Movimento Operaio

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Gli errori di Gheddafi e i crimini dell'Italia

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Gli errori di Gheddafi e i crimini dell'Italia

Una rassegna di scritti sui rapporti tra Italia e Libia

 

Negli ultimi anni, anche per effetto del ristabilirsi di rapporti sempre più stretti di collaborazione economica, e della fine della messa al bando della Libia come "Stato canaglia", c'è stata una relativa fioritura di pubblicazioni sull'argomento. Tra le altre, merita di essere segnalata la tardiva traduzione italiana, con qualche aggiornamento, di un volume di uno studioso britannico (Dirk Vanderwalle, Storia della Libia contemporanea, Salerno editrice, Roma, 2007), importante per la ricostruzione dei problemi della società libica prima, durante e dopo l'occupazione italiana, molto più che della psicologia e degli atteggiamenti del colonnello Gheddafi.

Naturalmente in un paese in cui, per dirla con Vanderwalle, l'esperimento di "assenza di Stato" fu reso possibile non solo dalle entrate petrolifere, enormi in certi anni, ma dal fatto che uno Stato vero e proprio era inesistente prima della conquista italiana, mentre quello creato dai dominatori appariva totalmente estraneo, il peso di un leader nel processo rivoluzionario diventa maggiore. Ma di questo ruolo preponderante aveva parlato con lucidità anche Angelo Del Boca, in Gheddafi. Una sfida dal deserto, un libro molto utile, nato nel 1998 in seguito all'occasione preziosa di una lunga intervista al colonnello, poi aggiornato nel 2001 sempre per Laterza, e che ha alle spalle i due fondamentali volumi degli Italiani in Libia e le tante altre sue pubblicazioni sul colonialismo italiano.

La vera novità è rappresentata però dal lavoro di un giovane studioso, Arturo Varvelli, L'Italia e l'ascesa di Gheddafi. La cacciata degli italiani, le armi e il petrolio (1969-1974), Baldini Castoldi Dalai, Milano 2009, che si è mosso sulle orme di Del Boca (che ha scritto non a caso una prefazione molto elogiativa) ma ha potuto allargare la base documentaria, integrando quella concessa avaramente dalla Farnesina (e che comunque è inventariata solo fino agli anni Sessanta) con archivi britannici (il Public Record Office di Londra) e statunitensi (i National Archives di Washington), ben più aperti e aggiornati dei nostri.. Ma alcune delle scoperte più interessanti le ha fatte negli archivi privati dell'ENI e della FIAT, che hanno sempre avuto rapporti strettissimi con la Libia anche negli anni di maggiori tensioni politiche, e che venivano comunque informate dai vari governi di ogni questione anche riservatissima.

Interessante notare ad esempio che mentre si preparava l'espulsione dei coloni italiani, la FIAT veniva invitata a presentare un'offerta per la fornitura di automezzi militari da usare per il trasporto di truppa e materiale nel deserto. Ironia della storia: la grande ascesa della FIAT nell'economia italiana era cominciata proprio con le forniture all'esercito italiano per l'invasione della Libia nel 1911...

Varvelli ricostruisce gli sforzi di tutto il gruppo dirigente italiano per evitare il deteriorarsi delle relazioni con Tripoli, distinguendo gli stili personali diversi (ad esempio tra Andreotti e Moro, il primo più cinico, l'altro più convinto della possibilità e necessità di usare il rapporto con la Libia per un rapporto con il resto del mondo arabo).

Di essi Varvelli dice:

Moro e Andreotti, pur facendo parte dello stesso partito (...) si distinsero per una differente sensibilità. I riferimenti etici al ruolo delle Nazioni Unite, a elementi di giustizia sociale anche nei rapporti fra nazioni e al perseguimento della pace anche fuori dalla stretta contrapposizione tra blocchi, erano presenti nelle parole di entrambi i leader. Tuttavia per Moro questi elementi sembravano il principio guida di ogni azione e una discriminante nella scelta degli obiettivi di politica estera – la sua era forse una politica "idealista" – mentre per Andreotti erano maggiormente sottoposti allo stringente vincolo dell'interesse nazionale di cui si faceva protettore in modo più "realista". (p.296)

