Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Come si è formato il debito 1

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Come si è formato il debito pubblico (1)

… e perché non ne siamo responsabili

 

Il debito pubblico si forma quando le strutture dello stato (governo, regioni, province, comuni) spendono più di quanto incassano attraverso imposte, tributi, tariffe, ecc. Il fenomeno è diffusissimo, ma in Italia a partire dagli anni Settanta ha cominciato ad assumere dimensioni preoccupanti.

Fra le ragioni per cui nel corso degli anni si sono avute entrate inferiori a quelle che il sistema avrebbe potuto, al primo posto c’è la sistematica riduzione delle aliquote sugli scaglioni più alti di reddito, che doveva favorire i capitalisti spingendoli a investire in impianti. In realtà hanno quasi sempre sperperato o utilizzato per speculazioni finanziarie o investimenti facili in paesi lontani quello che gli è stato regalato in questo modo. La tassazione diretta e indiretta è ricaduta così sempre più sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, che non possono sfuggire perché le trattenute vengono fatte direttamente sulla busta paga: ma il numero di occupati si è ridotto sempre più per licenziamenti o mancate assunzioni, contribuendo a ridurre ulteriormente il gettito fiscale complessivo.

 

Come se ciò non bastasse, alla bassa tassazione dei redditi da capitale si è sommata una fortissima evasione fiscale. Lo stesso Berlusconi ha espresso più volte la sua “comprensione” per chi non paga le tasse, ma per incoraggiare l’evasione bastava l’esempio del suo rapidissimo e oscuro arricchimento. La percentuale di evasione fiscale ovviamente non è mai stata definita con certezza, ed è naturale: se si facessero cifre precise, si ammetterebbe che l’evasione si conosce, ma è stata deliberatamente tollerata. Vedremo che in certi casi è proprio così, ad esempio quando è stata assicurato l’anonimato per chi fa rientrare capitali abusivamente portati all’estero, pagando solo una piccolissima imposta, enormemente inferiore a quel che paga qualsiasi lavoratore dipendente. Quei capitali, se non erano frutto di riciclaggio per conto delle mafie, erano sicuramente dovuti all’evasione. Quindi, anche se non ne conosciamo la dimensione esatta, non c’è dubbio che ci sia stata negli ultimi anni una continua espansione dell'economia in nero.

 

Quando è crollata una casa a Barletta e sono morte quattro operaie, si è saputo per caso dai parenti disperati che lavoravano in uno scantinato per meno di quattro euro all’ora, ovviamente in nero. Ma tutti, dal sindaco (PD) alla Guardia di Finanza, si sono affrettati a dire che si trattava di un caso isolato, e che comunque il “datore di lavoro” aveva impedito che quelle operaie morissero di fame o si prostituissero. Il giorno dei funerali qualcuno ha organizzato persino una specie di corteo di operai con una maglia su cui era scritto da un lato “operaio regolare”, e dall’altro “A Barletta non c’è lavoro nero”. Chi aveva organizzato questa manifestazione? Magari qualcuno che ha fatto produrre le magliette in una delle tante fabbriche clandestine, che tutti sanno che ci sono, ma nessuno controlla.

Per parlare chiaramente, ogni tanto si scopre un evasore, per caso o per dimostrare che si lavora bene, ma in 99 casi su 100 i controlli non trovano nulla perché l’azienda è stata preavvertita (e ricompensa bene chi lo ha fatto: è molto più economico che mettersi in regola…).

 

Questo per la riduzione delle entrate: la crescita delle uscite ha cause più complesse. Prima di tutto le spese militari, e per le “Grandi opere”, ma soprattutto le politiche a sostegno delle imprese, senza nessun controllo: un libro recente, Mani bucate di Marco Cobianchi (Chiarelettere, Milano, 2001), fornisce una documentazione impressionante sui regali fatti ai padroni, piccoli, medi e grandissimi. Il libro è interessante perché fornisce qualche elemento per capire che i finanziamenti hanno incoraggiato un pessimo capitalismo parassitario, e non una coraggiosa imprenditorialità, come pretendevano i vari governi responsabili di queste politiche. I dati sono impressionanti, sia sul terreno delle facilitazioni ed esenzioni, che su quello dei contributi a fondo perduto.

Un capitolo intero del libro è dedicato alla FIAT, e smentisce Marchionne che ha sempre detto di non aver avuto un euro dallo Stato. Si indicano molti casi concreti: oltre ai contributi per la rottamazione, ci sono stati aiuti per singoli stabilimenti, compreso quello di Termini Imerese, poi abbandonato quando il governo polacco ha offerto di più per spostare la produzione della LanciaY in quel paese. È interessante scoprire che anche la Serbia ha finanziato la FIAT per ricostruire lo stabilimento di Krakujevac e il vicino aeroporto, distrutti da aerei italiani e NATO del 1999: in questo caso i finanziamenti sono usciti dalle casse della Serbia, ma ci dovrebbe far riflettere sull’insensatezza e sui costi di quella guerra inutile e feroce, fortemente voluta da diversi governi italiani, di vario colore.

