dai suoi organismi la salvezza. A volte, quando fa una blanda critica a Berlusconi, l'Europa viene santificata, proprio mentre fornisce la copertura a chi si prepara a sferrare un colpo più duro a lavoratori, pensionati, precari, e a prendere misure che non servono a uscire dalla crisi, ma solo a far cassa... a favore di banche e finaziarie... (a.m. 25/10/11)

 



Tags: Dexia  Barroso  Trichet  Europa  Wilno  

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