Ma si trattava di sfumature: anche per le vendite di armi (da far accettare agli Stati Uniti) le diversità di atteggiamento erano minime: "più cauto Moro, seppur non sfavorevole, più disinvolto Andreotti". Andreotti peraltro "godeva da parte degli Stati Uniti di una maggior fiducia derivante dal fatto di essere stato il delfino di De Gasperi, e fu spesso abile, non senza dosi di «machiavellismo» a sfruttarla a suo vantaggio". Ma erano d'accordo sugli "affari economici, soprattutto quelli legati all'ENI, ma anche alla FIAT, considerata alla stregua di un'azienda pubblica nazionale". Pubblica per l'appoggio ricevuto, naturalmente, privata per i profitti...

Interessante che Moro, anche se era considerato il fautore di un coinvolgimento delle sinistre nella politica del governo, reagì infastidito alla notizia di una visita a Tripoli di tre deputati dell'opposizione (Michele Achilli, socialista, Giorgio Granzotto, del PSIUP, e Michele Pistillo del PCI), invitati nel giugno 1970 ai festeggiamenti per la restituzione alla Libia della base statunitense di Wheelus; li aveva ammoniti a non trattare alcun argomento al posto dell'ambasciatore. Peraltro anche Gheddafi si irritò molto quando seppe che i tre avevano proposto ad alcuni esponenti del movimento rivoluzionario libico di creare una specie di PSIUP libico, dato che era contrario ai partiti in genere, e a quelli comunisteggianti in particolare...

Anche l'anno successivo Moro rifiutò un incontro sollecitato da Giancarlo Pajetta che stava per recarsi a Tripoli. Voleva gestire da solo la delicatissima questione dei rapporti economici e politici.

Va detto che dal libro emerge che l'Italia è stata spesso mal rappresentata da ambasciatori incapaci di capire la dinamica della rivoluzione. Io stesso, negli anni Novanta, mi scandalizzai per il modo con cui l'ambasciatore (che aveva voluto ricevere la delegazione di storici italiani in visita al Centro Studi sulla Guerra di Libia, il Markaz al-Jihad) si era espresso sul livello dei ricercatori locali (con toni al limite del disprezzo razzista che gli contestai subito), ma anche perché alle spalle della sua scrivania c'era un grande quadro a intarsio di legni di diverso colore che riproduceva sull'intera parete l'impero romano e i suoi possedimenti nel Mediterraneo, più o meno identico a quello che Mussolini aveva voluto, in marmo, su un muraglione di via dell'Impero, per giustificare il possesso della "Quarta sponda".

 

Dal libro emerge dunque il "realismo" dei governanti italiani. Ad esempio la prima misura nei confronti di beni italiani era stata la nazionalizzazione di due società italiane per la distribuzione dei prodotti petroliferi, la Asseil e la Petrolibia, legate all'Agip, ma era stata fatta assicurando un congruo indennizzo ai soci. Intanto, nello stesso periodo, erano stati cacciati bruscamente circa 15.000 coloni, in parte inconsapevoli di aver occupato le migliori terre sottratte ai locali, e di aver beneficiato delle risorse del paese, in cui erano stati mandati dal fascismo. Il libro di Varvelli insiste molto su questo "dramma", senza negare, ma cercando in parte di minimizzare, le lamentele dei libici su quanto avevano subito, ad esempio criticando certe forzature di Gheddafi sulle "decimazioni". Eppure sarebbe bene ricordare che anche Vanderwalle, confrontando varie fonti, conclude che "tra il 1912 ed il 1943 ci furono tra 250.000 e 300.000 morti, senza tenere conto dei decessi avvenuti per causa naturale, su una popolazione compresa tra 800.000 e un milione di abitanti". (Vanderwalle, p.43). Ben più che una "decimazione"! È vero che la maggior parte dei decessi comunque "si verificò durante il periodo fascista quando, solamente  a causa delle esecuzioni, circa 12.000 persone morirono in Cirenaica negli anni 930 e 1931", ma i coloni erano arrivati quasi tutti proprio in quegli anni.