Ma per rimanere sul tema degli aiuti alla FIAT Marco Cobianchi dedica molto spazio ai generosissimi e continuativi contributi del MIUR (Ministero per l’Istruzione e la Ricerca) al CRF, Centro Ricerche FIAT, per normalissimi progetti di “apparati di controllo elettronico di uso automobilistico” o per una “microvettura a propulsione ecologica”, nome in codice Mimosa, che dopo anni di finanziamenti è rimasta al prototipo… costruito ovviamente a spese nostre.

Il libro fornisce molti casi particolari (scoperti a volte per denunce di imprese concorrenti come nel caso della Ryanair, lautamente pagata da diverse Regioni per fare scalo in certi aeroporti, a spese dei contribuenti) ma non un quadro d’insieme, perché nonostante due leggi, la 412 del 1991 e la 118 del 2000 prevedessero un albo delle imprese che hanno ricevuto contributi dello Stato, degli Enti Locali o della CE, questo albo non è mai stato fatto. “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” chiedeva Dante Alighieri.

 

I dati parzialissimi, ricavati da atti della Comunità Europea, sono comunque impressionanti: negli ultimi anni almeno 840.000 aziende hanno ottenuto finanziamenti. E questi sono stati dati quasi sempre per ragioni clientelari e con criteri di arbitrarietà totale: lo si capisce meglio nel settore editoria e spettacolo. Hanno avuto somme enormi giornali inesistenti come “Avanti!” del latitante Lavitola che nel solo 2008 ha avuto 2.530.638 euro e 81 centesimi, senza vendere una sola copia (è un giornale utilizzato solo per costruire e pubblicizzare “inchieste” come quella sulla casa del cognato di Fini), o “Liberal” di Ferdinando Adornato (sempre nel 2008, 2.700.000 euro, per 60 copie giornaliere vendute).

I contributi alla cinematografia sono ancora più scandalosi: non solo vari “cinepanettoni” hanno avuto finanziamenti elevatissimi, superiori al milione di euro, ma perfino Winx Club 3D, il segreto del regno perduto ha ricevuto 1.144.925 euro come “lungometraggio di interesse culturale”. Per chi non lo sapesse Winx è una linea di prodotti vari per ragazzine, che vanno dai cartoni animati a una serie di oggetti ispirati a queste fatine vestite da escort… Tra i proprietari della casa Raimbow spa che le ha lanciate c’è un prete-industriale di Recanati, don Lamberto Pigini, abilissimo nell’ottenere finanziamenti, che lo hanno portato ad avere diversi stabilimenti in zona, e a sfondare anche negli Stati Uniti dove ha costruito un parco divertimenti. Alla faccia dell’interesse culturale che motiva il finanziamento del film!

 

Pesano meno invece altre voci di spesa indicate abitualmente al pubblico ludibrio come i cosiddetti “privilegi della politica”, con cui si indicano indistintamente sia le alte retribuzioni dei parlamentari (che effettivamente si potrebbero tranquillamente ridurre a un quarto di quelle esistenti ora, e sarebbe giusto, pur non risolvendo il problema del debito), sia il costo dell’amministrazione centrale e soprattutto periferica dello Stato. Tipica la campagna contro le province, che è poco seria: chi cerca di orientare su questa struttura periferica dello Stato il malcontento contro la “casta” in genere, non dice chi dovrebbe curare i settori utili oggi di competenza delle province, come la viabilità locale e l’edilizia scolastica. Sopprimiamo questi settori? O li lasciamo con un nome cambiato affidati a coordinamenti di comuni, o alle regioni? E allora che risparmio ci sarebbe? E che fare di chi ci lavorava? Licenziarli in blocco, o trasferirli a un centinaio di chilometri da casa per costringerli a dimettersi, come progetta il nuovo governo?

 

Anche il pensionamento precoce nel settore pubblico, che era stato concesso negli anni Settanta con molti incentivi, allo scopo di sfoltire gli organici, e che indigna tanto chi lavora ancora e si vede rinviare sempre più la pensione, non è la causa principale del dissesto dell’economia italiana, anche perché quelle pensioni si sono ridotte molto per effetto della insufficiente copertura dall’inflazione. La campagna scandalistica sulle  Baby pensioni” può essere anzi finalizzata a una turpe operazione: una volta stabilito che (in nome della “lotta ai privilegi”) si possono colpire senza troppe reazioni non solo le future pensioni di chi ancora lavora, ma anche le pensioni già assegnate in base alle leggi e ai contratti vigenti, si può andare avanti su questa strada per cercare altre risorse nelle tasche dei poveracci. Saranno guai per tutti!