La fuga degli italiani comunque si era accresciuta dopo le prime misure di confisca, che inizialmente riguardavano solo 273 proprietari di aziende agricole e 720 proprietari di beni immobili o aree fabbricabili (Varvelli p.108). Il panico che accelerò l'esodo e provocò "quella fuga né ordinatadignitosa che si sarebbe voluta evitare" era comprensibile tenendo conto degli errori della politica italiana, sia sul terreno del rifiuto costante di ammettere le responsabilità per il periodo coloniale, considerandole cancellate da una modesta elargizione finita nelle casse di re Idris, sia per le illusioni riposte nell'Egitto di Nasser come mediatore, senza tenere conto che in meno di due anni la Libia aveva accolto già 27.000 egiziani (che verranno poi a loro volta rispediti in patria quando l'intesa e il tentativo di unione tra i due Stati salterà per lo spostamento a destra di Sadat).

La situazione si era così progressivamente deteriorata, anche per gli insulti rivolti a Gheddafi dalla destra e da molti quotidiani indipendenti (ai libici era difficile capire che non ne era direttamente responsabile il governo) e per le proposte di "ritorsioni", che in realtà erano impossibili, soprattutto perché i beni posseduti in Italia da cittadini libici appartenevano a ebrei o a oppositori monarchici di Gheddafi. Per giunta durante la fase più delicata dello scontro, la Francia aveva aiutato la Libia a resistere alle pressioni italiane, consegnando tempestivamente quattro Mirage ordinati in precedenza, che poterono essere esibiti nella parata che celebrava la fine della presenza coloniale.

La motivazione delle espropriazioni in genere non veniva compresa in Italia (in parte ancora oggi...): per Gheddafi si trattava di un diritto su "proprietà usurpate a torto mediante aggressione e dinanzi al quale non vale il testo di alcuna convenzione". Erano stati comunque sacrificati i coloni, i piccoli commercianti, gli impiegati, mentre si erano salvati solo 500 residenti riconosciuti come "buoni" e "1800 pendolari fra lavoratori, tecnici e dirigenti di imprese petrolifere e di lavori pubblici". Per il momento. Ma ben presto la presenza italiana tornò a crescere.

Al momento della crisi dell'aprile 1986, quando ci fu il bombardamento statunitense di Tripoli e Bengasi, e i missili di ritorsione lanciati su una base USA a Lampedusa (o deliberatamente oltre quell'isola, come sottolineò Falco Accame, se i missili erano non gli imprecisi Scud sovietici, che colpivano con l'approssimazione di un miglio, ma gli ottimi Oto Melara forniti dall'Italia con un margine di errore di 20 metri...), il governo italiano richiamò cautelativamente la comunità italiana, e con grande sorpresa di chi ignorava la strette relazioni tra i due paesi risultò che questa era già di oltre 18.000 unità, più o meno uguale a quella allontanata nel 1970.

Ciò era stato possibile grazie al rapporto privilegiato stabilito da Gheddafi con ENI e FIAT, ma anche con molte grandi imprese di costruzione a cui sono stati commissionate infrastrutture, alberghi giganteschi, la sistemazione del porto. Ed era il frutto anche di una certa "elasticità" dei nostri governi che – se non avevano potuto far molto per i coloni espulsi – avevano trattato sottobanco per ampliare la presenza dei "nuovi italiani".

Il libro di Varvelli ricostruisce con abbondanza di particolari vari episodi: in primo luogo l'intervento decisivo dei servizi segreti italiani (ma con un benevolo assenso di quelli britannici e statunitensi, che speravano di poter usare la Libia in funzione anticomunista) per sventare nel marzo 1971 un colpo di Stato preparato da Omar Shalhi, ex emissario di re Idris.

Ma c'è anche l'inquietante vicenda del Dossier "M.Fo.Biali" (cioè "Mario Foligni, Libia"), che era finito sul tavolo di Mino Pecorelli proprio quando fu assassinato. Varvelli accenna solo all'episodio, che ebbe come protagonisti sempre i servizi segreti, senza tirare conclusioni, se non che "la mancata denuncia dell'attività di Foligni aveva una sua logica nelle relazioni tra l'Italia e la Libia, in particolare nelle trattative che, proprio nello stesso periodo, la FIAT stava conducendo con la Libia" per l'entrata di capitali della Libyan Arab Foreign Bank... L'attività di Foligni consisteva in affari loschi, contatti segreti con l'ambasciata libica a Roma e importazioni illegali di greggio, per "costituire un movimento di centro denominato «Nuovo Partito Popolare». (Varvelli, pp. 297-298).

 

Per anni comunque, fin dal 1970, negli incontri bilaterali, c'era stato una specie di gioco delle parti.

Il rifiuto [libico] di riconoscere che una compensazione economica a favore di Tripoli era avvenuta con l'accordo bilaterale [con re Idris] del 1956, avrebbe pesato sui negoziati futuri tra i due Paesi, e la richiesta di risarcimento per i danni del colonialismo sarebbe stata riproposta dai libici ogni qual volta da parte italiana si fosse cercato di ottenere un indennizzo per i beni nazionalizzati della collettività italiana. Anzi sarebbe divenuto un leitmotive delle relazioni tra i due paesi. (Ivi, p.133).

In pratica ad ogni incontro ciascuna delle parti sollevava "per ragioni di principio" la questione che stava a cuore alla propria popolazione, e poi si passava a trattare di cose ben concrete, all'insaputa dei due popoli. Allora e nei decenni successivi.

Angelo Del Boca ha osservato giustamente che per gli italiani non è stato facile capire questo rituale, perché c'era stata (e oggi  si è perfino accresciuta) una "forte rimozione del passato coloniale".

[Si fingeva] di non capire che quando Gheddafi dichiarava che era deciso a compiere "un chiaro taglio col passato" e a liberare la sua terra "dalle basi, dagli imperialisti e dalle forze straniere a qualsiasi prezzo", le sue erano rivendicazioni assolutamente legittime. Soltanto la cancellazione di ogni presenza straniera poteva ridare alla Libia la sua piena sovranità. Il secondo errore fu quello di rifiutarsi di esprimere, ai primi segni del pericolo di una cacciata degli italiani, parole di condanna del colonialismo italiano, un gesto che avrebbe sicuramente ammorbidito il governo libico e reso meno crudele l'evacuazione della comunità. (Introduzione a Varvelli, p. 14)

Purtroppo né Moro, né Rumor, né Andreotti pronunciarono quelle parole. Bisognerà attendere diciotto anni prima di ascoltare un'esplicita e formale condanna della presenza coloniale italiana in Libia. Fu Bettino Craxi, nel novembre 1988, quando non era più Presidente del Consiglio, a farlo, ma a titolo personale e senza poter mantenere la modestissima promessa di far proiettare su RAI 2 il film Il leone del deserto. Bisognerà aspettare ancora più di venti anni, e che arrivasse Silvio Berlusconi... Intanto c'erano state altre mezze ammissioni di un sottosegretario agli Esteri, Rino Serri, ex PRC, nel 1997, di un discutibilissimo ministro degli Esteri Lamberto Dini nel 1999, del primo ministro D'Alema, in quello stesso anno.

Ma alla fine è stato Berlusconi, con l'accordo firmato a Bengasi il 30 agosto 2008, ad affrontare finalmente il nodo del risarcimento per i danni provocati dall'occupazione e a chiudere la partita (per ora...) in modo più che favorevole per le aziende italiane. Non per gli italiani né per i libici, naturalmente...

 

Una postilla: in Italia è difficile valutare l'entità dei danni enormi subiti dalla Libia, al di là delle tremende perdite in vite umane. A volte Gheddafi ha esagerato, parlando di metà della popolazione libica uccisa, o sostenendo che l'intera popolazione delle Tremiti sarebbe discendente dei deportati in quelle isole. Questo fa parte del suo pittoresco stile, ma non ci deve far dimenticare mai che nella sostanza ha avuto ragione. Riporto in appendice un mio scritto del 1999, apparso su "Bandiera rossa", che forniva dati precisi. Ma il libro di Vanderwalle aggiunge un nuovo dato, ugualmente drammatico, che smentisce chi continua a parlare di un "intervento civilizzatore" dell'Italia.