I giornalisti arruolati nella campagna contro i privilegi dei pensionati, ovviamente tacciono sui prepensionamenti forzati, a cui sono stati indotti molti lavoratori di imprese che tagliavano (ad esempio quasi centomila ferrovieri), e che continuano ad essere offerti per spezzare la resistenza dei lavoratori di fabbriche da chiudere.

 

Ho già accennato al peso delle spese militari e di quelle per le Grandi Opere (avviate davvero, o solo mantenute allo stadio di progetto per anni per dispensare un po’ di risorse a imprese locali per lavori inutili, come nel caso del Ponte sullo Stretto), ma di questo parlerò più ampiamente in una prossima puntata di questa serie sulle cause del Debito pubblico, esaminando diversi casi concreti, e facendo un po’ di calcoli sui costi reali per lo Stato (che impiega perfino l’esercito per proteggere i cantieri non dalle mafie che vi prosperano, ma dai cittadini che protestano). Sulle spese militari riporto intanto (con piccoli aggiornamenti) uno stralcio da un articolo precedente.

 

Le spese militari sono tutte inutili e dannose

Quando il ministro La Russa è andato in TV a piangere per i tagli che sfiorerebbero anche il bilancio della difesa, si è scoperto che in realtà erano state ridotte di 300 milioni solo le piccole spese di gestione (il carburante, la manutenzione, i ricambi e l’addestramento del personale), ma non si accennava neppure lontanamente a ridurre le commesse per l’acquisto di nuove armi. Ed è scandaloso, dato che almeno l’1,7% del nostro Pil è impiegato per armare e addestrare l’esercito, mentre alla ricerca e allo sviluppo viene destinato solo lo 0,5%. Per giunta, da decenni, molte spese militari sono occultate sotto altre voci: “missioni umanitarie”, protezione civile, ecc. . Sì, anche la protezione civile, che ha nascosto tra i suoi organici un gran numero di alti ufficiali, e ha acquistato spesso aerei e navi identiche a quelle commissionate dal Ministero della Difesa…

D’altra parte è stata utilizzata in un’assurda “missione umanitaria” ad Haiti anche la portaerei “Cavour”, che tra l’altro non ha potuto nemmeno attraccare per i bassi fondali dell’isola e ha dovuto scaricare con gli elicotteri i modestissimi aiuti inviati. Per portarli sarebbe bastato un solo aereo, ma bisognava reclamizzare la nostra industria bellica… Secondo il vescovo emerito di Caserta Raffele Nogaro, che lo ha scritto in un appello lanciato con padre Alex Zanotelli e molti altri religiosi, la “Cavour” sarebbe costata quasi 1,5 miliardi e ha un costo di esercizio di circa 150.000 euro al giorno. Le cifre ufficiali però non ci sono, perché coperte dal “segreto militare”. Secondo alcuni potrebbero essere ancora superiori a quelle denunciate da Zanotelli. Per un certo periodo avevo frequentato un sito: http://www.marina.difesa.it/uominimezzi/navi/Pagine/Cavour.aspx che tra le righe forniva dati interessanti, ma appena ho cominciato a scaricarli, è stato chiuso. Quando è riapparso era cambiato e reticentissimo.

Quanto sia costata e costi ogni giorno davvero la “Cavour” è un mistero: la spesa è stata spezzettata tra varie voci, e assegnata solo in parte al bilancio della Difesa, in parte ai bilanci di altri ministri (come quello dello Sviluppo economico, o il MIUR, che finalizza le ricerche di molte università alle esigenze dell’industria militare). Le spese effettive sono sempre occultate grazie al “segreto militare”: anche le divise, le tovaglie per la mensa e perfino la carta igienica vengono acquistate a prezzi esorbitanti. Non solo in Italia. Anni fa negli Stati Uniti, si scoprì che banalissime tavolette da cesso per l’esercito venivano pagate dieci volte di più del prezzo corrente nei supermercati.

E poi c’è il problema delle retribuzioni. Se 190.000 circa sono i soldati professionisti attualmente arruolati nell’esercito italiano va detto che è altissimo il numero dei graduati: 600 generali e ammiragli, 2.660 colonnelli e decine di migliaia di ufficiali, per non parlare dei sottufficiali, che hanno stipendi molto elevati già in Italia, che si accrescono poi enormemente quando sono in “missione” all’estero. Ma in questi casi figurano nel bilancio delle spese per “imprese umanitarie”.