A queste difficoltà di tipo politico, si aggiunsero le disastrose condizioni economiche e sociali che la Libia dovette affrontare al momento dell'indipendenza: infrastrutture in gran parte distrutte, scambi commerciali praticamente assenti, un tasso di disoccupazione altissimo, un reddito pro capite stimato in 25 dollari l'anno, un tasso di mortalità infantile del 40% e quello di analfabetismo del 94%. (Vanderwalle, p. 55).

Dati analoghi si potrebbero portare per le altre colonie italiane nel Corno d'Africa, e in particolare per la Somalia, che dopo il colonialismo ha subito danni enormi anche per gli "aiuti umanitari" di Francesco Forte e Bettino Craxi, e poi per la spedizione multinazionale che ha sfasciato definitivamente quel paese.

Dobbiamo ricordarlo ogni momento agli italiani, anche di sinistra: invece di sottolineare con sufficienza gli errori, le ingenuità, lo stile pittoresco del "beduino" Gheddafi, bisogna ricordare sempre cosa ha fatto l'Italia al suo paese.

 

Appendice. Uno scritto apparso su "Bandiera rossa" nel 1999.

La tragica conquista della Libia

L’impresa di Libia è stata preparata con una penetrazione economica strisciante (al tempo stesso costosissima e improduttiva) effettuata soprattutto dal Banco di Roma, ma anche con una campagna di intossicazione propagandistica che ricorda molto quella che ha preparato oggi l’aggressione alla Jugoslavia e l’Operazione “Arcobaleno”.

Un operazione in cui si impegnarono le “migliori penne” dell’epoca, come Luigi Barzini, Giuseppe Bevione, Giuseppe Piazza, Giulio de Frenzi (pseudonimo del futuro gerarca fascista Luigi Federzoni), ecc., spalleggiati da interventi poetici di D’Annunzio e di Pascoli. In alcuni casi, negli archivi dei rispettivi giornali, sono state trovate le corrispondenze veritiere che Bevione faceva al direttore della “Stampa”, Alfredo Frassati, e Barzini a Luigi Albertini, direttore del “Corriere della sera”, per informarli della reale situazione ma anche per concordare cosa scrivere poi per i lettori ignari e fiduciosi. Più o meno quello che fanno ora, via telefono satellitare, le “grandi firme” del giornalismo TV, che se si lasciano sfuggire per errore qualche mezza verità sugli effetti dei bombardamenti NATO nei Balcani, o sul reale atteggiamento di Ibrahim Rugova, poche ore dopo cambiano tono e “rettificano” o tirano magari fuori per Rugova la “sindrome di Aldo Moro”, cioè sostengono che non va creduto perché non sa quel che dice o perché è in stato di costrizione.

Comunque, se scappava qualche verità, che passava il vaglio della censura militare installata a Tripoli, la censura di Roma bloccava tutto. Lo scrive amareggiato Barzini in una lettera al suo direttore Albertini.

Le balle più grosse comunque non sono state sparate durante la guerra, ma prima. La Libia sarebbe stata ricchissima di zolfo, sicché non conquistarla avrebbe provocato la rovina delle zolfiere siciliane, ad esempio. Due volte falso: perché in Libia non c’è mai stato un grammo di zolfo, e perché se ci fosse stato la già iniziata crisi delle miniere siciliane sarebbe precipitata rapidamente.

Giuseppe Bevione supera tutti i record: il 7 maggio 1914, dopo una escursione sul piroscafo “Marco Aurelio” al largo delle coste libiche, afferma categoricamente di aver visto una terra così verdeggiante che “erano frequenti e chiarissimi i segni della presenza e dell’abbondanza dell’acqua. Senza un forte velo d’acqua sotterranea a pochi metri dal suolo, quella vegetazione spontanea e vigorosa, che si estendeva per centinaia di chilometri, a perdita d’occhio, non sarebbe stata possibile in questo bollente clima africano, che non è consolato da una goccia di pioggia da aprile a novembre...”

E quando vede sui monti delle macchie verdastre, asserisce che si tratta degli “ulivi selvatici nati sulle radici degli ulivi buoni piantati da Roma”. E si dilunga poi a descrivere come l’olio mandato da Tripoli a Roma al tempo dell’imperatore Settimio Severo, era così abbondante “da soddisfare per cinque anni ai bisogni non solo di Roma, ma di tutta l’Italia”.

Sempre inframmezzando fantasia e presunte citazioni classiche, Bevione afferma di aver veduto “gelsi grandi come faggi, ulivi più colossali che le querce”. L’erba medica poi “può essere tagliata dodici volte l’anno”. Gli alberi da frutta “prendono uno sviluppo spettacoloso”, il grano dà “negli anni medi tre o quattro volte il raccolto dei migliori terreni d’Europa coltivati razionalmente”. Anche il bestiame, nonostante l’abbandono in cui è lasciato dai turchi prospera ed “è esportato a centinaia di migliaia di capi”, mentre la “vigna dà grappoli di due o tre chili l’uno”, e i “poponi crescono a grandezze incredibili, a venti e trenta chili per frutto”. Quanto alle palme, che “danno i datteri più dolci e opimi che l’Africa produca”, secondo Bevione ce n’erano addirittura due milioni nella sola oasi di Tripoli: fatti i conti, dovevano esserci 45 palme per metro quadrato!

Naturale che tante frottole senza il minimo fondamento servissero per asserire che la Tripolitania avrebbe potuto “ospitare milioni di italiani”. Così l’opinione pubblica italiana fu convinta della bontà e facilità dell’impresa, e i pochi uomini politici come Salvemini che denunciavano l’ubriacatura propagandistica che doveva servire a conquistare uno “scatolone di sabbia”, rimasero isolati. In quella occasione per la prima volta un socialista, Leonida Bissolati, accettò di entrare come ministro in un governo borghese e imperialista, e fu ricevuto cordialmente dal re.

Il costo umano della conquista

La retorica nazionalista ha sempre presentato l’impresa libica come una necessità dell’Italia, ma anche come un’opera umanitaria, sollecitata dalle popolazioni locali oppresse dal regime turco. Nulla di più falso. La smentita viene prima di tutto dalle cifre del declino demografico nei primi decenni successivi alla perdita dell’indipendenza, nell’intera Libia, ma soprattutto nella Cirenaica, che oppose più a lungo una strenua resistenza guidata da Omar al-Mukhtar. Per piegare l’indomito “Leone del deserto”, fu necessario concentrare la popolazione in veri e propri campi di concentramento recintati, con la conseguente perdita di tutto il bestiame, che non poteva più essere condotto al pascolo. Tutti coloro che venivano trovati fuori dai campi venivano considerati ribelli e abbattuti, mentre gli spostamenti dei pastori nomadi che non conoscevano ovviamente la linea retta tracciata sulle carte geografiche per delimitare il confine tra Libia ed Egitto venivano bloccati da un costoso sbarramento di filo spinato presidiato da torrette e sorvegliato dall’aviazione. Il reticolato - voluto personalmente da Rodolfo Graziani, il futuro capo dell’esercito di Salò - era lungo ben 270 chilometri, e provocò in molti casi la morte per sete dei nomadi, che seguivano percorsi utilizzati da secoli e che andavano da un pozzo all’altro, attraversando spesso la nuova frontiera, della cui esistenza non avevano neppure il sospetto.

I calcoli per accertare le dimensioni del massacro, condotto direttamente con armi potenti o semplicemente provocato dalla fame e dalla sete, non sono facili. Assai spesso i rapporti di Graziani e di Badoglio riportano trionfalmente lo sterminio di presunti "ribelli intenti alla semina" o al pascolo, ma le cifre complessive delle vittime sono state nascoste a lungo.