E all’estero i militari ci vanno spesso: si è scoperto che anche il nuovo ministro della Difesa Giampaolo Di Paola al momento della nomina era in un paese che non si può dire: come al solito è un segreto militare… Quando nel 2008 era stato nominato Grande Ufficiale dell’Ordine militare d’Italia, nella motivazione era stato scritto che “durante il suo mandato ha guidato oltre 9000 uomini impegnati in missione di pace in diversi teatri di interesse nazionale, fra i quali l'Iraq, l'Afghanistan, il Libano, il Kosovo”. Chissà quali sono gli “interessi nazionali” in Afghanistan, e chissà quali sono gli altri “teatri”…

Detto per inciso, è un po’ inquietante che sia stato nominato un militare, per giunta ancora in servizio attivo, alla carica di ministro della Difesa, dove per molteplici ragioni sarebbe stato auspicabile un civile al di sopra di ogni sospetto, e quindi in grado di resistere alle pressioni per l’aumento continuo delle spese (al contrario di quanto faceva per vocazione bellicista l’incredibile e grottesco La Russa).

Inutile domandarsi quanto costano veramente le missioni “umanitarie” in Afghanistan, in Libano, in vari altri paesi. Nei prossimi anni per giunta, anche grazie agli interessi di molte banche nel finanziamento delle attività militari e nella produzione di armi, è previsto l’acquisto di nuovi armamenti: 1,4 miliardi per i sistemi d’arma della portaerei “Cavour”, 13 miliardi per l’acquisto di 135 caccia “invisibili” F-35, 5 miliardi per i cacciabombardieri Joint Strike Fighter, 4 miliardi per 100 nuovi elicotteri militari, 5,7 miliardi per 10 fregate Freem, 1 miliardo per 2 sommergibili e 12 miliardi per l’acquisto di sistemi digitali per l’esercito. Per giunta il passato governo italiano ha regalato fregate a paesi come la Libia, la Tunisia o Panama (mediatore Lavitola), presumibilmente per far propaganda alla nostra protettissima industria bellica e trovare clienti. Con quali risultati, si è visto…

Domandiamoci: perché questi acquisti? Chi minaccia l’Italia? Ecco dove si può tagliare davvero!

 

P.S: Domande sul caso BEST

A volte i capitalisti mandano all’estero i macchinari, come è accaduto di recente alla BEST di Montefano: varrebbe la pena di indagare quali facilitazioni aveva ottenuto la multinazionale NORDEK da enti locali o dallo Stato, per acquistare questa piccola azienda, ma non è facile, per la cortina di silenzio che – come abbiamo visto - circonda sempre queste facilitazioni.

In un articolo scritto a caldo, subito dopo l’esplosione del caso (La vicenda esemplare della BEST), avevo scritto tra l’altro: “Si tratta di vedere a che condizioni sono stati concessi a suo tempo il suolo, gli allacci, ecc. per lo stabilimento di Montefano, o se c’erano stati finanziamenti statali, per capire in che misura era davvero «privato»”.

La Nordek dice di no? Possiamo crederle? Il caso FIAT è sintomatico: non solo Marchionne,  ma tutti i suoi predecessori hanno sempre negato di aver avuto facilitazioni dallo Stato italiano, ma mentivano. La FIAT ha scavalcato presto gran parte dei suoi concorrenti al momento della guerra di Libia (esattamente cento anni fa!) passando dalla piccola produzione di tanti modelli finalizzati a una cerchia ristretta di acquirenti individuali, alla produzione in grande scala di autoblindo e camion per l’esercito. Rinvio su questo al libro che ho curato e ora è sul mio sito: Cento… e uno anni di FIAT

Per ricostruire cosa ha avuto la NORDEK sarebbe importante che gli Enti Locali, e in particolare la Regione, invece di discutere solo sugli ammortizzatori sociali, ricostruisse tutti i rapporti precedenti. E altrettanto potrebbero fare gli amministratori di Montefano, nel cui territorio la BEST sorge, e di Osimo, che è assai più vicina allo stabilimento, che è praticamente circondato da territorio osimano: potrebbero aver facilitato allacci e ampliamento della rete stradale.

I capitalisti considerano sempre tutto quello che hanno ricevuto come “dovuto”, noi dobbiamo rivendicare che restituiscano il maltolto. Forse i macchinari portati in Polonia erano stati acquistati senza contributi diretti, ma erano stati acquistati in ogni caso col plusvalore estorto ai lavoratori e inseriti un una fabbrica aiutata in mille modi, almeno con i tanti sgravi fiscali concessi a tutti. Devono essere restituiti, e la regione avrebbe in teoria la forza per pretenderlo, ma per ottenerlo bisogna cambiare la mentalità subalterna alle esigenze dei padroni di tanti politici e tanti sindacalisti “addomesticati”…

 

(a.m. 19/11/11)

 



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