Tuttavia, è significativo che, secondo il censimento turco del 1910-1911, alla vigilia dell’invasione italiana, la Cirenaica aveva 198.300 abitanti, esclusa l’oasi di Cufra. Nel 1922-1923 il colonnello Enrico De Agostini condusse un’inchiesta da cui risultarono 185.400 arabi. Nel censimento del 1931, il primo condotto con tecniche moderne ed esteso a tutto il territorio, comprese le oasi più lontane, risultavano appena 142.000 abitanti, con un calo che era ancora maggiore se si considerano le stime effettuate nel 1928, in un periodo in cui la guerriglia non si era ancora riaccesa e le misure più severe non erano neppure state pensate, e che dava una cifra di 225.000 indigeni. Più significativo ancora il confronto tra il censimento turco già ricordato e quello italiano del 1931 per quanto riguarda il bestiame esistente. Nel 1910 in Cirenaica c’erano 1.260.000 tra pecore e capre, nel 1931 erano ridotte a 67.000; i 23.600 bovini erano diventati 1.800; gli 83.000 cammelli soltanto 16.000, e in parte erano stati confiscati per uso militare dagli occupanti. Ecco la spiegazione del genocidio che fece perire quasi il 40% della popolazione della Cirenaica (il 20% della popolazione complessiva della Libia).

D’altra parte, la censura si è estesa perfino all’ottimo film del regista arabo-americano Mustapha Akkad dedicato a Omar al-Mukhtar, Il leone del deserto. Il grande patriota è interpretato da Anthony Quinn, che recitò gratuitamente in omaggio al vecchio ribelle, mentre tra gli altri attori figuravano Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, Raf Vallone, Gastone Moschin, John Gielgud e tantissimi altri. Ma agli italiani è stato finora vietato: qualche libro si può anche pubblicare, tanto lo leggono poche persone, mentre un film, specialmente se bello, non fazioso, altamente poetico, potrebbe fare breccia nella opinione pubblica. Speriamo che ora che sembra attenuarsi l’ingiusto embargo contro la Libia, possa finire quest’altro embargo culturale, che impedisce alla maggioranza degli italiani di conoscere i crimini del proprio imperialismo (come accade, peraltro, anche ai francesi, dato che nel loro paese è ancora vietata la proiezione de La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo…).

(13 aprile 1999)

 

 

Scheda

 

La strage di Misurata. Un crimine dell'Italia prefascista

 

È bene fare almeno un esempio dettagliato sul comportamento “civilizzatore” dell’Italia in Libia, riguardante proprio quella città di Misurata che valse il titolo nobiliare a Giuseppe Volpi, governatore della colonia.

Il 24 maggio del 1915, mentre le truppe italiane si ritiravano da gran parte delle città libiche per arroccarsi sulla costa (l’entrata in guerra dell’Italia rendeva più difficile l’arrivo dei rinforzi, ostacolato anche dai sommergibili tedeschi), avvenne una strage che tutti dovrebbero conoscere nel nostro paese. Seguiamo la ricostruzione che ne fece il commissario regionale di Misurata, Alessandro Pavoni, in un rapporto segreto riportato da Angelo Del Boca nella sua monumentale storia della presenza italiana in Africa: in maggio “a Misurata incominciò il regno del sospetto e del terrore; omicidi vennero commessi in città su gente inerme e senza plausibile ragione”. In realtà, la ragione c’era: pochi occupanti, terrorizzati dall’ostilità diffusa tra gli indigeni, cercavano di intimidire la popolazione con stragi solo apparentemente gratuite.

Ma il Pavoni, visto che non otteneva risposta dal governo, inviò subito dopo un rapporto più dettagliato sulle crudeltà di cui era stato testimone. Ne riportiamo alcuni passi agghiaccianti:

Alle ore 18, mentre mi trovavo al caffè Truccato, la mia attenzione venne richiamata da alcuni colpi di fucile provenienti dalla direzione di Fondugh Mathus. […] Uscii immediatamente nella piazza […] e vidi un sergente del genio che correva a prendere bombe a mano e latte di benzina, e frattanto sei soldati avevano dato la scalata al fondaco, e dal tetto sparavano colpi di fucile nel cortile. La scena si svolse in circa quindici minuti, poi cessò il fuoco. Fra gli altri era accorso anche il capitano dei carabinieri Jovine, e questi ordinò che il fondaco venisse incendiato. Così iniziò l’opera di devastazione e rapina, poiché borghesi e militari e zaptiè [erano i mercenari provenienti dall’Africa orientale] asportarono dal fondaco tutto quanto poteva interessare, e cioè bestiame, suppellettili, indumenti, ori, carri, finimenti, ecc. Vidi tra gli altri il signor Poli, proprietario dell’Albergo Roma, asportare mobili e altro. Chiesi se si fossero sequestrati i fucili e mi risposero che gli uomini che avevano sparato erano stati uccisi, ma che di armi non se ne erano rinvenute nel fondaco.

Era la prima bugia che tentava di coprire il crimine. Ma la mattina dopo, quando Pavoni si reca nuovamente sul posto per constatare gli effetti dell’incendio, scopre che nel fondaco si aggirano ancora carabinieri, soldati e borghesi intenti a spartirsi quel poco che rimaneva ancora. Ma c’era di peggio.

Sul rogo fumante, tre cadaveri non ancora completamente bruciati. In alcune stanze vidi cadaveri di donne nere, di giovanetti e di bambini. In un cortile vidi i cadaveri di due donne bianche completamente nude, l’una con la schiena a terra, le gambe leggermente piegate e le coscie divaricate, l’altra inginocchiata col volto a terra e le coscie divaricate.

Si trattava, evidentemente, di tracce di stupri. Ma non era finito l’orrore:

Accanto ad esse giacevano i cadaveri di due bimbi, la cui età non era superiore a un anno. Uno di questi aveva una ferita di arma bianca in un occhio. […] Nel fondaco Mathus si trovavano quel giorno da 32 a 34 persone; di queste otto erano uomini, le altre erano donne, bambini o giovinetti. Il signor Naldini, impiegato al Commissariato, il quale presenziò al seppellimento, disse che i cadaveri rinvenuti erano 32, ma non escluse potessero essere in maggior numero, poiché nella notte qualcuno era già stato buttato nella cisterna. […] Questi sono i particolari che con rincrescimento riferisco alla S. V. con la più coscienziosa esattezza.

La risposta fu il tentativo di insabbiare il caso, o di negarlo “per carità di patria e altissime ragioni di ordine politico e militare”. Intanto si verificavano molti altri casi analoghi in diverse località. Solo un tenente venne condannato a due mesi di carcere militare, forse non scontati, per un episodio analogo, mentre altri venivano assolti “perché il fatto non costituisce reato”. Ma il peggio doveva ancora venire. I militari, incoraggiati dall’atteggiamento di complicità dell’amministrazione civile, ebbero la sfacciataggine di conferire una medaglia d’argento al valor militare al capitano Jovine, con questa incredibile motivazione: “Attaccando con meraviglioso ardimento un fondaco dal quale partiva un intenso fuoco nemico, riuscì a passare per le armi tutti i ribelli, scongiurando così una possibile rivolta della città”.

L’onesto commissario Pavoni ne fece quasi una malattia: tempestò di rapporti tutte le autorità. Alla fine, la medaglia d’argento fu confermata a Jovine, ma – con tipica ipocrisia italiana - togliendo ogni riferimento al luogo in cui avrebbe manifestato un così “meraviglioso ardimento”! Pavoni finì per dimettersi, ed è probabile che il capitano Jovine successivamente abbia messo la sua esperienza al servizio delle bande fasciste contro i proletari del suo stesso paese. In tutti i paesi coloniali la feccia fascista è stata infatti reclutata tra chi si era addestrato in così eroiche imprese contro inermi civili dei paesi occupati. Pensiamo ai militari che seguirono Franco contro la Repubblica in Spagna, e a quelli che non esitarono a schierarsi con Petain e quindi con Hitler in Francia. Era inevitabile: un popolo che ne opprime un altro non può essere libero.

 



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